Cronaca

La Turchia avanza con i droni

9 settembre 2021 Servizio ripreso da Raul Caruso/Avvenire.it Foto: Avvenire d'Italia/Epa

ROMA - Nessuno dubita che si sia entrati in una fase storica in cui le guerre sono e saranno sempre più combattute da droni e sempre meno da eserciti schierati su un campo di battaglia. Negli scenari di conflitto di Libia, Siria, Ucraina e Nagorno-Karabakh i droni stanno giocando un ruolo decisivo. Stati Uniti, Cina e Israele sono i grandi produttori ed esportatori di droni anche se nuovi Paesi si stanno rendendo protagonisti.
Su tutti risalta la Turchia che aveva dato avvio al suo programma di sviluppo dei droni solo pochi anni fa e che adesso sembra guadagnare clienti in tutto il mondo. Il caso turco, peraltro, interessa molto gli osservatori in virtù di diversi aspetti.
In primo luogo, molti organi di stampa internazionali hanno evidenziato il fatto che il genero di Erdogan sia direttamente coinvolto e interessato allo sviluppo dell’industria dronica e che quindi interessi privati vadano ad intrecciarsi con valutazioni geopolitiche necessariamente più ampie.
In secondo luogo, secondo alcuni osservatori, vista l’importanza dei droni nelle guerre di oggi, la capacità di Ankara di rendersi protagonista in questo mercato potrebbe far accrescere anche il ruolo politico della Turchia. Quello che sorprende molti osservatori è che un Paese considerato in via di sviluppo solo fino a pochi anni fa possa aver acquistato un ruolo a livello globale sfruttando una tecnologia militare in un momento in cui l’economia turca è in profonda difficoltà.

Tale evoluzione non era però da considerarsi inaspettata. Erdogan, infatti, in ultimo ha concretato in maniera evidente alcuni fatti e comportamenti tipizzati delle autocrazie già evidenti con le esperienze totalitarie del ventesimo secolo: illusione di crescita economica nel breve periodo seguita da livelli crescenti di vulnerabilità e fragilità, aumento della spesa militare e della militarizzazione interna e infine strutturazione e sostegno all’industria interna delle armi nei mercati internazionali.
In questo senso, peraltro, ritroviamo i medesimi segnali nella Russia di Putin ma probabilmente il modello di riferimento è più quello di Kim Jong-un in Corea del Nord un Paese che vive in condizioni di povertà ma che nel contempo genera ricche rendite per l’élite al potere attraverso l’esportazione di armi a livello mondiale.
La nazione guidata da Erdogan sta accrescendo dotazione, export e impiego di questi strumenti nei conflitti in cui è impegnata. Aprendo così molte incognite
Al di là delle precedenti considerazioni, quello che davvero preoccupa è l’impatto di tale evoluzione sulla stabilità e la pace internazionali. Il leader turco, infatti, ha anche dimostrato nei fatti che la mancata regolamentazione del mercato mondiale delle armi sta ridisegnando le tradizionali alleanze.
La Turchia, infatti, con la sua disinvolta esportazione di droni ha continuato il suo processo di allontanamento dalla NatoO che era sta to già evidenziato con l’esclusione dal programma F35 nel 2019. L’esempio della Turchia è quindi utile – e soprattutto sufficiente – per rispondere alla domanda più importante.
Alla luce di tali evoluzioni la diffusione dei droni condurrà a una maggiore stabilità o piuttosto al contrario a una maggiore instabilità? La seconda sembra purtroppo la risposta più plausibile. L’equazione secondo cui più armi conducano a più sicurezza si basa su un concetto abusato e malamente usato di deterrenza.
Da un lato la deterrenza ha funzionato solo in un mondo bipolare come quello della Guerra Fredda ma ha fallito in altri contesti storici come quello ad esempio precedente alla Prima guerra mondiale. In breve, in un mondo con almeno tre grandi protagonisti (Usa, Russia e Cina) e un gruppo nutrito di medie potenze l’idea che la deterrenza possa generare stabilità è fallace e ingannevole. Affermare il contrario è estremamente pericoloso.
A peggiorare la situazione è la percezione secondo cui per mezzo dei droni i conflitti possano essere meno distruttivi e meno costosi. I droni, infatti, sono percepiti come dispositivi d’arma in grado di far condurre guerre low-cost sia in termini di bilanci statali sia in termini di accettazione da parte dell’opinione pubblica in particolare nelle democrazie.
Gli Stati Uniti sotto la presidenza Obama, ad esempio, avevano dato una spinta decisiva all’uso dei droni nel momento in cui i budget complessivi della difesa erano sottoposti a una riduzione. Nel contempo, dato che la tecnologia è andata diffondendosi in diversi Paesi facendo diminuire in maniera significativa i costi per l’acquisizione sono diminuiti. In pratica, la possibilità di condurre una guerra low-cost adesso appare concreta non solo per gli Stati Uniti ma anche per molte altre nazioni.
L’accordo Att deve essere completato con un più stringente patto multilaterale di non proliferazione e di monitoraggio dei droni militari. Nato e amministrazione Usa dovrebbero impegnarvisi C’è il rischio che il loro utilizzo sempre più intensivo finisca per aggravare in particolare le guerre regionali
A questo proposito diversi analisti menzionano una dichiarazione del Generale Kenneth McKenzie che ha indicato nella proliferazione di droni accessibili una delle minacce più urgenti da fronteggiare anche perché questi potrebbero financo cadere nelle mani di gruppi terroristici.
Se quindi tale proliferazione desta serie preoccupazioni per quanto attiene alla proliferazione di conflitti armati, c’è anche da evidenziare che i droni hanno ancora un raggio d’azione limitato e quindi se si dovesse fare una previsione, è più plausibile che si rendano protagonisti in contesti regionali. La stabilizzazione delle aree tuttora dilaniate da conflitti, dunque, appare lungi da essere raggiunta.
Così come per altri tipi di arma è necessario quindi che vengano compiuti degli sforzi diplomatici perché l’uso di tali dispositivi sia limitato. Alla luce delle considerazioni prime esposte, però, è chiaro comunque che con i droni le limitazioni previste dall’ATT ( Arms Trade Treaty, il trattato sul commercio delle armi) non bastano. Il trattato ATT, infatti, si basa sul principio che siano gli Stati stessi a controllare le proprie esportazioni di dispositivi d’arma.
È chiaro che questo principio non può che essere integrato da un impegno multilaterale di non proliferazione e di monitoraggio dei droni armati. Dato che la nuova amministrazione americana a guida Joe Biden sembra aver abbandonato le spinte al riarmo globale del recente passato, una maggiore cooperazione tra Usa e alleati europei della Nato in questo senso dovrebbe essere auspicabile.