Cronaca

Hrant Dink, 14 anni dopo

martedì 20 gennaio 2021 Servizio ripreso da Mariano Giustino/Huffpost Foto: Huffpost Elif Ozturk/Anadolu Agency/Getty Images

ISTANBUL - ″È un anno che non ti vedo, sacrificherei la mia vita perché i miei occhi vedano te…”. Sono i versi di una struggente canzone della cantante siro-armena Lena Chamamyan. Ogni anno ascoltavamo questi versi durante le cerimonie di commemorazione della morte dell’intellettuale armeno di Turchia, Hrant Dink. Sono passati 14 anni da quando il fondatore e direttore di Agos, la rivista edita nelle lingue turca e armena, è stato assassinato, in pieno giorno, nel centro di Istanbul il 19 gennaio 2007.
Hrant Dink è diventato un simbolo della sete di giustizia in un paese costellato fin dalla sua nascita da una lunga scia di omicidii. Se ne contano circa settanta ispirati dall’odio razziale, dal fanatismo nazionalista fomentato da elementi appartenenti a reti politico-religiose che in quegli anni operavano all’interno dell’amministrazione dello stato.
II caso giudiziario dell’intellettuale antifascista armeno di Turchia, barbaramente ucciso per mano di un giovane diciassettenne, reo confesso sicario che sarebbe stato utilizzato da frange del nazionalismo estremo, non si è ancora concluso. I mandanti dell’omicidio del cinquantaduenne giornalista sono ancora ignoti. Tanto è vero che il 20 gennaio si terrà la 123ª udienza del processo a funzionari pubblici coinvolti nell’assassinio. 
Hrant Dink già nel 2005 era stato condannato a sei mesi di reclusione per i suoi scritti sulla questione armena. Era stata mossa contro di lui una feroce campagna di stampa nella quale veniva accusato di “insulto all’identità turca”, contestatagli sulla base dell’articolo 301 del codice penale turco, poi modificato.
Dink era un uomo di dialogo e di pace, era un ardente campione della riconciliazione turco-armena. Durante la sua breve vita ha speso ogni istante per dare voce ai diritti delle minoranze, della minoranza armena in particolare, e più in generale per la promozione dei diritti civili. Negli ultimi anni della sua vita sentiva forte l’odio che la sua azione suscitava in molti ambienti politici e culturali del suo paese. Non di rado non faceva mistero del suo desiderio di allontanarsi da questa realtà. Il suo sacrificio ha determinato la rottura del tabù che avvolgeva l’annosa questione armena.
Da quel giorno di quattordici anni fa l’opinione pubblica turca è sembrata destarsi dal suo torpore. È scesa in piazza urlando lo slogan: “Siamo tutti armeni”. Una manifestazione questa che ha spinto la società turca e la nuova generazione della dinamica società civile del paese ad interrogarsi sui diritti delle minoranze e a dibattere su questo pubblicamente. Cosa impensabile fino a pochi anni prima.
In quegli anni anche il premio Nobel per la Letteratura, Orhan Pamuk, venne incriminato nel 2005 per “vilipendio dell’identità nazionale”, a seguito di alcune dichiarazioni fatte a una rivista svizzera riguardanti il genocidio da parte dei turchi, di un milione di armeni e di trentamila curdi in Anatolia durante la prima guerra mondiale. La legge turca infatti proibiva di definire tali avvenimenti un “genocidio”, secondo l’art. 301 del codice penale, poi riformato. Pamuk rifiutò dal governo turco il titolo di “artista di Stato”. Il suo processo attirò l’attenzione della stampa internazionale e il 22 dicembre 2006 fu subito sospeso con la motivazione che il fatto non costituiva più reato a causa della riforma del codice penale. Già all’avvio del negoziato di adesione all’Unione europea, nel 2005, a partire dal settembre di quell’anno, le cose incominciarono a cambiare, con la prima conferenza organizzata dall’Università del Bosforo e poi con quella della Bilgi University di Istanbul sulla questione armena negli ultimi anni dell’Impero Ottomano. 
Fu lo scrittore e accademico turco, Murat Belge, attivista per i diritti civili, che il 24 settembre 2005, a tenere presso l’Università Bilgi di Istanbul, una conferenza di due giorni intitolata: “Armeni ottomani durante il declino dell’Impero: problemi di responsabilità scientifica e democrazia”. La conferenza offrì l’occasione di dibattito aperto sulla narrazione ufficiale turca del genocidio armeno e fu denunciata dai nazionalisti come espressione di un tradimento.
Murat Belge aprì la conferenza con queste parole: “Poter discutere o meno di questo argomento è strettamente correlato alla domanda su che tipo di paese vogliamo che sia la Turchia”. Queste osservazioni lo portarono a rischiare una pena detentiva di dieci anni. Ma grazie al clima euuropeista che si era diffuso nel paese, fu assolto. Tuttavia, il momento di svolta dell’apertura del dibattito sul “genocidio armeno” si verificò dopo la barbara uccisione di Hrant Dink.
Oggi, della questione armena, della disquisizione se vi sia stato un genocidio o un massacro, si parla un po’ più apertamente: sono stati pubblicati libri e prodotti film su quella immane tragedia e ora le vittime del 1915 vengono commemorate ogni anno il 24 aprile ad Istanbul e in tante altre città della Turchia. 
Gli armeni sono gli abitanti più antichi dell’Anatolia. La maggior parte di quelli che vivono in Turchia sono di rito ortodosso, ma ve ne sono anche altri appartenenti alle Chiese cattoliche e protestanti. Durante l’Impero ottomano si stimava che il loro numero in Anatolia corrispondesse a quello di circa 2 milioni di persone, ora essi sono poco meno di 60 mila. Nel marzo del 1915, dopo essere entrato nella prima guerra mondiale, l’Impero ottomano decise l’espulsione degli armeni dall’Anatolia deportandoli verso la Mesopotamia e la Siria. A queste deportazioni (ufficialmente chiamate trasferimenti – tehcir) fece seguito, secondo la verisone armena, lo sterminio di circa un milione e mezzo di persone prevalentemente per violenze, assideramento, per fame e malattia.
La versione ufficiale, accettata dalla maggioranza degli storici turchi, minimizza le conseguenze delle deportazioni e dei massacri, sostenendo che tutte le popolazioni dell’Impero, musulmane e non, patirono le conseguenze di un conflitto distruttivo e devastante. Secondo costoro, le cifre dei morti sarebbero state gonfiate dalla propaganda armena: non si tratterebbe di un milione e mezzo di morti, bensì di 200 mila. La ragione della discrepanza, propaganda a parte, starebbe nella non conoscenza dell’esatto numero degli armeni che vivevano nell’Impero prima della guerra e nell’imprecisato numero di quelli che emigrarono. La cifra più probabile secondo autorevoli storici, tra i quali Erik Zürcher, è tra i 600 mila e gli 800 mila morti.
Ne è seguito da allora un dibattito molto acceso tra diversi studiosi, alcuni dei quali come Bernard Lewis e Justin McCharty, furono accusati di negazionismo. A costoro si contrapponevano anche alcuni storici turchi che avevano assunto una posizione favorevole al riconoscimento del fattore genocidario, come Halil Berktay e Selim Deringil. Grazie a questi ultimi, assieme all’accademico Murat Belge, oggi la tragedia armena comincia ad essere trattata in maniera più obiettiva. 
Il lungo processo non ancora terminato sul caso Hrant Dink ha fin qui rilevato che il barbaro assassinio fu progettato nella provincia del Mar Nero di Trabzon, notoriamente fucina dei circoli del nazionalismo estremo. L’ex capo dell’intelligence della polizia turca, Ali Fuat Yýlmazer, in una udienza del 2016 aveva rivelato che le autorità di sicurezza di Istanbul e di Trabzon sapevano dell’esistenza di un piano per uccidere il direttore di Agos e che “volutamente” quella trama “non era stata sventata”. “Questo omicidio è stato voluto”, disse Yýlmazer. “La polizia è colpevole di omissione di atti di ufficio. Lo Stato non ha svolto il suo dovere. I servizi segreti all’interno dello Stato sapevano e non si sono mossi per proteggere Dink”, aggiunse.
Hrant Dink alle 14:54 del 19 gennaio 2007 usciva come tutti i giorni dalla sede del suo quotidiano Agos in via Halâskârgazi a Þiþli. Fu freddato da tre colpi di pistola esplosi da distanza ravvicinata. Il suo killer, Ogün Samast, fu denunciato alla polizia da suo padre dopo che il filmato delle telecamere di sicurezza non lasciava alcun dubbio. Samast, allora diciassettenne, aveva abbandonato le scuole superiori ed era disoccupato. Fu catturato dalla gendarmeria in borghese alla stazione degli autobus di Samsun, una città del Mar Nero. Samast ha confessato l’omicidio ed è stato condannato a circa 23 anni di carcere nel 2011. 
Nel giorno del quattordicesimo anniversario della morte di Hrant Dink la gente e coloro che lo hanno amato piangono in silenzio. Per la prima volta in 14 anni, la commemorazione si è svolta sugli schermi, sul Web, e non davanti alla sede di Agos, a causa della pandemia. Ora Rakel, la vedova di Hrant Dink, è direttrice della Fondazione che porta il nome di suo marito di cui tiene alto il ricordo anche con il “Sito della Memoria”, affinché la Turchia non dimentichi. L’ex ufficio del quotidiano Agos al Sebat Apartment a Istanbul è diventato sito della memoria dell’intellettuale armeno.  
Dink, nel 2005, si difese energicamente, dalle accuse di tradimento che gli erano state mosse in occasione del suo processo, con queste parole: “Questa è una decisione politica perché ho scritto sul genocidio armeno che loro non riconoscono, così hanno trovato un modo per accusarmi di aver insultato i turchi. L’accusa non è una sorpresa per me. Vogliono darmi una lezione perché sono armeno. Cercano di farmi stare zitto. Se scrivo del genocidio faccio arrabbiare i generali turchi. Voglio scrivere e chiedere come possiamo trasformare questo conflitto storico in pace. Non sanno come risolvere il problema armeno”. 
Le colombe bianche della pace sono state proiettate sull’ex edificio del settimanale Agos a Istanbul, il 19 gennaio 2021, nel 14° anniversario del suo assassinio. Dink aveva dedicato la sua breve vita, vissuta da colomba bianca, alla riconciliazione turco-armena, ma le sue ali furono orribilmente spezzate davanti al suo ufficio nel quartiere Þiþli di Istanbul da un ragazzo diseredato, preda di cinici manipolatori. Quello di Hrant Dink dunque non fu l’atto isolato e criminale di un folle giovane. Dink è stato vittima del clima di odio e del fanatismo nazionalista. È nostro dovere onorarne la memoria.