Cronaca

Il ruolo di Ankara

mercoledì 29 maggio 2020 Servizio ripreso da B.J.Cannon&F.Fellini/ISPI Foto:ISPI

ROMA - Nel maggio del 2020 il rilascio della cooperante italiana Silvia Romano, rapita e tenuta in ostaggio per quasi due anni dall’organizzazione terroristica al-Shabaab, ha suscitato grande interesse e forte emozione in Italia. Ad attirare l’attenzione, in particolare, sono state le circostanze dietro la sua liberazione e la modalità in cui questa è avvenuta.
Sappiamo, ad esempio, che Silvia Romano si trovava in Somalia, a circa 30km dalla capitale Mogadiscio. È stata liberata dietro presunto pagamento di un riscatto, che secondo indiscrezioni ammonterebbe a qualche milione di euro. Sappiamo anche che almeno tre servizi di intelligence sono stati coinvolti nelle operazioni: l’organizzazione nazionale di intelligence turca (Milli Istihbarat Teþkilatý; MIT), l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna italiana (AISE) e l’agenzia di intelligence e sicurezza nazionale somala (Hay'ada Sirdoonka iyo Nabadsugida Qaranka, NISA). Al di là di questi aspetti, sappiamo molto poco di come la liberazione di Silvia Romano sia avvenuta.
Se inizialmente gioia e soddisfazione hanno accompagnato le notizie del suo rilascio, il ruolo esercitato dalla Turchia, in seguito alla richiesta di assistenza rivolta da Roma a Ankara, hanno alimentato l’interesse mediatico e il dibattito politico. Il coinvolgimento turco, infatti, ha sorpreso molti, e non soltanto in Italia. L’obiettivo di questo articolo è dunque di offrire ai lettori un quadro generale delle dinamiche del coinvolgimento degli statali attivi in Somalia e legati al rilascio di Romano, fornendo al contempo alcune risposte sul perché i servizi di intelligence di un paese terzo, la Turchia, abbiano giocato un ruolo chiave nella liberazione di un cittadino italiano detenuto da al-Shabaab. L’analisi si baserà sui risultati delle ricerche condotte a proposito delle dinamiche politiche in Somalia, della presenza sostanziale di attori statali extra-regionali negli equilibri securitari del paese così come degli sviluppi occorsi nel corso dell’ultimo decennio, che hanno reso Ankara una scelta ovvia per Roma nell’ottica dell’obiettivo di ottenere la liberazione di Silvia Romano. Dopo una breve introduzione dei principali attori coinvolti nel processo di liberazione, da al-Shabaab alla Turchia, approfondiremo la rete di relazioni storiche tra i gruppi jihadisti in Somalia, il governo federale somalo (FGS), l’influente diaspora somala e lo stato petrolifero del Qatar, situato nel Golfo.

Al-Shabaab

Conosciuto anche come Harakat al-Shabaab al-Mujahidin, al-Shabaab nacque come braccio armato dell’Unione delle Corti Islamiche (UCI) che, tra giugno e dicembre 2006, acquisirono il controllo di gran parte del territorio della Somalia meridionale, inclusa Mogadiscio, in opposizione al governo federale somalo di transizione (TFG). A seguito dell’intervento militare dell’Etiopia a supporto del TFG, la leadership dell’UCI lasciò il paese: in molti si recarono in Qatar e l’unione subì un processo di frammentazione. In questa fase, al-Shabaab divenne più visibile e internazionalmente nota in ragione dei collegamenti stabiliti con il network jihadista di al-Qa’ida e dell’attivismo violento per l’istituzione di una teocrazia regionale. Da allora, nonostante miliardi di dollari spesi, il dispiegamento di una missione di peacekeeping guidata dall’Unione Africana (AMISOM) e gli sforzi degli stakeholders regionali – compresi i bombardamenti di droni statunitensi – al-Shabaab ha continuato ad agire, organizzando spettacolari e sanguinosi attacchi in territorio somali e negli stati confinanti, in particolare in Kenya. Mantiene un controllo, seppur debole, su larga parte del sud della Somalia, nonostante perdite occasionali e un evidente ridimensionamento di risorse. È stata capace di acquisirlo soprattutto grazie all’assenza di un solido apparato statale in Somalia, distrutto in occasione della guerra civile somala esplosa nel 1991. La presenza del gruppo armato su entrambi i lati della frontiera tra Somalia e Kenya, porosa e sottopopolata, ha consentito ad al-Shabaab di attuare ripetuti attacchi in Kenya. È stata responsabile di spettacolari attacchi terroristici a Nairobi, al Westgate Mall nel 2013, e al complesso alberghiero D2 nel 2019, così come del rapimento di Silvia Romano nel sud-est del Kenya nel novembre 2018, benché il gruppo non abbia mai rivendicato alcuna responsabilità in merito.

Il ruolo della Turchia

La Turchia è stata coinvolta in Somalia sin dal 2011, assumendo rapidamente un ruolo centrale sotto un profilo politico ed economico. Operando inizialmente come parte di una più ampia iniziativa umanitaria nel Paese, le dinamiche del coinvolgimento turco si legarono presto a quelle dell’economia politica somala. Le imprese turche, che potevano contare su stretti legami con il partito di governo Justice and Development Party (JPD) dell’allora primo ministro (oggi presidente) turco, Recep Tayyip Erdogan, assunsero il controllo di due delle più lucrative infrastrutture strategiche di trasporto nel paese: il porto di e l’aeroporto internazionale della capitale Mogadiscio.
Le dimensioni politico-securitarie del coinvolgimento turco in Somalia furono rese evidenti dalla decisione di Ankara di inaugurare una grande base militare a Mogadiscio nel 2017, per fornire addestramento alle forze dell’esercito somalo. Al fine di stabilizzare il Paese, prerequisito per un processo di state-building in Somalia, la Turchia ha esperito diversi tentativi di mediazione di dispute locali, in particolare tra il governo federale e i sei stati federati. La crescente influenza di Ankara a Mogadiscio e la presenza in espansione dei progetti umanitari e di sviluppo della Turchia sul terreno hanno fatto sì che un numero crescente di attacchi di al-Shabaab prendessero di mira la presenza turca, come accaduto nel luglio del 2013, quando il gruppo mise in essere un attacco alla opulenta e appariscente sede dell’ambasciata turca.
Mentre la politica turca in Africa, e in particolare nel Corno d’Africa, è spesso descritta come un tentativo dello stato turco di proiettare sulla regione vecchie ambizioni imperiali (il cosiddetto neo-ottomanesimo di Ankara), esiste una grande varietà di fattori alla base dell’agenda turca nel continente: dal desiderio di avere accesso alle risorse naturali africane, all’apertura di nuovi mercati per gli imprenditori turchi, dalla necessità di ottenere vantaggi politici ed economici sui rivali regionali e a quella di rafforzare la credibilità politica internazionale e il supporto domestico alle sue iniziative di politica estera. L’influenza politica della Turchia è stata assecondata dai pagamenti diretti effettuati a beneficio del governo somalo e dal fatto che le entrate fiscali legate alle attività portuali e aeroportuali rappresentino le principali risorse per il bilancio di Mogadiscio, accanto agli aiuti internazionali.
Sappiamo che la Turchia ha assunto un ruolo fondamentale di forza politica in Somalia nel corso del decennio appena trascorso: questo però non fornisce ancora una spiegazione del perché il Governo italiano abbia deciso di contattare Ankara a fine 2019 a proposito della questione Silvia Romano. La domanda più urgente è forse: quale ruolo hanno giocato i servizi di intelligence turchi (MIT) nel processo di liberazione di Silvia Romano dalle mani di al-Shabaab? Una prima risposta è che probabilmente il MIT ha agito attraverso i servizi somali (NISA) facendo leva sulle strette relazioni con il Qatar.

Il ruolo del Qatar

Che cosa potrebbe aver avuto a che fare con la liberazione di Silvia Romano il Qatar? La verità è che il piccolo e incredibilmente ricco stato del Golfo ha giocato un ruolo incisivo nelle dinamiche politiche in Somalia per più di un decennio. Dal 2006, il Qatar ha esercitato un certo potere di influenza su chi risiedesse a Villa Somalia, sede della presidenza, grazie a una serie di network strutturati negli anni attraverso il supporto offerto da Doha all’Islam politico. Il peso politico del Qatar trova origine nella breve esperienza dell’UCI e nella successiva atomizzazione seguita all’invasione dell’Etiopia nel 2006. Il Qatar, che sosteneva gli attori politici islamici in Somalia, garantì asilo a diversi leader dell’UCI e alla loro cerchia. I leader affiliati al movimento, come Sheikh Sharif Ahmed, trovarono rifugio prima in Eritrea e poi a Doha. La loro presenza in Qatar, accanto a quella della influente diaspora somala, fornì alle élites dirigenti di Doha gli strumenti per acquisire influenza sulle intricate dinamiche politiche in Somalia, sfruttando network personali e religiosi attraverso ampie riserve di danaro. Sheikh Sharif, ad esempio, fu eletto presidente nel 2009, presumibilmente con l’aiuto dei finanziamenti dal Qatar. Rifiutò successivamente di assecondare la linea di Doha e il Qatar lo scaricò per appoggiare un semi-sconosciuto accademico, Hassan Sheikh Mohamud, nel 2012. Quest’ultimo fu eletto presidente grazie ai fondi qatarioti e a un solido network di interlocutori somali, il principale dei quali fu Fahad Yasin Haji Dahir. Mentre Hassan Sheikh si dimostrava troppo corrotto per essere rieletto nel 2017, il Qatar individuò in Mohamed Abdullahi, aka Farmajo, il suo candidato: Farmajo fu eletto grazie ai 10 milioni in contanti, stando alle fonti disponibili, erogati da Fahad Yasin agli elettori per influenzarne la scelta.

Il ruolo del NISA somalo e Fahad Yasin

Fahad Yasin, l’uomo del Qatar in Somalia, ha rappresentato il principale collegamento tra Doha e Mogadiscio in tempi recenti. È attualmente direttore generale dell’agenzia di intelligence somala, NISA. Un enigma per molti – secondo indiscrezioni, avrebbe un doppio passaporto, keniano e somalo – è senza dubbio uno degli uomini più potenti in Somalia. È stato precedentemente un membro di al-Ittihad al-Islamiya, un gruppo con solide relazioni con l’UCI, e quando l’Etiopia invase la Somalia Yasin fu assunto dal network mediatico al-Jazeera, con base a Doha. Dopo aver trascorso del tempo in Qatar, Fahad Yasin divenne l’uomo di fiducia dell’emirato in Somalia. Come si è detto, esistono prove del fatto che il denaro erogato da Yasin a influenti elettori somali decise, in parte, l’elezione dei capi di stato somali nel 2009, 2012, 2017. Dopo l’elezione del 2017, Farmajo promosse Fahad Yasin alla carica di capo di gabinetto del presidente della Somalia, il collegamento diretto con la presidenza. Yasin però entrò presto in conflitto con parte dell’entourage di Farmajo, in particolare con Hassan Ali Khaire, un attivista somalo-norvegese, politico e attuale primo ministro della Somalia. Accumulando rapidamente influenza per sé e per il suo clan, Fahad Yasin organizzò la sua base di potere e predispose la sua nomina a vice-direttore prima, e direttore poi, del NISA, nell’agosto del 2019. Dalla sua nomina al NISA, l’agenzia di intelligence finanziata dagli Stati Uniti è stata guidata da qualcuno che ancora oggi è considerato da molti essere un simpatizzante di al-Shabaab, esponente di un Islam politico radicale e un tirapiedi del Qatar. Fahad Yasin e il suo ruolo nel NISA, comunque, ci rimandano al rapimento di Silvia Romano e alla sua liberazione, dopo due anni di prigionia.

La liberazione di Silvia Romano

Dalle primavere arabe del 2011, si è assistito a un crescente allineamento nelle politiche regionali di Turchia e Qatar. I due stati condividono l’interesse nel promuovere e supportare i movimenti espressione dell’Islam politico nella regione che comprende il Corno d’Africa. La relazione ha ricevuto slancio nel 2017, a seguito della frattura interna al Gulf Cooperation Council (GCC) che ha opposto Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti al Qatar, con la conseguente imposizione di un embargo terrestre, marittimo e aereo nei confronti di Doha. La Turchia, insieme all’Iran, giunsero in soccorso del Qatar distribuendo aiuti alimentari e forniture mediche. Ankara potenziò inoltre il contingente militare stazionato in Qatar come monito diretto ad Abu Dhabi e Riyadh. Sulla base di tali elementi, è possibile ricostruire le dinamiche di un possibile coinvolgimento del Qatar nella liberazione di Silvia Romano in Somalia. In primo luogo, i servizi di intelligence esterna italiani (AISE) hanno probabilmente relazioni deboli, se non inesistenti, con Doha e con i servizi somali del NISA: semplicemente, Roma non ne ha bisogno da un punto di vista strategico. Si può assumere con certezza, invece, che l’AISE abbia un legame con il MIT turco, tenuto conto della relazione strategica nel Mediterraneo (e in Libia). Essendo a conoscenza del fatto che la Turchia giochi un ruolo significativo e abbia interessi altrettanto significativi in Somalia, è probabile che l’AISE abbia contattato la controparte turca, che a quel punto si sarebbe rivolta ai servizi qatarioti e somali. Il MIT potrebbe averlo fatto nel tentativo di stabilire un contatto con al-Shabaab, per due ragioni: primo, accertarsi che Silvia Romano fosse ancora viva, e secondo, negoziare il prezzo di un riscatto e le condizioni del rilascio.

Conclusioni

Potrebbe sorprendere molti il fatto che la Turchia abbia un coinvolgimento tanto profondo in Somalia, ma le connessioni strutturate da Ankara negli anni hanno conferito al paese influenza e capacità tali da offrirsi in aiuto a Roma per la liberazione di Silvia Romano. Le circostanze del suo rilascio, benché forse non completamente trasparenti, sono state rese possibili dalla convergenza di interessi di tutti gli attori coinvolti. In altre parole, la liberazione di Silvia Romano ha configurato una situazione di win-win per tutti: al-Shabaab ha ricevuto i finanziamenti di cui ha bisogno e la notorietà internazionale che desidera; la Turchia ha ottenuto encomi ergendosi ad attore internazionale responsabile, dotato di peso politico e influenza in un contesto altamente violento e imprevedibile; l’intelligence somala ha ricevuto similmente un riconoscimento per il suo ruolo nelle operazioni di liberazione di una giovane donna tenuta in ostaggio per quasi due anni; e il governo italiano è riuscito a dare buone notizie, almeno inizialmente, dopo mesi di quarantene, sofferenza economica e morti da Covid-19.