Cronaca

Un Paese circondato dai...

9 ottobre 2021 Servizio ripreso da Filippo Cicciù/Atlante Foto: Uiki Onlus

ROMA - Un Paese circondato da muri. Fatta eccezione per la zona costiera e il confine con Georgia e Bulgaria, la Turchia di oggi è quasi completamente sigillata da alte mura di recinzione.
Ove non ci sono barriere i confini sono bloccati come nel caso della frontiera con l’Armenia, mentre per ora non sono ancora stati alzati muri al confine con il Kurdistan iracheno dove comunque è da anni in corso un aspro conflitto tra l’esercito di Ankara e i militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK, Partîya karkerén Kurdîstan). Il muro più lungo copre la quasi totalità dei 911 km al confine con la Siria. I lavori sono iniziati nel 2015 quando il conflitto civile siriano si era già trasformato in una sanguinosa guerra che coinvolgeva attori internazionali. Quando a fine 2017 il muro fu completato Ankara era diventata parte integrante di un conflitto ancora irrisolto che ad oggi ha ucciso almeno mezzo milione di persone. La costruzione della barriera ha in parte protetto il territorio turco dalla violenza della guerra – anche se Ankara è presente militarmente con postazioni all’interno del territorio del Nord-Est della Siria dove ha subito anche delle perdite ‒ e ha aiutato a controllare l’arrivo dei profughi a cui Recep Tayyip Erdoğan ha sempre promesso, e offerto realmente, aiuto in nome della solidarietà tra fratelli e sorelle musulmani che fuggono dalla guerra.
Il muro costruito più di recente è stato eretto durante l’estate parallelamente alla conquista dell’Afghanistan da parte dei Talebani e si trova sul confine tra Turchia ed Iran. La barriera non è stata appositamente pensata per fermare i profughi afghani ora in fuga, attraverso l’Iran, dal nuovo sedicente Emirato islamico. Il progetto è stato lanciato nel 2017 e a fine dicembre 2020 – ben prima che i Talebani riprendessero il potere in Afghanistan ‒ erano stati infatti già completati 81 km di muro sui 534 km di confine tra Turchia ed Iran, una zona storicamente caratterizzata da contrabbando e immigrazione illegale. Durante l’estate si è registrato un aumento di migranti che dall’Afghanistan cercavano di sfuggire ai Talebani tentando di raggiungere la Turchia attraverso l’Iran e i lavori per la costruzione del muro sono andati avanti; entro la fine dell’anno dovrebbero essere completati altri 64 km di muro. Il progetto finale prevede una barriera che andrà a coprire circa 300 dei 534 km di confine con l’Iran. A chiudere la Turchia a occidente ci ha pensato invece la Grecia che ha completato la costruzione di una barriera di circa 40 km al confine terrestre turco-greco nella regione della Tracia. La costruzione del muro era iniziata nel 2012, il progetto è costato 63 milioni di euro in totale ed è stato cofinanziato dall’Unione Europea (UE).
Parallelamente alla costruzione dei muri, in Turchia cresce la frustrazione della popolazione nei confronti dei migranti. Sono ufficialmente 3 milioni e 700 mila i profughi dalla Siria che hanno trovato rifugio in territorio turco negli ultimi anni, mentre considerando migranti di altre nazionalità si può affermare che la Turchia ospiti oltre 4 milioni di richiedenti asilo o migranti illegali. Nessun altro Stato al mondo dà rifugio a un numero così alto di persone. Il presidente Erdoğan ha sempre difeso la politica dell’aiuto ai migranti in nome di una solidarietà verso gli oppressi, ponendo spesso l’accento sull’identità musulmana dei migranti. Incassando fondi dall’UE che paga – in base a un accordo firmato nel 2016 – Ankara per tenere i migranti nel proprio territorio, il presidente turco non ha mai fatto un passo indietro rispetto alla sua politica nei confronti dei richiedenti asilo, ma recentemente l’enfasi sull’accoglienza si è fatta sempre meno frequente nella sua retorica. Difendere pubblicamente una posizione di apertura nei confronti dei migranti è diventato ultimamente molto impopolare in Turchia dove invece trovano ampio consenso da parte della popolazione gli slogan contro l’immigrazione che hanno caratterizzato negli scorsi mesi la comunicazione politica di gran parte dei partiti di opposizione. A causa di una situazione economica da tempo fragile ‒ con un altissimo livello di inflazione e la valuta nazionale che regolarmente perde valore rispetto ad euro e dollaro ‒ la maggior parte della popolazione non comprende perché il proprio Paese dovrebbe continuare ad aiutare i migranti spesso guardati anche come persone che rubano il lavoro perché disposte, o meglio costrette, ad essere pagate meno di un turco. La rabbia di chi manifesta odio nei confronti dei migranti è sostenuta da parte dell’opposizione che cerca disperatamente una via per contrastare Erdoğan politicamente, e durante l’estate è esplosa anche in episodi brutali come l’attacco da parte di un gruppo di nazionalisti turchi verso negozi e abitazioni di migranti siriani in un quartiere periferico di Ankara; un atto di violenza scaturito con la diffusione della notizia che alcuni siriani avevano ucciso un ragazzo turco.
Nelle scorse settimane è parso che la questione migranti potesse riuscire a fare per una volta dimenticare le storiche, e sempre vive, tensioni tra Ankara ed Atene. Dopo la conclusione della costruzione del muro sul confine con la Turchia, il premier greco Kyriakos Mitsotakis ha difeso il sostegno economico da parte UE ad Ankara per gestire i migranti che ospita e ha affermato di avere avuto una discussione franca con Erdoğan a riguardo dichiarando di sentirsi «in sintonia» con il presidente turco a questo proposito. Una situazione molto lontana dal febbraio 2020 quando la Turchia decise di aprire il confine terrestre con la Grecia ai migranti sostenendo di non aver ricevuto dall’UE i fondi promessi. Migliaia di persone si riversarono sulla frontiera greca, dove ore sorge il muro completato durante l’estate, e per una ventina di giorni i migranti disperati si scontrarono duramente con le forze di sicurezza di Atene. Pochi riuscirono ad entrare in Grecia e l’emergenza Covid, che esplodeva proprio in quei giorni, convinse la Turchia a riportare i migranti indietro. Le polemiche restarono e comunque l’UE successivamente acconsentì a rinnovare l’accordo con Ankara che prevede fondi per aiutare la Turchia a gestire i migranti che ospita e soprattutto a tenere chiusi i propri confini per quelli che tentano ancora di entrare in Unione Europea.
Negli scorsi mesi l’UE ha voluto rinnovare l’impegno preso con Ankara a marzo 2016 ed è stato recentemente approvato lo stanziamento di 149 milioni di euro alla Turchia per aiutarla nell’assistenza dei profughi siriani. La questione resta comunque delicata perché, sebbene Erdoğan non abbia più minacciato di aprire i confini citando fondi che non sarebbero stati pagati dall’UE, la Turchia ha chiarito durante la crisi afghana in estate che non sarà il «campo profughi» dell’Europa o di nessuno, chiedendo a Bruxelles di fare la sua parte per ospitare migranti dall’Afghanistan. Fino a che l’accordo tra UE e Turchia resterà in piedi, Mitsotakis ed Erdoğan resteranno «in sintonia», almeno riguardo ai rifugiati. Non si tratta comunque di una questione semplice e, a poche settimane dalle dichiarazioni concilianti del premier greco, Ankara e Atene non sono riuscite a trovare davvero un terreno comune per risolvere i loro problemi, al contrario si possono vedere già segni di crisi all’orizzonte. Dopo l’annullamento di un incontro bilaterale tra Erdoğan e Mitsotakis che si sarebbe dovuto tenere a New York a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la Grecia ha stretto un accordo strategico di cooperazione militare con la Francia che è destinato ad irritare la Turchia. Nonostante solo pochi giorni prima il premier greco avesse ricordato che le tensioni con la Turchia sul Mediterraneo orientale si erano allentate e Atene non aveva intenzione di partecipare ad alcuna «corsa agli armamenti», il 28 settembre la Grecia ha firmato un patto per cui si impegna ad acquistare navi da guerra di produzione francese per almeno 3 miliardi di euro. A gennaio di quest’anno Ankara e Atene hanno riaperto, dopo cinque anni, un negoziato rispetto alle zone disputate nel Mediterraneo orientale che da sempre rendono problematici i rapporti di buon vicinato tra Turchia e Grecia. Durante l’estate del 2020 le tensioni nel Mediterraneo avevano raggiunto un livello molto alto, mentre dopo la riapertura del negoziato quest’anno era parso che entrambi gli Stati avessero preferito tentare di risolvere la questione a livello diplomatico più che schierando in mare le loro flotte militari. Per ora Ankara non ha commentato il recente accordo tra Mitstotakis e Macron, ma è chiaro che la scelta di Atene potrebbe ostacolare la diplomazia e potenzialmente provocare un ritorno a una situazione simile a quella del 2020 visto che il patto prevede non solo l’acquisto di navi da guerra francesi da parte greca, ma anche aiuto reciproco tra Grecia e Francia nel caso uno dei due Stati venisse attaccato sul proprio territorio.