Cronaca

uno

martedì 20 maggio 2020

C’E’ UN CADAVERE IN CANTINA            

                                 

 

Dall’estate erano trascorsi alcuni mesi, non tanti per la verità, ma abbastanza perché la salute ne risentisse. A buttarmi giù, più moralmente che fisicamente, era stato un intervento a cui di recente avevo dovuto sottopormi. Niente di che, per carità; da far pensare al peggio per intenderci. Cose alle quali sono soggetti gli uomini quando raggiungono una certa età. Normale routine della vita. Tra l’altro mi avevano assicurato che non ne avrei risentito dal punto di vista di quegli esercizi, materiali quanto volete, ma necessari per sopravvivere gioiosamente se non si vuole vegetare prima del tempo. Pure mi ero lasciato un po’ andare. Quel senso di svogliatezza che, se prolungato, è l’anticamera dell’inedia. Insomma, improvvisamente mi sentivo privo di energia. Mi attanagliava, specie all’imbrunire, una sorta di malinconia, che non era tristezza, ma che mi trascinava lungo la strada dei ricordi. E questo, l’amarcord, non era un buon segno specie quando con frequenza mi mettevo a pensare alla morte, alle tante cose che non avevo ancora fatto e che avrei voluto fare. Mi veniva in mente allora una ballata del romanticismo tedesco: “Pensi tu viver molt’anni. O meschin quanto ti inganni. Lascerai tra pochi mesi questa terra….”. Quella ballata, quando ancora era al liceo, me l’aveva fatta apprezzare una zia alla quale ero stato molto affezionato. Se non andavo errato doveva essere di Heine. Peccato che avessi dimenticato il resto dei versi. Volendo avrei potuto fare una piccola ricerca nella biblioteca casalinga. A quanto ricordavo, in mezzo ai libri avrebbe dovuto esserci un vecchio volume con le rime del poeta. Ma non ne avevo voglia. Ero troppo pigro. La convalescenza fa di questi scherzi.
Tutto ciò non poteva durare all’infinito; un motivo in più perché mia moglie Lidia desse un taglio all’inerzia in cui mi ero lasciato andare convincendomi a prendere qualche giorno di riposo nella nostra casina nelle Marche.
“Basta – mi aveva gridato – Scuotiti un po’, alzati da quella poltrona. Datti da fare e prepara la valigia. Mi sono stancata di vederti tutto il giorno senza fare niente. Sempre a borbottare. Vuoi fare la fine dei tuoi amici?”.
Chi fossero questi amici non lo sapevo. Valla a capire. Che alludesse a Giovanni? Dovetti convenire che, se si riferiva a lui, aveva ragione. Non c’era giorno che non mi telefonasse per lamentarsi. Non gli andava bene niente, ce l’aveva con tutti. E poi la salute. Che fosse ipocondriaco? Si inventava mille mali pur di dare fastidio al suo prossimo. Che poi erano i suoi familiari costretti a sopportarlo. L’età avanzata è una gran brutta bestia. Alle volte mi vedevo costretto a tagliare corto adducendo qualche scusa.
- Vecchio mio, cosa ci vuoi fare. Cerchiamo di resistere….però guarda ora ti devo lasciare…mi chiamano sul cellulare, ci risentiamo…
Che fossi diventato come Giovanni? Feci un esame di coscienza ma non trovai niente che mi potesse paragonare al mio amico. Dal momento però che Lidia con me era stata più che persuasiva, curvandomi sulla schiena mi alzai dalla poltrona e mi preparai a buttare le poche cose necessarie in un borsone. Nel viaggio mi sarei portato dietro, con la moglie, anche il cane Enea, un piccolo maltese affettuoso quanto viziato. Me lo aveva imposto mia figlia, contenta – lei - di evitare ogni mattina all’alba la passeggiata con l’animale nonché le continue soste per i suoi bisogni.
“Tu non hai da fare. E poi ti svegli così presto. Il cane ti serve per camminare mentre io potrò godermi finalmente un po’ di riposo…”.
Erano gli inizi di febbraio, l’occasione per godere gli ultimi sprazzi del carnevale, magari buttandosi nella bagarre di una vicina cittadina tra maschere e carri allegorici.
Con mia moglie si era comunque convenuto che la permanenza non dovesse durare più di tanto, solo il tempo necessario per ritemprarsi e per respirare l’aria di mare. Soprattutto per assaporare quell’atmosfera, quasi soporifera, nella quale irrimediabilmente si viene avvolti nei piccoli centri che si affacciano nell’Adriatico e che richiamano particolarmente il mondo felliniano. Quel mondo che nei tempi andati si esprimeva in una mondanità tutta particolare fatta – per rubare una espressione tanto cara ad un giornalista che era stato mio direttore – di incontri e di flirt tra sale da ballo e terrazze (splendide quelle del Kursaal e dell’hotel Vittoria) dove tra boogie-woodie e let’s swing si consumavano amori struggenti e tradimenti dolorosi.
E vai allora, mi era detto. Ma appena un mordi e fuggi dal momento che figli e nipoti non permettevano di stare oltre il consentito. Senonché il programma, così come era stato impostato, avrebbe avuto un altro seguito. Il soggiorno, che non avrebbe dovuto superare la settimana, si sarebbe allungato infatti a dismisura, e questo a causa di una grave epidemia che era scoppiata dapprima nel nord Italia e che, successivamente, si era allargata a macchia d’olio nell’Emilia Romagna e nella provincia di Pesaro-Urbino. Ce n’era abbastanza per rientrare subito a Roma senza indugiare, tenuto presente che le notizie provenienti dalla Lombardia e dal Veneto, sia pure imprecise, fin da subito lasciavano di che preoccuparsi.
Un delitto, un brutto delitto, avrebbe impedito che questo avvenisse.
Ma qui è meglio fare un piccolo passo indietro. Era successo infatti che all’indomani del mio arrivo in quello che una volta era stato dominio dei Malatesta e degli Sforza prima ancora che il territorio cadesse sotto il potere papalino, mentre attraversavo piazza del Popolo con l’intenzione di andare a prendere un aperitivo al Barriè, mi fossi sentito chiamare: “Piero Stefani, ma guarda..!”.
Una voce inconfondibile, baritonale, roca, di chi è abituato a fumare parecchio. Voltandomi, sapevo già chi trovarmi davanti. Ma certo, Bruno Torrisi, per nulla cambiato; sempre sorridente, trasandato, viso abbronzato, leggermente insolente. Proprio lui. Già gli tendevo la mano che me la sentivo stritolare un attimo dopo.
- Buon giorno, commissario, è un piacere rivederla…
Lo pensavo davvero. Con Torrisi mi ero trovato bene, specie quando anni addietro (otto per la precisione) gli avevo dato una mano a risolvere un caso piuttosto delicato che aveva fatto così tanto scalpore in una città provinciale come quella rossiniana. Ci eravamo mossi bene, l’uno a compensare l’altro nelle indagini. Come si dice, una coppia bene affiatata. E adesso, ma guarda il destino, rincontrarsi a distanza di tempo! Bisognava festeggiare l’incontro, niente di meglio per due chiacchiere la sera davanti ad un buon piatto. Magari alla Guercia.
La cena era stata piacevole. Torrisi – sarà stato anche per l’ottimo Sangiovese che aveva accompagnato un piatto di baccalà niente male – non aveva fatto che parlare, ragguagliandolo su quello che aveva fatto dall’ultima volta in cui si eravamo visti.
“Mi hanno mandato un po’ qua e un po’ là….come mi sono trovato? ….ho dovuto adattarmi, fare buon gioco a cattiva sorte….ma finalmente ho ottenuto il trasferimento qui…. promozione a parte. Ora sono a capo della Squadra mobile”.
Un bel salto. Non restava che congratularsi.
- Mi fa piacere. E mi dica, il questore è sempre lo stesso?.
“No, è andato in pensione. Brava persona. Ma anche quello attuale è piuttosto in gamba. Un tipo energico, uno che sa il fatto suo. Solo che adesso si è ritrovato tra capo e collo una brutta storia. Da ieri non fa che tempestarmi perché ne venga a capo. Nemmeno che fossi Sherlock Holmes. In fondo lo capisco dato che a sua volta è pressato da un magistrato di sicuro tra i meno accomodanti. L’inchiesta è delicata. Avrà saputo, penso, quello che è successo?”.
- Veramente no. Come ebbi ad accennarle stamane, sono appena arrivato e non ho letto i giornali locali. Ma mi racconti, la prego…
E Torrisi si era messo a raccontare. Il giorno prima, le grida di una donna avevano svegliato tutti gli inquilini di una palazzina di via Canale al civico 35, nel quartiere antistante il porto. La donna in questione, nella fattispecie una ragazza di colore, tale Marian Semira, eritrea di 19 anni al servizio presso la famiglia Bellucci, era uscita dall’appartamento di buon’ora per andare a prendere alcune provviste in cantina. Per arrivarci, a parte le scale, si utilizza l’ascensore che porta al -1. Una porta di ferro conduce in una chiostrina dove, attraverso un’altra porta, si entra in un corridoio che si snoda per una trentina di metri prima a sinistra, poi a destra e di nuovo a sinistra lungo tutto il perimetro dell’edificio. Nel corridoio si affacciano le cantine dei condomini, una quarantina in tutto. Quella della famiglia Bellucci si trova in fondo. E’ una zona un po’ buia, illuminata a mala pena da una luce a basso voltaggio all’interno di lampadario che penzola dal soffitto. Ed è lì, accartocciata su sé stessa come uno straccio, che era stato trovato il cadavere di Margherita Gherardesca moglie dell’avvocato Bruno Malerba. La morte, per strangolamento come confermava l’esame autoptico eseguito presso l’Istituto di medicina legale, risaliva a sette ore prima. Alla scoperta del corpo, il rigor mortis era appena accentuato.
Cercai di fare mente locale, nel tentativo di rammentare chi fosse la vittima associando il cognome di questa a quello del marito. Entrambi non mi dicevano niente, mi erano completamente sconosciuti. O forse, no. Malerba, Malerba? In effetti qualche cosa mi ricordava. Non era stato per caso quell’avvocato che a suo tempo era rimasto invischiato in una vicenda poco chiara, oltretutto insabbiata, dove – tra pagamenti in nero, investimenti personali privilegiati in violazione delle norme valutarie e corporate bond di dubbia provenienza – più si scavava e più usciva fuori del marcio? Se non andavo errato c’erano di mezzo anche alcuni istituti di credito invischiati in transazioni sospette tali da farli finire nel mirino dell’Antitrust. I media l’avevano subito ribattezzato il piccolo caso Sindona. A pensarci bene però mi stava confondendo. Il protagonista di quell’affaire di sicuro era stato un altro. Ah, la memoria! Con rassegnazione dovetti riconoscere che non era più quella di una volta. C’era il vuoto.
- Ma, la prego, continui.
“Come le stavo dicevo la povera Gherardesca era accasciata sul pavimento in una posizione che, per via di una gamba scoperta fino all’inguine, avrebbe potuto sembrare oscena se non fosse stato che pure da morta mostrava la dignità di una persona di classe. Il corpo non presentava tracce di violenza sessuale. Indossava un abito di Armani piuttosto elegante, di colore grigio perla con balze bianche. Una scarpa era scivolata dal piede destro. Niente cappotto e niente borsa il che ci ha fatto subito pensare che fosse stata uccisa da un’altra parte. Sicuramente in casa. La signora presentava cianosi al volto ed una fuoriuscita di schiuma dalla bocca. La lingua era fuori, conseguenza di lesioni traumatiche dell’apparato osteo-cartilaginoso della laringe…”.
- Uno spettacolo non proprio bello a vedersi.
“Più dirlo forte e questo spiega le urla di quella ragazzina, la Semira. L’assassino deve avere sorpreso la donna da dietro stringendo il collo con laccio. Per inciso, una stretta forte. Si pensa a quella di un uomo”.
- Da quel che mi dice se ne deduce che la vittima dovesse conoscere l’omicida, altrimenti non gli avrebbe voltato le spalle e soprattutto non gli avrebbe aperto la porta. Sempre che l’omicidio sia avvenuto nell’appartamento…
“No, su questo ormai non ci sono dubbi. Da una prima ricostruzione della Scientifica l’uomo deve avere ucciso la Gherardesca nel salotto. Diamo anche per certo che la signora stesse preparando un drink da offrire all’ospite. Chi? A saperlo. Sul piano del mobile bar abbiano trovato una bottiglia di Martini-dry, due bicchieri e tutto l’occorrente per miscelarlo. Non si deve essere nemmeno accorta che lui stava per farla fuori… ”.
- Ma il corpo come è finito in cantina?
“Al momento l’ipotesi è una sola. Tenga presente che l’appartamento è al quinto piano ed ha una sola porta che si affaccia sul pianerottolo. Quindi nessun curioso. Non deve essere stato difficile per l’assassino trascinare il corpo nell’ascensore, premere il tasto del -1 e portare a termine il suo lavoretto. Voleva che la scoperta avvenisse il più tardi possibile. Invece ci è messa di mezzo la servetta”.
Il termine servetta non mi piaceva ma Torrisi non andava tanto per il sottile. Per lui parlare di collaboratrice familiare era un vezzo per cui lasciò perdere.
- Torniamo all’assassino. Sarà pur uscito dal palazzo, no? Non c’era il rischio di imbattersi in qualche condomino? E le telecamere di sorveglianza?
“Nell’androne non ce ne sono. Sembra che non siano state installate per una questione di privacy. Più facile che si sia dileguato portandosi al piano -2 dove si trova il garage del palazzo, proprio sotto alle cantine. La rampa conduce direttamente in via Morosini, quindi fuori dagli sguardi di qualche sfaccendato notturno. E poi a quell’ora di notte!”.
- Mi scusi ma non riesco proprio ad afferrare. Non c’è telecamera nemmeno in garage? La costruzione è recente quindi sarà dotata degli strumenti adeguati…
“Giusta osservazione. In garage la telecamera c’è, anzi sono più di una. Solo che il sistema non funzionava. E questo ci lascia riflettere. Qualcuno deve averlo manomesso ma questo qualcuno doveva essere una persona piuttosto pratica di congegni del genere. Il ‘buco’ delle immagini era stato infatti programmato. Non per nulla l’indomani mattina il sistema era tornato a funzionare regolarmente”.
- Certo, tutto ciò è piuttosto strano. Se è stato l’assassino a mettere le mani nel sistema della telesorveglianza, sicuramente sapeva dove andare a cercare. Non solo, ma doveva conoscere bene anche la planimetria dell’intero edificio.…mi chiedo se…
“Ho capito. Lei torna a battere sui condomini. Li stiamo sentendo tutti, uno ad uno. Bisogna muoversi però con i piedi di piombo. E’ tutta gente che in città conta parecchio. Non è facile farli parlare e, all’occorrenza, convincerli a sbottonarsi. C’è molta reticenza. Preferiscono trincerarsi dietro il solito non so nulla. Ma se lo immagina, un commissario di polizia, che va ad importunarli con domande a dir poco provocatorie. Se lo immagina? Mi ritroverei direttamente in Sicilia come quel commissario Lo Gatto interpretato da Lino Banfi. La signora era piuttosto conosciuta. Il marito, poi! Non ci metterebbe in secondo ad alzare la cornetta del telefono e a chiamare chi di dovere”.
- E già, la solita storia. Ma adesso perché non mi dice qualche cosa in più su questa Margherita Gherardesca? Chi era, tanto per farsi un’idea...
“Quarant’anni, di antica casata nobiliare, bella e affascinante, slanciata. Ha presente Claudia Schiffer? Biondo naturale. Era una ricercatrice, molto sicura di sé, nessun pettegolezzo sul suo conto, sposata e niente figli”.
- E il marito?
“Chi il Malerba? Pesarese doc. Un nome noto, specie negli ambienti forensi, giurista di un certo spessore, docente di diritto finanziario. Più anziano della moglie di parecchio, almeno una ventina d’anni, apparentemente irreprensibile. Al momento del delitto si trovava a Milano per un convegno. Stiamo verificando… con tatto. Aspetto una risposta dai miei colleghi meneghini. Conoscono il loro mestiere e sanno muoversi con una buona dose di diplomazia. In quanto a me, su consiglio del questore, per adesso mi sono limitato alle condoglianze e alle parole di rito. Ma lo ascolterò. Mi interessa sapere se la moglie avesse dei nemici e se temesse per la sua vita. Dopo i funerali lo contatterò per un incontro”.
- Torniamo, per un attimo alla vittima. Mi ha detto che faceva la ricercatrice.
“Sì. Laureata in biotecnologia industriale, collaborava tra l’altro con la Cambridge University. Al suo attivo numerose pubblicazioni e la fondazione di un motore di ricerca a carattere scientifico. Lavorava presso la Bioprocter, una società che si trova nei pressi di Bologna, a Casalecchio di Reno”.
Biotecnologia. Con questa materia non avevo la purché minima domestichezza pur mostrando molto rispetto per chi la praticava. Se non andavo errato era una scienza che applica la tecnologia ai sistemi e ai processi biologici con l’obiettivo di creare prodotti utili per la vita e che quindi ha una natura interdisciplinare potendo essere utilizzata nella biologia e nella chimica quanto nella fisica, nella ingegneria e nella informatica. A trarne vantaggio numerosi settori, da quello agricolo e alimentare a quello medico-farmaceutico.
“Stefani, mi sta ascoltando?”
- Scusi mi ero distratto. Ma mi dica, la vittima che lavoro svolgeva di preciso nel settore della biotecnologia?
“Dalle prime notizie che abbiamo raccolto, risulta che lavorasse in laboratorio effettuando analisi su cellule e organismi per studiare il comportamento di enzimi e batteri. Anzi credo che si fosse buttata sullo studio di nuovi vaccini modificando il Dna degli organismi viventi per creare organismi geneticamente modificati…”.
- Tanto di cappello, un bel cervello! C’è da domandarsi chi abbia potuto volerne la morte? Magari qualche collega invidioso…
“Può darsi ma è troppo presto per affermarlo. Ad ogni modo domani sarò a Bologna e comincerò le mie indagini proprio dalla Bioprocter che pare partecipasse ad un progetto di ricerca top-secret. Può darsi che dagli interrogatori esca qualcosa di utile. La procura mi ha dato carta bianca ma certi ambienti per principio sono chiusi, ai limiti quasi dell’omertà”.
“E la cerchia degli amici? Ne avrà avuti, immagino. Non credo che per lei sia difficile stilare un elenco delle persone che frequentava…
“Un elenco lo abbiamo già ed è anche piuttosto ricco. Nomi di persone bene in vista ma, come le ho accennato poc’anzi, proprio per questo mi devo muovere senza rompere la cristalleria. Altrimenti, ciao core”.
- Le auguro buon lavoro, allora…
“Grazie ma vorrei che pure lei, Stefani, facesse qualche cosa”.
- Non capisco…
“Adesso le spiego. Perché non uniamo le forze? Se non erro lei, pur vivendo a Roma, ha mantenuto alcune amicizie in questa città. Ecco potrebbe buttare qualche parola qua e là, raccogliere informazioni, pettegolezzi più che altro. Che ne dice? Al fine delle indagini mi farebbe comodo…”.
E bravo il Torrisi! Per lui tutto faceva brodo. Mica era facile ficcare il naso qua e là. E poi dove? Nemmeno fossi don Leandro! Quello perlomeno, per carpire i segreti, volava sui tetti aggrappato alla coda di Asmodeo.
- No, guardi Torrisi non se parla proprio. A parte il fatto che sono venuto qui per riprendermi dai postumi di una operazione, veramente non saprei dove andare a ficcare il naso. Se ben si ricorda quando abbiamo collaborato ero stato utile perché conoscevo bene una delle persone coinvolte nell’inchiesta, sebbene questa lo fosse solo indirettamente. Ma adesso non è proprio il caso….
“Va bene, Stefani, non insisto. Se dovesse ripensarci, mi chiami a questo numero. Sarò di ritorno da Bologna domani sera”.
Ci eravamo salutati con la promessa di risentirci.

                                                   2

L’indomani era un giovedì. La giornata si preannunciava piuttosto fredda, spezzata da un vento di tramontana che non lasciava spazio a libertà primaverili. Ero uscito di casa presto, lasciando la moglie a poltrire nel letto e portandomi dietro Enea. Girato nel primo viale a sinistra puntai diritto verso il lungomare. L’aria salmastra mi avrebbe fatto bene. Sentivo che la testa era ancora annebbiata, cosa che mi capitava ormai spesso quando la sera facevo tardi e mi abbandonavo, per la verità raramente, un po’ troppo ai piaceri di Bacco. Lasciai libero il cane di correre sulla spiaggia e presi a camminare lentamente sulla battigia incitando il maltese a riportarmi alcuni bastoni che avevo lanciato lontano. Il sole si stava appena alzando. Che silenzio! Mi veniva da pensare alla costa di Santander in pieno inverno e agli spazi sconfinati di quella parte della Spagna che aveva scoperto durante un viaggio di gruppo. Tutto in scala ridotta, naturalmente, ma l’atmosfera era la stessa. Niente a che vedere con la bagarre estiva pure se, lo dovevo convenire, ogni stagione si porta dietro le sue suggestioni e le rimembranze. Come teneva a precisare quel tale, era una sorta di cavalcata nel passato, scavando nella memoria.
Mi misi a riflettere. Gentile il commissario a propormi di collaborare con lui nell’inchiesta ma  - dovetti confessare a me stesso - alla mia età, con tutti gli acciacchi che questa si trascinava dietro, la lombo-sacrale e via dicendo, ci mancava che mi mettessi a calpestare i marciapiedi della città per andare a fare domande oziose. Oddio, se avessi avuto qualche anno di meno, magari avrei potuto rinverdire i successi di un tempo. Mi veniva da sorridere ripensando ad alcuni casi allorquando – cronista giudiziario – trovavo normale ficcare il naso dove, per la verità, non avrei dovuto. Però era stato anche grazie a me (sto peccando di immodestia) se gli inquirenti sovente avevano imboccato la pista giusta. Nel fattaccio in Sala Stampa, ad esempio, o in quello avvenuto nel vecchio “palazzaccio” di piazza Cavour. Senza dimenticare il brutto delitto di San Lorenzo in Lucina dove, per non dare nell’occhio, mi ero fatto passare per un imbianchino di appartamenti. Di travestimenti ne avevo fatti parecchi, la maggior parte dei quali inutili dato che non avevano raggiunto lo scopo. Però mi ero divertito. Ad accompagnarmi nelle scorribande due colleghi con i quali andavo molto d’accordo, uno redattore della televisione e l’altro di una testata fiorentina. Tutti e tre eravamo accreditati, con tanto di tesserino, presso le sale stampa degli uffici giudiziari e delle forze di polizia, per cui ci era facile intruffolarci un po’ dappertutto per carpire le notizie. Non sempre ci andava bene. Capitava infatti di essere sorpresi, come dire, con le mani nel sacco, ed allora erano guai perché rischiavano di incorrere nel reato di intralcio alla giustizia. Disavventure alle quali avevamo fatto il callo.
Chissà perché ma strada facendo, in direzione della Palla, la parola disavventura me ne riportava alla mente altre (il cervello fa di questi scherzi), per la precisione quelle del fantasma di Canterville grossolatamente insultato dalla famiglia Otis – americana doc – che non era stata minimamente impressionata dalle apparizioni del suddetto, ora sotto le spoglie di “Rubens il Rosso”, ora sotto quelle dell’ “Infante Strangolato”, ora infine in quelle di “Gibeone l’allampanato” ovvero il “Succhiatore di Sangue” di Bexley Moor”.
Oscar Wilde. Uno scrittore sfortunato come pochi. Le sue particolari inclinazioni, che ai tempi nostri non avrebbero seguito, avevano fatto storcere il naso invece ai ben pensanti negli ambienti codini della Londra vittoriana. Quel suo gridare ai quattro venti “posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni” (nella fattispecie il suo travolgente amore per il giovane Alfred Douglas) alla fine ne decretarono la condanna. Comparso in un’aula di tribunale per rispondere del reato di omosessualità, pagò con il carcere. Giustizia a parte, rimane quel piccolo capolavoro che è per l’appunto il “Fantasma di Canterville”!
Fantasmi. Ce n’erano anche a Pesaro. Ce n’erano stati, per lo meno. Stefani lo ricordava bene. Era poco più di un ragazzetto. Uno di questi aveva preso alloggio in una incantevole chalet in viale Trieste di proprietà della famiglia Donadoni, gioiellieri per tradizione. Si raccontava che vi si fosse trasferito, armi e bagagli, da un castello dell’entroterra, fatto si è che tra quelle quattro mura si trovava bene tanto che ne aveva fatto la sua dimora abituale. Poi aveva dovuto sloggiare. Si era deciso di buttare giù villa ed annessi per costruire sul terreno un albergo. L’ospite era troppo ingombrante per tenerselo. Chissà dove era adesso e dove era andato a rifugiarsi. E se fosse stato lui a strangolare la povera Gherardesca? Niente di più facile, per un fantasma, imitare le gesta di “Rubens il Rosso”.
Basta, trascinato da Enea, mi ero accorto di avere oltrepassato la Nazionale, oltre il viale della Repubblica, per cui mii scosse dalle inutili fantasticherie. L’ora giusta per fare colazione al Zanzibar, non prima di avere acquistato i giornali. Ero un vecchio cliente dell’edicolante, persona affabile e sempre disposta a fare due chiacchiere.
- Per favore, il Corriere della Sera. E mi dia anche un locale. Sì, quello mi va bene.
Il delitto di via Canale, naturalmente, occupava tutta la prima pagina del quotidiano La Gazzetta. Titolo a nove colonne. Dentro, nel risvolto in quarta pagina, una cronaca piuttosto dettagliata a firma di un certo Marco Melchiori. L’articolo era lungo e scritto bene, senza fronzoli. Chi lo aveva elaborato era senz’altro uno che ci sapeva fare, con un buon incipit oltretutto. Di notizie ce n’erano tante a riprova che il Melchiori, vale a dire l’estensore del pezzo, si era dato da fare non accontentandosi di quello che era uscito dalle fonti ufficiali del palazzo di Giustizia. Si diceva, tra le tante supposizioni, che Margherita Gherardesca non fosse stata poi tutto lavoro e casa. Insomma, a quanto pare la cavallina la correva pure lei. Hai capito? E bravo il commissario Torrisi, questo non me lo aveva mica detto! L’eterno triangolo. Se fosse stato così, ecco trovato il movente. La gelosia. Un marito insù con gli anni, una moglie giovane, insofferente e desiderosa di godersi tutto dalla vita.
Tra me e me ragionavo: il fatto che l’avvocato Malerba si trovasse a Milano, impegnato in un congresso, non significava avere un alibi a prova di bomba. Con un’auto veloce, di notte, poteva arrivare a Pesaro in meno di tre ore, far fuori la fedifraga, e tornarsene in albergo. Ma era quel poteva che non stava in piedi. Malerba non era poi tanto giovane per sobbarcarsi un viaggio tutto sommato faticoso, senza contare che per trascinare un corpo, quello della consorte, da un punto all’altro del palazzo era richiesta una notevole forza. Il Malerba, da come era stato descritto nell’articolo, non era certo uno Schwarzenegger. E poi perché portarlo in cantina. Molto meglio lasciarlo nell’appartamento e simulare il delitto di un ladro sorpreso a rubare. Sicuramente Torrisi avrebbe risolto il problema e anche quello delle telecamere…
- Lei signor Gianni cosa ne pensa? Per caso, conosceva la vittima?
“Personalmente no, anche perché la poveretta non veniva qui a prendere i giornali. Però il suo nome in città era piuttosto noto. Mi risulta che fosse una abitué di alcuni circoli, di quelli che contano”.
- Ma è vero quello che riporta La Gazzetta, che le giornate della Gherardesca fossero riempite da altri svaghi, diciamo di tipo extra?
“Per me sono chiacchiere da non tenere in debito conto, ma se vuole maggiori dettagli perché non lo chiede al suo amico Gianfranco? Guardi è passato giusto da me un minuto fa a prendere la Settimana enigmistica. Probabilmente adesso sta consumando un caffè al Zanzibar”.
Il Zanzibar, proprio a fianco dell’edicola, è un locale tra il lounch-bar ed il pub, arredamento moderno e clientela ricercata. Il posto ideale per gustare la tradizione di ottimi cocktail. Rinnovato recentemente, ma con solide radici, svolge molto bene la sua funzione di aggregazione tra quanti, per lo più hippy locali, desiderano specie nei mesi caldi fare le ore piccole.
Gianfranco, appena due anni più di me, era lì. Sorseggiava il suo caffè da una tazzina, godendosi l’ennesima sigaretta.
Ero affezionato a Gianfranco, un costruttore in pensione ma con mille idee per la testa. Vero e proprio vulcano, sia in fatto di progettazioni che di realizzazioni, era anche uomo di grande cultura. E poi quella sua eleganza anni Settanta, da vecchio leone.
- Ciao Gianfranco, posso salutarti?
“Oh, ciao. Accomodati. Quando sei arrivato?”.
Quante volte, nel corso degli ultimi anni, ci eravamo seduti all’aperto per parlare degli argomenti più svariati, lui Gianfranco a raccontare le ultime sulla città – che poi toccavano sempre argomenti riguardanti tasse, lentezze della burocrazia e quant’altro – io per lo più ad ascoltare, semmai ogni tanto ad interromperlo quando volevo maggiori chiarimenti. Come in quel momento.
L’occasione era stata una domanda, buttata lì, sulla famosa ruota panoramica che prima di Natale era stata montata nella piazza antistante e che aveva sollevato numerose perplessità tra commercianti e gente del posto. Gli chiesi se l’iniziativa, tanto sbandierata dalla amministrazione comunale, avesse avuto successo.
“Non me ne parlare…”.
Una risposta laconica ma che diceva tutto. Di più il mio amico non aveva voluto aggiungere, certamente più attirato dai titoli dei due quotidiani che volutamente avevo posato in evidenza sul tavolino.
“Hai visto, anche noi abbiamo il nostro bel fatto di sangue. Ne sentivamo il bisogno. Non si fa che parlare di questo. Una bella fortuna per la carta stampata che può aumentare la tiratura. Ah, voi pennivendoli!”.
- Non siamo pennivendoli. Del resto non puoi negare che la cronaca nera è quella che attira di più, specie se la storia è condita da particolari piccanti. Non vorrai farmi credere che il lettore sia attratto da beghe di partito o dalle liti parlamentari? Piuttosto dimmi un po’. La Gherardesca era la donna che viene dipinta dalla Gazzetta o c’è dell’esagerazione?
“Caro amico, tu mi insegni che i giornalisti vanno presi con il beneficio di inventario quando danno fiato alle indiscrezioni…”.
- Non tutti…
“Non tutti, certo. Però basta un condizionale, un sembra e un si dice per dare all’articolo un interesse che altrimenti sarebbe fiacco. Non è così, forse?”
- Probabilmente, ma tu non hai risposto alla mia domanda. Allora, cosa mi dici della signora in questione?
“Quello che sanno tutti, il più e il meno, ma che la Gherardesca se la spassasse alle spalle del marito non mi risulta. Ti dirò di più. Nella cerchia dei playboy nostrani sono stati in tanti a provarci ma sono andati tutti in bianco. Poi se qualcuno sia riuscito nell’intento, è possibile”.
Non ne afferravo il motivo, ma ero convinto che Gianfranco fosse reticente e che sapesse più di quel che volesse far credere. Quel poi mi lasciava perplesso. Per nascondere una tresca bastava spostare gli incontri in un’altra città. Mi veniva da sogghignare. Ripensavo alle scappatelle di quel tale (niente nomi, per carità) il quale, approfittando della circostanza di lavorare a cento chilometri da casa, aveva sempre giocato sul sicuro. In quanto al Melchiori, che vantaggio aveva nel pubblicare una bufala con il rischio di ritrovarsi sulla schiena una querela per diffamazione a mezzo stampa?
- Converrai anche tu, Gianfranco?
Ma ormai Enea dava segni di impazienza. Avrei avuto modo di risentire Gianfranco convincendolo ad aprirsi di più. Ero certo che fuori dalle orecchie indiscrete del Zanzibar sarebbe stato più loquace. Con mille idee per la testa, presi così la strada del ritorno incamminandomi verso casa tagliando per via Cesare Battista dove, ad angolo, si trova una delle più belle ville della città, appena restaurata. Da quel che potevo rammentare era stata costruita in stile neo-liberty attorno al 1909, probabilmente anche prima. Una sciccheria per quei tempi. Il primo proprietario era stato un tal Cecconi di mestiere sarto. Il che la diceva lunga circa le sue risorse finanziarie. Precursore dei Galli e dei Litrico, pure lui al pari di altri stilisti dell’epoca verso la fine della Belle Epoque era stato punto di riferimento della buona borghesia locale. Ne andava fiero ed aveva tutte le ragioni per inorgoglirsi considerato quanta anticamera faceva fare ai cosiddetti signori quando si recavano nel suo atelier e lo pregavano di confezionare loro l’ultimo abito alla moda da presentare in società.
“Mi raccomando, mi serve per il tal giorno…devo andare ad un ricevimento…e la stoffa, che sia la migliore. Non bado a spese”.
Poi inevitabile, come sempre accade, la lenta decadenza. E così anche la villa, con il suo immenso giardino, era passata di mano. Ad acquistarla un medico condotto di Montebaroccio, Alfeo Montesi. Il seguace di Esculapio ne aveva abbastanza della campagna e dei contadini. Meglio trasferirsi in città, meglio ancora se vicino al mare e in una bella villa. Quella del sarto era una occasione da non perdere.
L’abitazione, come la si vede ancora oggi e che è stata rinfrescata all’esterno con colori decisamente caramellati ma pur sempre gradevoli, appartiene alla stessa famiglia. Se non andavo errato era la terza generazione. Passarvi davanti durante il passeggio e fermarsi per una piccola sosta, ogniqualvolta vengo da Roma, è un tutt’uno; un modo come un altro per ammirare l’accurato recupero della struttura, per lungo tempo abbandonata dalla fine della seconda guerra mondiale. C’era stato un momento nel quale, scavalcando il muretto di cinta, privato della sua ringhiera, si poteva addirittura entrare di nascosto nel parco. Non l’avevo dimenticato. Nei primi anni cinquanta avevo fatto addirittura parte di una banda di piccoli bricconcelli che in estate scavalcavano la recinzione ed invadevano il parco. Io era attratto più che altro dai fiori Iris, le cui lunghe foglie simili a spade, servivano per fare i duelli. E giù a dare colpi e fendenti, a imitare le gesta degli eroi che andavano di moda rincorrendosi lungo le salitelle dell’immenso giardino; e poi via di nuovo sulla strada. I buoni di norma perdevano sempre. A vincere i cattivi, proprio perché erano cattivi. Quanta spensieratezza, però!
Nel riprendere la camminata, mi ero rimesso a pensare. Sì, dovevo trovare il modo di avvicinare con qualche scusa il Melchiori e saperne di più. Questo, in attesa che il commissario Torrisi, al suo rientro da Bologna, mi portasse qualche novità. L’affaire cominciava a stuzzicarmi e mi stava prendendo la mano. Guardai il cielo, si stavano addensando grosse nuvole mentre il vento, più forte, era diventato ancora più pungente. Meglio dunque rientrare e lasciare il cane alle cure della moglie obbedendo così alle raccomandazioni della figlia quando mi aveva affidato la belva.
“Non fargli prendere freddo e mettigli la mantellina se esci per una sgranchita alle ossa”.
Lungo la via del ritorno, passando per via Buonarroti e tagliando in viale Trento, mi era imbattuto in una vicina di casa, Giuliana. Ci conoscevamo da lunga data e non ci eravamo mai persi di vista. Pure lei era alle prese con la passeggiata mattutina del suo cane, un esemplare di Welsg Corgi. Per chi non lo sapesse è il quattrozampe preferito dalla regina Elisabetta. Quello di Giuliana si chiama Alain Delon, come l’attore; nome che più pretenzioso non avrebbe potuto essergli affibbiato ma Alain, consapevole dell’alto rango a cui appartiene, se ne è sempre infischiato altamente. Basta vederlo quando esce con la padrona! tante arie e nessuna confidenza agli estranei. Ciò nondimeno, con Enea era parso socializzare. Lo scodinzolamento delle code ne era una conferma. Per me era l’occasione per intrattenermi sul cancello di casa con la mia amica e portare il discorso su Margherita Gherardesca. Ma Giuliana sapeva poco.
“Ora che Sergio non c’è più mi tengo lontano da tutto. Se vuoi, mi posso informare. C’è un cugino di mio marito che ancora frequenta gli ambienti…”.
Non era il caso che si disturbasse. Un saluto e via nel caldo del mio pied-à-terre, appena 35 metri di superficie, ben messo: qualche mobile fin de siècle, belle stampe, ceramiche di notevole valore, un paio di tappeti. Mia moglie mi stava aspettando dietro i vetri.
“Ho visto che parlavi con Giuliana. Ti ha detto qualche cosa sul delitto?”
Le rispose di no.
“Eppure sono sicura che tu dovevi conoscerla questa Margherita Gherardesca….adesso ricordo... sai dove? Ad una delle cene del festival…in agosto”
- Ma che stati dicendo? Se non andiamo al festival da almeno quattro anni…
“Sarà stato prima, ma non mi sbaglio”.
Con Lidia era inutile insistere, inutile quando si metteva in testa una cosa. Non c’era niente da fare. E fortuna che non è mai stata chiamata a deporre in un tribunale. Se teste a carico, avrebbe mandato, senza alcuna ombra di dubbio, un innocente dritto dritto in galera. Magari credendo di avere ragione. Come quella volta, non me lo posso dimenticare. La pentola con il brasato sul fuoco, la cucina invasa dal fumo. Richiamare l’attenzione della dolce metà era stata una logica conseguenza.
- L’avrai bruciato tutto?
“Non ho bruciato niente, l’ho arrostito”.
Ecco questa era Lidia. Meglio tagliar corto e chiudere la discussione.
“A proposito, ha chiamato Giancarlo. Ci vuole a pranzo, tutto pesce. Gli ho risposto che andiamo”.
Non era il caso di rifiutare un invito del genere. Avevo sempre considerato la moglie di Giancarlo, Domitilla, una cuoca sopraffina. Niente a che vedere con quegli chef improvvisati e sussiegosi il cui unico pregio è unicamente auto-elogiarsi in televisione nella presentazione di stravaganti quanto insulse nouvelle cuisine. Domitilla era alla vecchia maniera. Un classico, le sue tagliatelle. Da non scordarsele, probabilmente perché stese rigorosamente a mano e perché condite con un sugo da acquolina in bocca.
A mezzogiorno già suonavo alla porta di Giancarlo, mezz’ora dopo eravamo tutti a tavola. Nelle Marche, quella parte di regione attaccata alla Romagna lungo il confine che si spinge fino al Montefeltro, mangiare presto infatti più che una tradizione è una abitudine consolidata; abitudine che vede, in particolare la domenica e nei giorni festivi, svuotarsi come d’incanto strade e piazze. Ad un tale che un giorno venne spontaneo chiedere il perché di quel fuggi fuggi e dove fossero tutti andati, la risposta era stata una sola: “Ma a mangiare, no! sono andati a mangiare”.
In quanto al dopo-pranzo, che a Roma si identifica con la pennichella, in casa di Giancarlo da che mondo e mondo la regola è quella di rilassarsi in salotto per centellinare un’erba Luigia. Leggermente alcolica la prepara Domitilla ricavando il liquore dalle foglie di una pianta arbustiva di colore verde chiaro. Simile alla citronella è molto profumata e gradevole. Deve il suo nome alla consorte di un re spagnolo anche se la tradizione lo vuole invece più legato a quello di Maria Luisa duchessa di Parma che nei momenti di relax amava concedersi un bicchierino in compagnia.
L’erba Luigia si beve volentieri. Se poi le voglie sono altre, si prende allora la macchina e si va a Fano, l’ora giusta per gustarsi la moretta che altro non è che caffè semi-schiumato aromatizzato con un terzo di brandy, un terzo di anice ed un terzo di rhum. Il tutto servito con una scorzetta di limone. La Daniela, al bar del Faro, è la grande esperta. Sa riscaldare la miscela al punto giusto senza lasciarsi distrarre dagli sguardi indiscreti degli avventori che le si posano nelle parti più attraenti. L’ambiente del Faro è piacevole, specie se ci si lascia coinvolgere dal chiacchiericcio dei presenti, quasi tutti ex pescatori e portolotti abituati a parlare in dialetto stretto; incomprensibile per chi non è del posto. Fa parte dell’atmosfera, per assaporare la quale bisogna immedesimarsi in essa cogliendole le varie sfumature. Niente a che vedere, questo è ovvio, con il circolo Pickwich e neppure con quello che descrive Pierre Loti nel suo romanzo “Pescatori d’Islanda”, intriso di quella struggente fatalità a cui erano votati i marinai che si imbarcavano per i mari del nord; pure nel vociare di questa gente affiora una velata malinconia. Il dio Nettuno è sempre lì ad ascoltare, il volto atteggiato a sogghigno se mai dai racconti dei presenti l’esagerazione la fa da padrone. Ed è sovente. Il bar del Faro come d’incanto si trasforma allora in una sorte di Guida del Pescatore, il locale descritto da Jerome Klapka Jerome nel suo divertente “Tre uomini in barca”. Locale peraltro – ironizzava lo scrittore - dove era necessaria una fervida immaginazione da parte dei pescatori per sparare bugie con disinvoltura e senza arrossire.
- Sai Giancarlo, devo confessarti che qui al Faro sto perdendo la cognizione del tempo. Quasi, quasi non tornerei più a Roma. Mi sento come quegli elefanti che al termine della loro vita si allontanano dal branco per andare a concludere il loro percorso tra gli scheletri dei propri antenati.
Era stato un momento di debolezza, quello che i francesi chiamerebbero dèfaillance. Un attimo, ma sufficiente per farmi dimenticare una cosa che dovevo chiedere all’amico. Lo feci mentre ci incamminavamo alla volta della darsena, ammirando le casine a schiera riportate a nuovo splendore dopo gli opportuni rifacimenti. Le rispettive consorti erano ad una decina di metri avanti, quindi non c’era pericolo che si impicciassero.
E fu così che Giancarlo - il quale del delitto e degli sviluppi dell’inchiesta sapeva quel tanto attraverso la lettura dei giornali e ascoltando la televisione - si trovò coinvolto nel perverso ingranaggio della curiosità.
In breve gli avevo proposto di accompagnarmi il giorno dopo in via Canale. Avremmo dovuto portarci davanti allo stabile dove era avvenuto il fattaccio e abbordare il portinaio, o portinaia che fosse, per intavolare alla lontana un discorso sulla vittima. Nel gioco del gatto e della volpe, tra me e Giancarlo, qualche indiscrezione poteva uscirne fuori. Avevo già un piano. Passando in macchina davanti all’edificio avevo notato infatti che fuori del portone c’era un cartello con la scritta affittasi. L’occasione per presentarsi come vecchio pensionato desideroso di ritirarsi in provincia. Si poteva visitare l’appartamento? Giancarlo, che già si era immedesimato nella parte, avrebbe dovuto fare da spalla. Il resto sarebbe venuto da solo.

                                                  3       

La luce del sole se ne stava andando. Di inverno le giornate non offrono altro svago se non quello di rinchiudersi in casa ascoltando della buona musica. Avevo appena acquistato un Cd con musiche di Dave Brubeck. Un complesso niente male con Paul Desmond, Cal Tjader, Davis Van Kriedt, Dik Collins bravissimi tutti nell’esecuzione di Serenade suite e di September in the rain. Come soleva dire un mio ex collega: “E chi m’ammazza?” quando si riteneva soddisfatto della giornata, mi lasciai andare con gli occhi chiusi al ritmo di quel jazz. Nessuno mi avrebbe ammazzato, però non era il caso di battere il ferro finché caldo? Dopo avere portato fuori Enea per un rapido passeggino attorno all’isolato, presi la decisione di andare a ficcare il naso in una brasserie del porto. Se avevo fortuna, avrei potuto incontrare Marco Melchiori. Alla redazione de La Gazzetta non l’avevo trovato.
“Provi alla calata Duilio. A quest’ora forse si starà facendo una birra”.
Il posto, quello tipico frequentato per lo più da abitué: giovani coppie abbarbicate su alti trespoli davanti al bancone, giocatori di scacchi, ragazze inequivocabilmente disposte, vecchi beoni, disoccupati di professione. Insomma un punto di riferimento per gente annoiata alla quale poco importava dei camerieri sudati, dei cattivi odori, del rumore dei piatti e delle urla dei commensali. Anzi più il chiasso era alto, più quella gente si trovava a proprio agio. Un tale, uno scrittore, disse una volta che questi posti sono una palestra di vita dove si impara a confrontarsi con idee diverse dalle proprie, a discutere e ad accettare credi altrui, dove impera il buonismo. Sarà. Personalmente la vedevo in un altro modo. Per me, piuttosto materialista, quegli avventori si identificavano solo in una fauna desiderosa di divertirsi e di bere. Null’altro.
Marco Melchiori se stava seduto in un angolo, un boccale di Tuborg mezzo vuoto. Il volto del giornalista sembrava preoccupato. Lo faceva più vecchio di quello che effettivamente doveva essere. Ma forse era una impressione, forse per via di quella barba spruzzata di bianco. Mi chiesi quanti anni potesse avere, soprattutto quale fosse il modo migliore per avvicinarlo.
- Le dispiace se mi siedo al suo tavolo? Non c’è un tavolino libero…
“Faccia pure, tanto io tra un po’ me ne vado”.
- Oh, non vorrei fosse per colpa mia, magari l’ho disturbata…
“Assolutamente, si accomodi”.
- Vedo che ha finito la sua birra, gliene posso offrire una?
E senza attendere la riposta già gridavo ad un cameriere di portare due boccali.
- Ma subito, perché abbiamo sete e che sia alla spina. Mi raccomando…
L’approccio, sia pure insicuro, avrebbe potuto dare i suoi frutti.
Melchiori si lasciò convincere e - giacché le birre, ad un certo punto erano diventate più d’una – dette sfogo a quel risentimento che lo stava rodendo. Mi ero premunito di mettere in mostra La Gazzetta con l’articolo del giornalista. Nel sommario, sotto il titolo testa della prima pagina, si faceva riferimento anche all’ipotesi di un possibile triangolo.
“Le posso assicurare che non ho dato sfogo alla fantasia, nessuna invenzione. Pure, non lo crederà, nel servizio di domani me ne dovrò uscire con una rettifica. L’avvocato Malerba non solo mi ha querelato per diffamazione ma, quel che peggio, mi vuole citare in civile per una somma piuttosto alta. E dove la vado a trovare? Questa è la libertà di stampa!”.
- Ma lei, per scrivere quello che ha scritto, immagino abbia avuto una dritta…
“E anche buona, per questo. Glielo posso dire, tanto lei mi pare che non sia di qui. A parlarmi di un rapporto tra la Gherardesca ed una persona del posto, è stato un imprenditore, Sandro…..”.
Dal nome e cognome, avevo già capito a chi si riferisse. Non c’erano dubbi. Melchiori alludeva a quel Sandro che conoscevo bene, un industrialotto del posto specializzato in export-import con marmi lavorati sia in Europa che in Medio-Oriente, un giro di affari notevole, bene accolto nei circoli cittadini dove sapeva mettere a frutto il suo savoir-faire casareccio. Di sicuro doveva avere conosciuto la vittima e magari averne carpito qualche confidenza. Mi ripromettevo di chiamarlo al telefono. Era da tempo che non ci sentivamo. Intanto però bisognava confortare quel povero Melchiori.
- Non si lasci demoralizzare. Querele e citazioni hanno il tempo che trovano. Sa che cosa le dico? Dove c’è fumo c’è arrosto. Indaghi ancora e soprattutto stia dietro al commissario Torrisi. E’ un cane da caccia che prima o poi scoprirà l’assassino”.
In quanto alla citazione che il giornalista rischiava di vedersi piovere da un momento all’altro, beh! dentro di sé mi rendevo conto che la minaccia del Malerba non era da prendere sottogamba. Ne sapevo qualche cosa ripensando alla ingiunzione che avevo ricevuto dal Tribunale civile quando era ancora in servizio attivo. Me l’ero vista brutta. Era stato a causa di un articolo in cui facevo riferimento alla collusione di un noto magistrato della capitale con la malavita. Ero ben documentato perché ero riuscito a mettere le mani sulla requisitoria di rinvio a giudizio del suddetto. Ebbene, dopo un po’ di tempo, mi vidi recapitare un avviso di pagamento per due miliardi di vecchie lire. Danni morali, era scritto. Una cifra astronomica tanto che il giornale per il quale lavoravo se ne lavò subito le mani. Ci vollero tre gradi di giudizio, tutti vinti, per uscire fuori dall’incubo. Ma intanto erano trascorsi dieci anni (la giustizia è lenta) e avevo dovuto sborsare di tasca mia ben quaranta milioni, solo di assistenza legale.
Ma bando ai cattivi ricordi. Era ora di rientrare a casa. Fuori della brasserie si respirava un’aria buona. Il cielo era coperto. Probabilmente sarebbe piovuto. Era il caso di affrettarsi. Incerto se passare per le strade del centro o se allungare fino al porto per imboccare viale Trieste, alla fine mi si era diretto verso viale della Vittoria. Venti minuti e sarei stato a letto raggomitolato come un gatto sotto le coperte. In lontananza si sentivano gli schiamazzi degli ultimi avvinazzati. La notte amplificava lo sgradevole eco.         
Come anticipato dal meteo, fin dalle prime ore di venerdì era cominciato a piovere. Non era però quell’acqua necessaria e tonificante che si vorrebbe per la campagna e per una terra diventata troppo dura. Veniva giù a sprazzi, sollevata da un vento che anche quel giorno era piuttosto forte. Ero indeciso se recarmi all’appuntamento con Giancarlo a piedi o se era il caso di passarlo a prendere sotto casa con la macchina. Il tragitto era lungo per cui decisi per la seconda alternativa. Oltretutto non mi sarei bagnato. Per la parte che dovevo interpretare mi era vestito da gentiluomo inglese, old england. Dall’armadio avevo rispolverato una giacca di tweed su pantaloni di flanella e scarpe tipo Clark. Loden, irish beret e bastone da passeggio avevano completato il tutto.
Giancarlo, che già aspettava sul portone, si era buttato invece sullo sportivo, un classico ma decisamente comodo. In testa niente. L’argento dei suoi capelli bastava per conferirgli quell’aspetto signorile che è tipico degli uomini di mare.
Poco prima delle 10:00 entrambi eravamo pronti a ripetere le gesta di Tony Curtis e Roger Moore della serie Attenti a quei due.
Il civico 35 di via Canonica è una moderna costruzione tirata su in poco tempo agli inizi di questo secolo quando la crisi economica non aveva ancora dato un freno al boom edilizio. Sorge dove un tempo si trovava l’antico gasometro risalente agli inizi del Novecento e che, con la sua vasta aerea, costituiva uno degli esempi più belli di architettura industriale. Qualcuno, per verità, si era opposto al suo abbattimento ma gli interessi avevano avuto la meglio sulla conservazione dell’intero fabbricato che era stato raso a terra senza tanti rimpianti né da parte dell’amministrazione comunale né da parte dei benpensanti.
Il nuovo compresso, per la verità, non era male. I progettisti non avevano lesinato sugli spazi a tutto vantaggio degli appartamenti spaziosi e pieni di luce. In uno di questi abitava, con il marito, Margherita Gherardesca. A me, per attaccare discorso con il titolare della portineria, interessava però quello che era stato messo in affitto per tramite di una agenzia di compra-vendite. Il piano di azione prevedeva che fosse Giancarlo a prendere l’iniziativa con il titolare della portineria. Ci trovammo al cospetto di una donna con un bel viso e le guance rubizze che doveva essere appena uscita dalla guardiola. L’aspetto giovanile tradiva gli anni. Una straniera di certo ma parlava bene l’italiano; probabilmente era di origine albanese. Niente a che vedere con le portinaie descritte nei romanzi di Simenon, per lo più scorbutiche e poco propense a collaborare con il famoso Maigret. La nostra portinaia stava pulendo l’androne accanendosi a lucidare, con un puntiglio a dir poco certosino, uno scorrimano in ottone. Si fece subito avanti per chiedere cosa volessero.
“Desiderate?”
A parlare per primo, secondo quanto stabilito, era stato Giancarlo.
- Abbiamo visto che è in affitto un appartamento in questo palazzo. Il signore che mi accompagna, qui accanto, vorrebbe saperne di più. E’ un mio conoscente. Viene da Roma e, dato che è sua intenzione trasferirsi in questa città, sta dando un’occhiata in giro. Le saremmo grati se potesse darci qualche notizia, prima di rivolgerci direttamente all’agenzia.
Come per incanto nelle mani di Giancarlo erano comparse cinquanta euro e, come per incanto, erano sparite in un attimo in quelle della donna. Altea – così si era presentata - doveva essere un’abile prestigiatrice. Magari un tempo lo era stata, magari in qualche circo.
“Se posso esservi utile, sono a vostra disposizione. L’appartamento si trova al quarto piano, però non si affaccia sul porto. Un attimo e prendo le chiavi”.
Era il momento di farmi avanti.
- Mi dica, signora Altea, l’appartamento non sarà per caso vicino a quello dove viveva quella persona che è stata uccisa? Sa, alla mia età sono molto impressionabile. Ho letto del delitto sul giornale. Che cosa raccapricciante, non si può stare sicuri da nessuna parte. Sarà stato qualche drogato che aveva bisogno di soldi per andare a comprarsi la roba…
“Povera signora. Ma non è come pensa lei…”.
Un sorriso malizioso comparve sul volto di Altea. Voleva dire tutto…e niente”.
La cosa mi incuriosiva mentre altre 50 euro passavano di mano.
- Ah, sì? E come sarebbe andata?
“Nessuna rapina, almeno come la penso io. La signora non era molto felice. La differenza di età con l’avvocato si faceva sentire. Non è che litigassero, questo no, però non li ho mai visti scambiarsi un gesto affettuoso. Sempre distaccati. Ultimamente invece….”
- Ultimamente?
“Beh, la signora sembrava un’altra. Si vedeva che la vita le sorrideva. Quando usciva è capitato anche che si fermasse a parlare con me. Mi chiedeva dei miei figli, insomma era diversa”.
- E questo mutamento a quando risaliva?
“Qualche mese. Mi faccia pensare, poco prima di Natale”.
Interessante quello che spifferava Antea. Allora nella storia tirata fuori dal Melchiori un fondamento di verità c’era. Volevo  saperne di più, però senza calcare la mano.
- Tu cosa ne pensi Giancarlo? E’ una ipotesi che non mi convince Rimango dell’idea che il delitto sia stata opera di qualche balordo. Sei d’accordo con me?
“Caro lei, allora non conosce le donne. Se non mi vuol credere, padrone, ma una volta io l’ho vista…”.
L’ammiccamento della portinaia lasciava intendere tutto. Peccato che in quel momento non fosse presente il commissario Melchiori. L’avrebbe tartassata per benino senza ricorrere, come stavamo facendo noi, ad altri espedienti. Che l’avesse già interrogata? Ad ogni modo la strategia attuata da me, con il supporto di Giancarlo, sembrava dare qualche risultato.
- Si!? E mi dica…
“Come le stavo raccontando ho visto la signora alla guida della sua auto, una BMW di colore grigio ferma ad uno di quei posteggi ad ore. Quel giorno ero andata a Cattolica a trovare mia sorella. Mi sono chiesta ‘E cosa ci fa la signora da queste parti?’. La signora aveva tirato giù il finestrino e fumava. Doveva essere nevosa perché in continuazione prendeva il cellulare cercando di telefonare. Ho pensato che il numero che chiamava dovesse essere occupato. Curiosa ho atteso qualche minuto per vedere cosa sarebbe successo. Poco dopo infatti è sopraggiunta un’altra macchina. Ne è sceso un uomo, un bell’uomo, piuttosto alto, con un certo fascino. Avrà avuto più o meno una trentina d’anni. Ecco assomigliava un po’ a Riccardo Scamarcio..”.
- Continui…
“A quel punto anche la signora è smontata dalla BMW. Si sono abbracciati e baciati, quindi sono rimontati sull’auto di lui e via”.
Allora non c’erano dubbi. La Gherardesca aveva un’amante, e pure giovane a quel che sosteneva la portinaia. La tresca cambiava di molto il quadro. Ma il marito? Era all’oscuro di tutto oppure, consapevole che la moglie lo tradisse e roso dalla gelosa in un impeto d’ira l’aveva strangolata? Tra le tante confidenze, Melchiori gli aveva detto però che l’avvocato Malerba non era di corporatura robusta, senz’altro necessaria se fisicamente voleva avere il sopravvento sulla resistenza della vittima. E allora? Allora, allora…
-  Un’ultima cosa, signora Altea. Si ricorda che tipo di macchina fosse quella con la quale i due colombi quel giorno si son involati?
“Non me intendo molto ma doveva essere una marca straniera. Sul frontale aveva dei cerchi…”.
- Grazie. Ah, senta. L’appartamento mi piace. Mi scriva, per favore, il nome dell’agenzia che tratta l’affitto. Le farò sapere qualche cosa. Penso proprio che ci rivedremo…
Sulla strada del ritorno, non prima di avere riaccompagnato a casa Giancarlo, feci mentalmente il punto di quanto aveva appreso. Ne avrei parlato con il commissario sempre che questi mi avesse chiamato. Ormai era rientrato da Bologna. O via! gli avrei telefonato io, a rischio di disturbarlo.
- Salve commissario, le va di sapere quello che ho raccolto? Questa sera?....no questa sera ho promesso a mia moglie di andare a mangiare un pesciolino sulla panoramica. Le va bene nel pomeriggio?….facciano allora nel piazzale Mosca in quel caffè ad angolo, attorno alle quattro…mi dice che non ha molto tempo da dedicarmi…ho capito, alle sei ha una riunione con il questore…stia certo che non lo farà attendere. Intanto la saluto, a più tardi…
Era smesso di pioviccicare. Non c’era verso, il tempo non aveva proprio voglia di buttarsi in un’acqua di quelle a cui si era abituati una volta. Che avessero ragione gli scienziati? Vuoi vedere che quella ragazzina - come si chiama, Greta Thumberg? – avesse visto giusto sui mutamenti climatici? Le sue profezie, però..!. Una saccente, antipatica per giunta, ma che il mondo sprofondasse verso una sorte di buco nero non si poteva negare. Almeno avesse fatto un po’ di neve. Qualche bel fiocco avrebbe rallegrato un carnevale alquanto sottotono. Ma di fiocchi neppure un accenno. Tirai un lungo sospiro, quindi aprii il cancelletto per scendere in giardino.
A casa mia moglie non si era sprecata. Uno spuntino sarebbe stato già molto.
“C’è della frutta. Se vuoi, in credenza puoi trovare i resti di un panettone ed un pezzo di torrone al cioccolato…”.
Me ne ero astenuto.
- Grazie, no.
In quel momento non avevo appetito ma mi sarei rifatto la sera a Marina alta davanti ad un bel piatto di tagliolini all’astice. Per il resto avrei scelto sul posto. La lista dei secondi, ne ero sicuro, non mi avrebbe deluso.
Alle 16:00 puntuale ero in piazzetta Mosca dove si affaccia il palazzo omonimo sede dei Musei civici. Lo slargo è uno dei luoghi più caratteristici della città. In estate è il ritrovo di moltissimi giovani che all’imbrunire si raccolgono seduti davanti all’unico Caffè per trascorrere qualche ora piacevole in compagnia della musica a volte blues, a volte cool jazz o  sound o rhythm. Un tempo, piuttosto indietro, al posto della piazzetta c’era un giardino che collegava l’edificio in questione con un altro palazzo, il Mazzolari, il cui ingresso principale si trova in via Rossini, proprio di fronte alla casa dove nacque il genio musicale. Era stato acquistato dai Mosca nel 1842 quando ancora la famiglia – discendente di ricchi mercanti bergamaschi giunti nelle Marche attorno alla prima metà del ‘500 – non si era rovinata finanziariamente per seguire a Londra le peripezie processuali di Carolina di Brunswich, moglie ripudiata di Giorgio IV del Regno Unito. Entrambi gli edifici sono molto imponenti (gli archistar che ne idearono il progetto non erano niente ame), ma avrebbero bisogno di un accurato restauro. Ne varrebbe la pena se non altro per ridare prestigio ad una città mezza addormentata e che non sembra dare tangibili segni di recupero per risollevarsi dall’indifferenza per le sue vestigia.
Mi rendevo conto però che le mie erano riflessioni fuori luogo per cui, parafrasando quel detto latino (non ricordavo né le parole né l’autore), era meglio dargli un taglio se non volevo far aspettare il commissario.
Torrisi era già seduto al Wine-bar Vaccaj, locale pittoresco tra il liberty parigino ed il decò, molto indicato nei mesi invernali perché accogliente e piuttosto intimo; adatto per i ritrovi intellettuali e, perché no, per le coppiette desiderose di sottrarsi alle maldicenze dei pettegoli. Lì anche una carezza di troppo è guardata con benevolenza.
“Novità giovane amico? Immagino che si sia dato da fare e che abbia raccolto qualche notizia. Sa cosa le dico? Non avevo dubbi nonostante che inizialmente lei avesse rifiutato di darmi una mano”.  
- Grazie per il giovane. Alla mia età una parola di incoraggiamento non guasta, però ha ragione, ci sono ricaduto. E’ più forte di me. In quanto alle notizie non so se siano importanti al fine delle indagini…
Dettagliatamente riferii al commissario quello che avevo scoperto andando a curiosare, come mi aveva suggerito ,qua e là. Avevo però omesso di fare il nome di una fonte. La carta dell’imprenditore del marmo volevo giocarmela personalmente.
- Ha capito Torrisi, nella vita della vittima c’era un altro uomo. Si tratta ora di scoprire chi sia…
“Bravo, ha fatto un buon lavoro. Anche a me risulta che la Gherardesca si desse da fare. Stia pur certo che prima o poi arriveremo al nome. La città è piccola, a meno che…
- A meno che l’amante non fosse di fuori. E questo che vuol dire? E poi, che il Malerba, che fosse all’oscuro di tutto? Capisco che i mariti sono sempre gli ultimi a sapere ma è anche vero che le voci corrono e prima o poi arrivano all’interessato. Non è un caso che lo sapesse pure la portinaia. A proposito. Mi ha confessato di avere visto i due colombi salire su una macchina il cui frontale aveva cinque anelli. Non mi ha saputo dire però quale fosse la marca dell’auto. Penso che fosse un’Audi….
“Ma guarda quante cose ha spifferato questa donna! Con me ha fatto la reticente. Dovrò riascoltarla e allora per lei tirerà una brutta aria. Chissà perché con la polizia tengono tutti la bocca chiusa…”
- Se la polizia aprisse il portafoglio, avrebbe più collaborazione. Io le ho sganciato centro euro…
“Lasciamo perdere”.
- Appunto, lasciamo perdere. Ma non è il momento che sia lei Torrisi a mettere giù le sue carte?..
Non ne aveva molte e quelle poche erano irrilevanti. La trasferta nella sede della Bioprocter si era risolta in un nulla di fatto. Da quanto avevano dichiarato i colleghi di laboratorio della Gherardesca, la ricercatrice era stata descritta come una persona seria e dedita al lavoro. Poche chiacchiere e soprattutto nessuna eccessiva confidenza con i colleghi maschi. A confermarlo era stata anche la Direzione del Centro. Stesso discorso da parte della Cambridge University che era stata contattata per telefono. In merito al marito, l’avvocato Malerba…
- In quanto al marito? Che cosa mi sa dire?
“Ha un alibi inconfutabile. Al momento del delitto era in compagnia di eminenti relatori che avevano preso parte ai lavori di un seminario dal titolo The capabilities approach to labour law. Tra questi, due celebrità internazionali quali Maupain e Munddlak. Un fronte chiuso, quindi. Domani comunque gli chiederò se può dedicarmi un po’ del suo tempo. Dopo i funerali, s’intende. Anzi avrei piacere se all’esequie fosse presente anche lei. Magari nascosto tra la folla in modo da studiare i volti delle persone. Ora però devo proprio lasciarla, altrimenti chi lo sente il questore? E grazie per l’informazione sulla Audi. Mi metterò subito in movimento per dare un nome al suo proprietario. In fondo potrebbe anche essere proprio lui l’assassino!”.
Non ne ero molto convinto.
Il sole era calato da un’abbondante mezzora ed il buio stava avvolgendo le strade che portano al mare complice una fitta nebbia di quelle che mi ricordavano, con una vago senso di nostalgia, le fredde serate invernali quando - in compagnia di amici sempre in cerca di avventure e di amori mordi e fuggi – ci si sedeva in una panchina di fronte al simulacro del vecchio Kursaal. Allora era stato bello ascoltare – in assenza di pensieri, che se mai c’erano, lo erano stati legati ad una gioventù spensierata – i suoni delle sirene intervallati a distanze regolari. Era la stessa nebbia. Simile ad una grigia ombra, era pronta anche adesso ad inghiottirmi trascinandomi in una sorta di buco nero dove il rumore delle onde si confondeva con i richiami dei natanti. Unico punto di riferimento, sull’alto della collina, il grande faro bianco che un tempo provvedeva a segnalare ai motopesca la rotta per rientrare in porto. Il faro! una torre fuori del tempo, quando alle imbarcazioni è sufficiente un piccolo radar per orientarsi.
Bene, dite quel che volete, ma la nebbia se sovente è di compagnia alle volte trasmette una certa inquietudine. Specie la sera c’è sempre il timore di ritrovarsi qualche male intenzionato alle spalle. Stefani non aveva paura ma alla guida della sua stagionata auto guidava con prudenza mentre risaliva per la Panoramica Adriatica. La si prende per portarsi a Santa Marina Alta, piccola frazione che si protende sul mare e prima tappa di un percorso che tocca Fiorenzuola di Focara, Casteldimezzo, Vallugola e Gabicce Monte. Di strade e di stradine per arrivare a S.Marina per la verità ce ne sono parecchie, tutte caratteristiche, tutte che rientrano in quel comprensorio – chiamato impropriamente Parco – ricco di una vegetazione che in parte è selvaggia e che poco ricorda la macchia mediterranea. Nonostante la nebbia e i timori di mia moglie di finire in qualche scarpata, avevo scelto il tragitto più lungo fatto di curve strette e controcurve ancora più strette. Alla fine eravamo arrivati a destinazione bloccando la vettura su un ciglio, a strapiombo sulla falesia. Fermi a contemplare il nulla, del mare si poteva udire solo il sordo rumore, in lontananza. Il mare inteso come potenza oscura identificato dalla mitologia in Poseidon, ricco di tempeste e di naufragi. Quante vittime si possono addebitare al mare, quante di queste erano coloro che non lo avevamo amato. Alla sua ira, tra i tanti, non era sfuggito neppure Hendrick van Der Decken, l’Olandese volante; sì proprio il comandante del Vascello fantasma, che aveva dannato l’anima, sua e dei suoi uomini, per avere imprecato contro Dio e gli abissi.
Davanti ad un bel piatto di tagliatelline fumanti al pesce bianco avevo dimenticato già tutto. Mia moglie si era accontentata di un antipasto caldo e freddo, una eccellenza sotto ogni punto di vista. Da Gennaro, non a caso, si rimane sempre soddisfatti. Se avesse potuto ritornare in vita Paolo Monelli! certamente quale occasione migliore per rivedere ristampato il suo Ghiottone errante e per  inserire, da alfiere della cucina enogastronomica quale era, le specialità di questo ristoratore immutate da decenni e da decenni appaganti.
Avevamo mangiato di gusto e bevuto un buon vino; avevamo altresì indugiato a tavola da perfetti buongustai assaggiando con saggezza le varie portate suggerite dal trattore. Un inno alla vita. Infine ci eravamo alzati e, dopo essere rimontati in macchina, giù a tavoletta per la strada dei Canneti giocando solo di fari e pregando il Padreterno di farci arrivare a casa sani e salvi. Sulla Statale neppure l’ombra della polizia.

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Sabato. I funerali erano stati fissati nella Chiesa Cattedrale. Poco prima delle 11:00 mi trovavo sul posto per prendere posizione, ma – come aveva suggerito il commissario Torrisi - un po’ defilato, dietro una colonna. Da lì avrei potuto osservare sia le persone che si posizionavano in prima fila sia quelle più distanziate. La gente cominciava ad arrivare e a riempire i banchi. Quelli sulla sinistra erano stati destinati ai più stretti famigliari della vittima, sulla destra le persone più influenti della città. Chissà chi erano?
“Il marito è quello, lo vedi?…”
A sciogliere ogni mio dubbio era stata Bianca Maria. Me l’ero ritrovata da dietro che mi prendeva per un gomito. E’ un’altra mia amica dei tempi andati. E’ sempre informatissima e non si tira mai indietro se le chiedi chi sia quello o quell’altro. Una sorta di gazzettino, non le sfugge niente.
“Poveretto, che disgrazia! Ma chi sarà stato?....Quelle due signore a fianco al Malerba, con il velo nero in testa, sono invece le sorelle della Gherardesca. Sono native di Urbino, come la morta, ma vivono una a Parma e l’altra a Torino…Guarda è entrato adesso il prof. Cerulli, è un pezzo grosso della cardiologia…e quello? Quello se non sbaglio è un magistrato, si chiama…”.
Bianca Maria avrebbe continuato a farmi l’elenco di tutti i presenti che si sentivano in dovere di esprimere pubblicamente il loro cordoglio e che si avvicinavano al Malerba per le solite parole di conforto ma, poiché la mia attenzione era rivolta proprio a lui, non la stavo più a sentire. Stringeva le mani limitandosi a sfiorare le dite e quasi si sottraeva agli abbracci consuetudine in simili circostanze. Dal viso, piuttosto cereo non coglievo evidenti segni di dolore ma solo indifferenza. Stretto in un abito di color fumee, arricchito da una cravatta grigia a pallini neri, l’avvocato tutto sommato dava l’idea di essere un uomo antipatico e pieno di sussiego. La domanda che mi ponevo era più che giustificata. Aveva amato sua moglie o il loro matrimonio era stato solo di facciata? A saperlo. Non c’erano figli ma questo significava poco. Lui, certo, era un uomo importante. Ricco, a quel che diceva in giro. Ma anche lei non aveva nulla da rimproverarsi in fatto di background. Forse gli interessi erano di altro tipo. Come che fosse, dal mio punto di vista Torrisi avrebbe dovuto approfondire. Un omicidio si porta dietro sempre un movente. Ma quale sarà stato quello per il quale qualcuno aveva deciso di chiudere la partita con Margherita Gherardesca? Bella domanda.
Il feretro nel frattempo era stato adagiato sui cavalletti e ricoperto di cuscini di fiori e di corone; se ne stava lì in attesa che la cerimonia funebre avesse inizio. Solo che il sacerdote officiante non aveva fatto ancora la sua comparsa. Questo aveva permesso ai ritardatari di accomodarsi e di dare sfogo alla falsità delle lacrime. Un rituale straziante, fatto di mormorii appena percettibili, a cui si prestavano ben volentieri quanti avevano fatto della loro presenza in chiesa un motivo in più per spettegolare, indifferenti alla buonanima o compianta che fosse. Schiacciato tra la folla e sospinto ad un certo punto verso la navata centrale da una bellissima ragazza dalle gambe lunghe e dal seno abbondante mi veniva quasi da ridere. Era il repetita delle tantissime esequie alle quali avevo dovuto assistere durante la mia lunga carriera! Erano stati per lo più funerali di morti ammazzati, morti di mafia e di terrorismo, che avrebbero dovuto imporre nella sacralità del momento un doveroso raccoglimento e che invece per noi colleghi della stampa erano una ulteriore occasione per scambiarci informazioni o per l’immancabile tagli e cuci sul defunto. Come accennato, di funerali me ne ero sorbiti parecchi e di questi in chiese niente male. Dovevo riconoscere che anche quella, scelta per l’estremo addio alla Gherardesca, faceva la sua bella figura. Prima di uscire di casa avevo dato una rinfrescata alla sua storia consultando ad una guida turistica locale. A quel che vi era scritto l’edificio ha origini antiche. Lo proverebbero due pavimenti a mosaico risalenti al paleo-cristianesimo. La facciata al contrario ci riporta ad un tardo romanico. Al suo interno, nel corso dei secoli, non sono mancati al contrario numerosi rimaneggiamenti architettonici. Una variante che non ha comunque scalfito il fascino della Cattedrale. Peccato invece che tempo addietro qualcuno, digiuno di avvenimenti di rilievo relativi alla città, abbia deciso di sbaraccare la cattedra gestatoria che si trovava a sinistra dell’altare. Era stata eretta nel 1856 in occasione della visita di Pio IX. Fu in quell’anno infatti che il Mastai stabilì con una speciale Bolla che la Chiesa di Santa Maria Assunta (così si chiamava) fosse eretta a sede papale. L’episodio viene ricordato in una delle tante lettere che il console del Re di Sardegna inviava quotidianamente al ministero degli Esteri a Torino. Il pontefice si era trattenuto in città appena due giorni. Aveva fretta dovendosi recare a Bologna. La stessa fretta che sicuramente si doveva essere impossessata di Torrisi il quale, non appena il sacerdote aveva impartito la sua benedizione, che si era fiondato sul Malerba. Li vidi confabulare fuori del sagrato per alcuni minuti. L’avvocato mi pareva alquanto irritato il che mi fece supporre che il commissario avesse mancato di tatto bloccandolo subito dopo la funzione. Ero sicuro che si sarebbe sfogato con me.
La giornata, dal punto di vista meteo, si presentava discreta. Non pioveva ed il vento si era calmato. Era opportuno approfittarne per fare qualche acquisto in attesa di fare quello che gli anglosassoni chiamano il lunch. Per Stefani come sempre un pasto leggero in attesa di rifarsi la sera a cena. Aveva fissato al Mediterraneo. Si mangiava bene con una spesa alquanto contenuta. La clientela era tranquilla e la signora Irina, che dirige l’albergo, era una perfetta padrona di casa. Avrebbe impiegato le prime ore del pomeriggio incontrandosi con Sandro che gli aveva fissato un appuntamento presso il suo studio in piazza Lazzarini. L’aveva accolto con molta familiarità. Non era per nulla cambiato. Nonostante l’età aveva mantenuto quello spirito giovanile che gli rammentava le scorribande notturne fatte con una 600 multipla nei primi anni Sessanta. Quando aveva buttato il discorso sulla Gherardesca si era messo a ridere.
“Lo sapevo. Anche tu a chiedermi informazioni sulla morta. Non bastava quel rompiscatole di Melchiori. Lo volete capire che non so nulla della vita che conduceva? Ci mancherebbe altro che il mio nome uscisse sui giornali. Vallo poi a spiegare a quelli di via Giordano Bruno. Non voglio storie con la polizia”.
Stefani avrebbe potuto lasciar perdere ma, poiché non c’è niente che non si riesce ad ottenere con l’insistenza, alla fine aveva fatto breccia sul riserbo dell’amico. Che poi era tutta una finzione. E così era venuto a sapere più di quanto avesse sperato. La figlia più piccola di Sandro, Giulia, era stata infatti più che in buoni rapporti con Margherita Gherardesca. Avevano fatto gli studi universitari insieme a Bologna e si erano frequentate con una certa assiduità. Andavano molto d’accordo.
“Insomma, sai come sono le donne. Ciuciù, ciuciù, a raccontarsi un po’ di tutto, quello che facevano, la moda, i vestiti…”.
- D’accordo, ma lei, la Gherardesca si era confidata con tua figlia? Che avesse un altro uomo, non è più un mistero ormai…  
“Confidenze vere e proprie, no. Quando Margherita si era sposata cinque anni fa era stata una sorpresa per tutti. Tieni presente che la conoscevo bene anche io perché frequentava casa nostra. Non si è mai capito bene perché avesse voluto unirsi ad una persona, tra l’altro più vecchia di lei. Non le sarebbero mancati partiti migliori. Giravano però alcune voci…”.
- E quali sarebbero state queste voci?...
“Pare che la famiglia di lei, proprietaria di una società nel Montefeltro, fosse sull’orlo del fallimento per alcuni grossi ammanchi ma soprattutto per investimenti sbagliati. Per questo sarebbe stato già pronto un ordine di arresto nei confronti del titolare dell’impresa, che poi era il padre di Margherita. A metterci una pezza sarebbe stato l’avvocato Malerba che curava gli interessi della famiglia Gherardesca e che pare si fosse innamorato di Margherita”.
- Quando dici pezza, cosa intendi?
“Beh, avrebbe coperto il buco di bilancio mettendoci del suo. Qualcosa come cinquecento milioni di euro. Non è poco. Di qui la gratitudine di Margherita, un do ut des”.
- Quindi un matrimonio di convenienza?…
“Proprio così. I due però non andavano assolutamente d’accordo. Fuori rispettavano le convenienze per non dare adito a chiacchiere ma dentro casa vivevano da separati. Comunque lei non era felice. Ogni tanto si sfogava. A sentire mia figlia, l’esistenza le era diventata un inferno. Non che ci fossero scenate in casa, l’avvocato non si sarebbe abbassato ad alzare la voce. Ma, alle volte il silenzio è peggio. E lui non parlava. Poi di colpo…”
- Poi di colpo?
 Poi di colpo Margherita era cambiata. Era diventava un’altra. Per farla breve sembrava rifiorita tanto che un giorno Giulia, intendo mia figlia, gliene parlò: Sei cambiata, come dire trasformata. Sei più vivace, più allegra. Dimmi. Mica ti sarai fatta l’amico? Lei era diventata tutta rossa e aveva cambiato discorso. Giulia non volle insistere ma aveva capito. La sua amica aveva un’amante”.
- E chi è? Fuori il nome…
“Mi dispiace, ma non posso dirtelo. Non lo conosco neppure io, credimi. Penso comunque che la polizia arriverà presto ad identificare questo misterioso uomo”.
Di più Sandro non aveva saputo raccontare. Ma anche quel poco era stato sufficiente a Stefani  per avere un quadro più chiaro circa la figura della vittima. Se la Gherardesca aveva una tresca, niente di più facile una volta scoperta che fosse stato il marito a farla fuori. Solo che l’avvocato non poteva essere stato non solo perché si trovava a Milano ma perché aveva un alibi inattaccabile. E allora chi? L’amante? Magari i due avevano litigato. Basta un nonnulla per scatenare l’ira. Le mani si stringono attorno al collo, e stringono e stringono fino a che quel corpo diventa inerte. Solo dopo ci si accorge di quello che si è fatto. Stefani però era più che convinto che non era andata così. L’omicidio, a suo parere, era stato pianificato. Lo provava il fatto della manomissione dell’impianto di allarme nel garage. Qualcosa non quadrava, anche se era certo che prima o poi sarebbe riuscito a far luce. Adesso ad ogni modo era ora di tornare a casa ed era tardi per fare altre cose. D’inverno fa buio presto e cominciava anche a fare freddo. Non sarebbe più uscito di casa ma ormai aveva prenotato al Mediterraneo. L’aspettava una sorpresa. Nella buca delle lettere era infilato un biglietto. Glielo inviava l’avvocato Malerba che lo pregava di chiamarlo l’indomani al telefono per fissare un appuntamento. Che cosa volesse da lui, Stefani non riusciva a spiegarselo. E poi chi gli aveva fornito l’indirizzo della sua abitazione? D’accordo che in una città come P. era quasi impossibile mantenere l’anonimato ma è era ugualmente strano. Che fosse stato il commissario Torrisi? Glielo avrebbe domandato. Stefani mise il biglietto in tasca poi, sempre più perplesso, si incammino con la moglie alla volta del Mediterraneo.