Cronaca

Le nuove armi

mercoledì 10 settembre 2021 Servizio ripreso da Lorenzo Vita/InsideOver Foto: Geopolitica.info

ROMA - La Turchia non punta solo ai droni aerei, ma anche alle imbarcazioni senza pilota. Una svolta iniziata da qualche anno e che sta manifestando uno sviluppo molto rapido specialmente dalla fine del 2020.
L’ultima notizia, in tal senso, arriva dal Daily Sabah, uno dei principali organi di informazione turchi. Il media anatolico ha annunciato che il colosso della difesa Aselsan ha progettato insieme a Sefine Shipyard delle nuove piattaforme (sia per il controllo della superficie sia antisommergibile) che per Ankara rappresentano un ulteriore tassello nella sua politica di controllo del mare. Quella che per molto tempo è stata sintetizzata nella “Patria Blu”.
La Difesa turca punta ad averli già entro la fine dell’anno. Si tratta di mezzi praticamente indigeni, frutto di una sinergia tra vari segmenti dell’industria turca benedetta dal governo di Recep Tayyip Erdogan. Un sistema di nazionalizzazione dell’industria bellica che in Turchia ha uno dei suoi pilastri nel progetto Milgem e che ha lo scopo non solo di rifornire gli arsenali nazionali senza passare per l’importazione, ma anche quello di vendere questi sistemi all’estero. I droni turchi sono già un oggetto particolarmente ambito in diversi Paesi europei e asiatici. ER adesso Ankara ha interesse a estendere questo mercato anche al settore marittimo.
Un doppio binario che nasce quindi da due esigenze molto sentite dall’amministrazione turca. Da una parte l’obiettivo di rendere la propria difesa sempre meno legata all’estero. Un problema che per la Turchia è diventato centrale soprattutto dopo aver compreso la fragilità della filiera in caso di blocco politico da parte dell’Occidente. Il caso degli F-35 – pur con tutte le differenza del caso – è stato esemplificativo di un pericolo in agguato per Erdogan: fare una politica estera sempre più autonoma dipendendo a livello militare da Bruxelles e Washington equivale a dover ridurre le aspettative del proprio operato.
La questione si è fatta talmente importante da dover estendere il programma dei droni nazionali anche come armi imbarcate sulla prossima portaerei Anadolu, che si è trasformata per adesso in un progetto di porta-droni o elicotteri in attesa del ritorno della Turchia nel programma F-35. Un’attesa che però non è detto sia per forza di cose solo un limite. Il blocco ha infatti reso necessario ad Ankara sviluppare il più rapidamente possibile una tecnologia autonoma e sostituiva di quei sistema legati al volere di Washington. Ed è una virata che ha permesso alla Turchia di completare un programma nazionale a tal punto da poter utilizzare i propri droni sia come arma sia come mezzo di costruzione di partnership con altri Stati.
Fonti qualificate di InsdeOver segnalano ad esempio che proprio grazie a questo crescente sviluppo dei droni armati (in particolare i temibili Bayraktar) c’è chi ritiene – nello Stato greco – che sia ancora in ballo l’ipotesi di una base di questi mezzi a Cipro Nord, in particolare a Gecitkale. Un’ipotesi ventilata in passato da alcuni analisti e che adesso appare tutto fuorché irrealizzabile. I droni aerei, uniti alle unità senza pilota per controllare le acque in un raggio di circa 600 miglia (questi dati del progetto di Aselsan) potrebbero essere una svolta fondamentale nella proiezione strategica della Turchia nelle bollenti acque dell’Egeo e del Mediterraneo orientale.