Cronaca

Ankara/Islamabad: disprezzati ma corteggiati

mercoledì 10 settembre 2021 Servizio ripreso da Lucio Palmisano(Linkiesta Foto: Linkiesta/LaPresse

ROMA - Una crisi genera opportunità. È questo il caso del Pakistan, diventato un interlocutore internazionale dopo la crisi afghana, soprattutto per l’Unione Europea. E dire che fino a pochi mesi fa il governo di Islamabad non godeva di così grande considerazione presso le cancellerie europee e Bruxelles, che preferivano di gran lunga altri interlocutori, come per esempio l’arcinemico del Pakistan, l’India.
Una linea politica che aveva portato l’Europa lo scorso maggio a iniziare i colloqui con Nuova Delhi per stabilire un accordo di libero scambio. L’estate però ha decisamente cambiato le prospettive e la presa di Kabul da parte dei talebani ha costretto l’Europa a cercare interlocutori nell’area per evitare un flusso di profughi verso il Vecchio Continente simile a quello siriano del 2015. Un film che sembra già visto, con la Turchia e il presidente Recep Tayyip Erdogan al posto del Pakistan e del suo primo ministro Imran Khan, e il rischio è quello di conoscerne già l’epilogo.
La crisi afghana ha infatti mutato l’atteggiamento dei Paesi europei nei confronti del Pakistan, nonostante Islamabad rimanga uno degli storici fiancheggiatori dei talebani. Eppure, tra fine agosto e inizio settembre, i ministri degli esteri di Germania, Paesi Bassi e Regno Unito sono giunti in visita a Islamabad con un tono decisamente più conciliante rispetto alle altre volte. E non sono stati i soli: sono giunte chiamate dal governo pakistano anche dal presidente del Consiglio dell’UE Charles Michel, dall’Alto rappresentante degli Affari esteri europei Josep Borrell e dai suoi omologhi di Austria e Slovenia.
«Abbiamo un’enorme ammirazione e rispetto per il Pakistan e vorremmo ribadire la nostra gratitudine», ha dichiarato il ministro degli Esteri olandese Sigrid Kaag lo scorso giovedì in conferenza stampa. A seguirlo è subito arrivata l’attestazione di stima del titolare del Foreign Office britannico, Dominic Raab, che ha sottolineato come «Islamabad sia un partner cruciale per il Regno Unito».
Addirittura, si è spinta più in là la Germania, che ha promesso un aiuto per la regione. «Noi non lasceremo solo il Pakistan. Oltre al nostro impegno finanziario, continueremo progetti specifici, ad esempio sulla gestione delle frontiere», ha annunciato il ministro degli esteri Heiko Maas in conferenza. La differenza rispetto a qualche mese è evidente, visto che soltanto ad aprile una nota dell’Ufficio federale degli esteri evidenziava come in Pakistan non venissero tutelate le minoranze religiose, fossero frequenti le campagne d’odio e le leggi sulla blasfemia fossero utilizzate in modo improprio.
Ora lo storia sembra decisamente cambiata, grazie all’aiuto del Pakistan nell’evacuazione di quasi mille cittadini olandesi, italiani, belgi e danesi e di più di 4 mila afghani che hanno collaborato con gli Usa e le forze Nato. Adesso l’Unione chiede uno sforzo supplementare al governo di Islamabad: è infatti allo studio dei vertici europei un possibile corridoio umanitario per alcuni rifugiati afghani, che potrebbero transitare in Pakistan e in altri Paesi dell’Asia centrale prima di giungere in Occidente. Un’idea che nel Paese, dove già vengono ospitati oltre un milione e 400 mila profughi registrati, non sembra essere ben vista: non a caso il regime di Islamabad ha più volte fatto sapere di non voler diventare un gigantesco centro di accoglienza. «Se i rifugiati vengono in Pakistan, avranno un effetto su di noi e potrebbero non fermarsi qui, trasferendosi in altri Stati. Spetta agli altri Paesi fare la loro parte», ha detto a "Politico" il mese scorso l’ambasciatore del Pakistan presso l’UE Zaheer Aslam Janjua. Parole che non sembrano distanti da quelle usate dal Governo turco che, dopo aver esposto la lista dei problemi, passava poi alla fase delle richieste.
Le richieste della Turchia
«Non saremo il magazzino profughi dell’Europa». Una frase che Erdogan ha usato molte volte, da ultimo lo scorso agosto, quando ha avvertito le autorità europee che questa volta non ci sarebbero stati accordi per trattenere i rifugiati nei confini turchi. Un numero cresciuto sempre di più nel corso del tempo: oggi Ankara ospita quasi 5 milioni di cittadini stranieri, di cui 3,6 milioni di siriani e 300 mila afghani, ma soltanto 1,1 milioni hanno un regolare permesso di soggiorno. Una contraddizione figlia dell’accordo del 2016, che vide il governo di Ankara ottenere 6 miliardi di euro dall’Europa per fungere da “filtro” per i profughi siriani, impedendone alla maggior parte lo sbarco sul Continente europeo.
Un assegno pesante e controverso per entrambi: se in Europa l’accordo è stato malvisto a causa della posizione sempre più autocratica di Erdogan, in Turchia si è spesso lamentato l’eccessivo onere della questione migranti sulle spalle turche (fonti di Ankara sostengono che la spesa per un simile compito sia arrivata addirittura a 37 miliardi di euro). L’accordo del 2016 non prevedeva però soltanto l’assegno: Europa e Turchia si erano infatti impegnate per rinnovare il processo di adesione di Ankara all’Unione; liberalizzare i visti dei cittadini turchi per entrare nell’area Schengen e infine potenziare l’Unione doganale che sin dal 1996 unisce le due sponde del Bosforo.
Tre punti rimasti in sospeso dal 2016 a causa delle crescenti tensioni con il governo turco, che più di una volta non ha esitato a minacciare Bruxelles di inviare in Europa milioni di migranti, le uniche vittime di tale accordo. Negli ultimi anni sono stati numerosi gli appelli delle associazioni umanitarie che hanno denunciato la gravissima situazione presente al confine con la Grecia: in occasione del quinto anniversario Oxfam, insieme ad altre ONG, ha criticato l’accordo, definendolo un totale fallimento delle politiche dell' UE sulla gestione delle migrazioni.
Cosa chiede il Pakistan
Lo schema sembra essere simile anche in questa circostanza. Lo confermano le prime richieste che il governo di Islamabad ha fatto pervenire sia al ministro degli esteri britannico Raab che alle cancellerie europee riguardo non tanto l’importo dell’assegno che l’Unione staccherà (si parla di una cifra tra i 600 milioni di euro ipotizzati dal Financial Times e il miliardo di Politico Europe) ma i vantaggi che il Pakistan potrebbe ottenere.
Al Governo del Regno Unito il ministro degli esteri pakistano Shah Mahmood Qureshi ha fatto due specifiche richieste: la prima è che il Pakistan venga rimosso dalla “lista rossa” dei Paesi che non possono viaggiare nel Regno Unito a causa di una situazione sanitaria ancora precaria. Uno status che però sembra essere confermato anche dai numeri, visto che il Paese viaggia a una media di oltre 3 mila 800 positivi ogni 7 giorni e con un tasso di vaccinazione ancora troppo basso: ha ricevuto la seconda dose soltanto il 9 per cento della popolazione. Non c’è solo questo: il regime di Islamabad ha anche chiesto al governo di Sua Maestà di supportare l’iniziativa di rimozione del Pakistan dalla cosiddetta “lista grigia” della Task Force di Azione Finanziaria, un gruppo intergovernativo fondato dai membri del G7 nel 1990 per contrastare il riciclaggio di denaro.
Tra i Paesi monitorati dal gruppo c’è infatti proprio il governo di Islamabad, visto come agente di occulte manovre finanziarie e soprattutto finanziatore di gruppi terroristici. Un eventuale depennamento durante la plenaria di ottobre aiuterebbe notevolmente non solo la reputazione internazionale del Pakistan ma anche il suo accesso al credito internazionale, un aspetto decisamente non secondario. Alle altre cancellerie europee invece il Pakistan ha fatto una richiesta ben diversa. La prima è quella di mantenere lo schema commerciale SPG+, che consente alle merci pakistane un accesso facilitato sul mercato europeo grazie a tariffe doganali quasi nulle. Non va infatti dimenticato che l’UE è il secondo partner commerciale più importante del Paese, di cui assorbe il 28 per cento delle esportazioni.
L’accordo agevolato obbliga però il governo di Islamabad a rispettare le 27 convenzioni internazionali fondamentali sui diritti umani e del lavoro, la protezione dell’ambiente e il buon governo. Un dettaglio di non poco conto visto che, come ha osservato Amnesty International, nel 2019 il governo pakistano ha stretto ancora di più le maglie della libertà di espressione non rispettando gli impegni assunti a legiferare contro la tortura e le sparizioni forzate. Il Pakistan sta inoltre spingendo l’Unione a consentire nuovamente alla sua compagnia di bandiera, la Pakistan International Airlines, di volare nuovamente nei cieli europei dopo il blocco dello scorso giugno, quando i vertici di Bruxelles ne avevano bloccato il transito a causa di alcune licenze false.
Tutte richieste più o meno importanti a cui presto potrebbe aggiungersi l’ultima: il sostegno diplomatico dell’Europa alle posizioni pakistane nei confronti del Kashmir, regione che il Islamabad contende sin dalla sua fondazione nel 1947 all’India. Una disputa in cui l’Europa ha sempre evitato di posizionarsi, ben conoscendone i rischi, ma che rischia ora di dover subire.