Cronaca

L'altra guerra in Iraq

martedì 18 marzo 2020 Servizio ripreso da Federico Borsari/ISPI Foto: ISPI

ROMA - Mentre grande attenzione è stata data alla recente escalation militare tra l’esercito turco e quello siriano nella provincia di Idlib in Siria o all’ennesima operazione della Turchia contro le Unità curde di Protezione Popolare (in curdo Yekîneyên Parastina Gel, Ypg) nel Paese a ottobre 2019, poco o nulla è stato detto su un’altra importante campagna militare portata avanti da Ankara negli ultimi anni.
Si tratta della campagna, questa più sotto traccia e soprattutto in Iraq, contro le basi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (in turco Partiya Karkerên Kurdistane, Pkk), un gruppo paramilitare di resistenza considerato un’organizzazione terroristica da Turchia, Unione Europea e Stati Uniti, e che da oltre tre decadi conduce una lotta armata contro le autorità turche per il riconoscimento di maggiori diritti alla minoranza curda all’interno del Paese.
Dopo il tentativo fallito di avviare un processo di pace che dopo due anni di negoziazioni aveva portato a un temporaneo cessate-il-fuoco tra stato turco e Pkk, nel 2015 sono ripresi gli scontri che hanno dato inizio a una fase estremamente violenta che continua ancora oggi e che ha causato quasi 5000 vittime tra militari e civili. Come in passato, l’impatto dello scontro si è riverberato ben oltre i confini della Turchia, inserendosi all’interno di un contesto regionale volatile e caratterizzato da una crescente instabilità. Il caos della guerra civile siriana, ormai giunta al suo decimo anniversario, e la creazione, nel 2015, di un’enclave curda da parte delle Unità di Protezione Popolare (Ypg) nella Siria nord-orientale hanno sicuramente ampliato la profondità strategica a favore del Pkk, spingendo dunque Ankara ad intervenire militarmente in tre occasioni per interrompere la contiguità territoriale del “Rojava” e salvaguardare il proprio confine meridionale da un movimento, le Ypg, che le autorità turche considerano un’organizzazione terroristica diretta emanazione del Pkk.
Ma è forse il contesto iracheno l’esempio più chiaro della riaccesa dimensione regionale della “questione curda” e della crescente assertività turca verso il Pkk. A partire dalla primavera del 2018, infatti, Ankara ha lanciato una serie di ambiziose offensive militari spintesi fino a 25 km all’interno del Kurdistan iracheno, dove il Pkk mantiene importanti centri di comando e basi logistiche. La più recente, denominata Operazione “Claw” (Artiglio), è iniziata nel maggio 2019 ma è in continuità con le precedenti nel contesto di quella che, ad oggi, risulta essere la più lunga offensiva militare contro il Pkk fuori dai confini turchi. Proprio il carattere marcatamente transfrontaliero dell’iniziativa, unito alla notevole efficacia tattica garantita dall’impiego estensivo della tecnologia, e dei droni in particolare, rappresentano gli aspetti di maggior rilevanza della nuova strategia di Ankara contro il Pkk. Mentre il primo anno di conflitto dopo il fallimento dei negoziati si era caratterizzato per una maggior concentrazione degli scontri all’interno dei confini turchi, soprattutto nelle aree urbane delle province a maggioranza curda, dalla fine del 2016 in poi si evidenzia un progressivo spostamento delle azioni militari turche al di fuori dei confini nazionali, specie lungo il confine siriano e nell’Iraq settentrionale. Questo upgrade geografico riflette in primis la natura transnazionale del Pkk, che fin dalle proprie origini ha abilmente sfruttato il territorio iracheno di Sinjar e le aree montuose intorno a Qandil come rifugio da cui organizzare nuovi attacchi in Turchia, ma anche l’accresciuta letalità della strategia di Ankara. L’obiettivo strategico primario delle forze turche è quello di stabilire una zona sicura nel nord dell’Iraq attraverso la costruzione di basi avanzate e punti di osservazione volti a supportare future operazioni e impedire il movimento e le attività di reclutamento del Pkk nelle vallate e nei villaggi a ridosso della frontiera turco-irachena. Da una prospettiva più ampia, poi, Ankara mira ad interrompere ogni possibile collegamento tra il Rojava siriano e la roccaforte irachena del Pkk a Qandil, annullando la rete di supporto logistico dell’organizzazione, specie a Sinjar, e costringendola così ad una postura sostanzialmente difensiva in tutta l’area. Sulla base dei dati forniti da International Crisis Group, è verosimile che dal maggio 2019 solo in Iraq siano stati eliminati circa 150 effettivi tra ufficiali e militanti del Pkk, un numero più alto di quello riferito ai tre anni precedenti.
Questo cambiamento “qualitativo” è in buona parte attribuibile all’uso di droni. La Turchia ha compiuto enormi progressi nello sviluppo dei velivoli a pilotaggio remoto (Unmanned Aerial Vehicles, UAV), producendo e utilizzando modelli di fabbricazione totalmente interna, tra cui l’Anka S[1] e il Bayraktar TB2[2], che le hanno consentito di diventare prima al mondo per numero di attacchi aerei con droni, addirittura davanti agli Stati Uniti. In pratica, l’uso di questa tecnologia ha rappresentato un game changer nella lotta tra la Turchia e il Pkk, ma non solo. I droni sono ormai a tutti gli effetti uno strumento chiave al servizio della politica estera di Ankara nella regione, dalla Siria alla Libia, passando per Cipro. La recente escalation con velivoli UAV lanciata contro le truppe siriane vicino a Idlib e risultata nell’annientamento di decine di veicoli corazzati e nell’uccisione di centinaia di soldati di Damasco ha rappresentato il primo utilizzo di tali armi tra due forze armate regolari, mentre il dispiegamento di droni armati nella Repubblica Turca di Cipro Nord, così come in Libia a supporto delle milizie del Governo di accordo nazionale (GNA), dimostra l’assertività della proiezione turca nel Mediterraneo, aumentandone nel contempo l’imprevedibilità.
Il caso di Idlib, tuttavia, è solo la manifestazione conclamata e su più ampia scala di una tattica già testata con successo contro i curdi. Di fatto, le operazioni nell’Iraq settentrionale e nel Rojava siriano hanno funto da laboratorio per sperimentare e affinare un’arma potenzialmente molto efficace, ma anche molto controversa. Il costo relativamente contenuto e la facilità di impiego “sottotraccia” (i modelli militari possono volare silenziosamente sull’obiettivo anche per giorni) hanno minimizzato i costi della guerra – nonché il senso di responsabilità – per chi li possiede, facilitando però interventi armati diretti o per procura anche in contesti di minor interesse strategico. Ad oggi, nessuna audizione sul tema dei droni e sulle implicazioni giuridiche del loro uso bellico è stata tenuta nelle aule della politica turca, nonostante i numerosi casi di vittime civili registrati nel Kurdistan iracheno e in altre aree dove opera il Pkk. Proprio in questi territori, peraltro, la questione della “responsabilità celata” (o negata) è ancora più urgente dato che anche l’Iran, pure dotato di droni armati, conduce da decenni una lotta a bassa intensità contro gruppi separatisti curdi, incluso il Pkk, al confine con Iraq e Turchia. Come in passato, il governo iracheno ha richiamato ufficialmente Ankara per le violazioni territoriali e per l’uccisione di civili durante le operazioni contro il Pkk, mentre da Erbil, vari leader della regione autonoma curda si sono limitati a velate critiche di circostanza, fornendo in alcuni casi addirittura informazioni e supporto alle forze turche. E questo perché la Turchia rappresenta il maggiore partner economico del Kurdistan iracheno – e uno dei più importanti per Baghdad – e condivide con il Partito Democratico del Kurdistan (Kdp), principale forza politica locale, la forte ostilità verso il Pkk. L’approccio di Ankara alla questione curda negli ultimi anni non riflette solo significativi mutamenti politici interni, ma anche una crescente assertività in politica estera. Nel caso della lotta al Pkk, questa è accompagnata dal ritorno a una maggiore spregiudicatezza nell’utilizzo dello strumento militare e di tecnologie reputate “poco invasive” o “chirurgiche”, ma non esenti da errori, che potrebbero però aver stabilito un pericoloso precedente per una regione già fortemente destabilizzata.

[1] Prodotto dalla azienda di stato Turkish Aerospace Industries (TAI)

[2] Progettato e costruito dall’azienda Baykar Makina dell’omonimo Selçuk Bayraktar, marito della figlia minore dell’attuale presidente turco Recep Tayyip Erdoðan.