Cronaca

Idlil può far cadere l'intesa Erdogan-Putin

4 febbraio 2020 Servizio ripreso da Giordano Stabile/La Stampa Foto: La Stampa

BEIRUT - A Idlib si consuma l’ultima battaglia della guerra civile siriana. E la prima diretta fra Damasco e Ankara. La provincia ribelle, una delle prime a sollevarsi contro Bashar al-Assad, è da dicembre sotto un assalto all’ultimo sangue delle truppe governative.
Pezzo dopo pezzo le linee difensive dei militanti sono state sbriciolate, soprattutto con raid dell’aviazione russa e siriana, e blitz delle forze speciali. Il prezzo è però pesantissimo. In due mesi almeno 290 civili sono rimasti uccisi nei raid, Maraat al-Numan, conquistata due settimane fa, e la stessa Saraqib, sono città fantasma. Mezzo milione di persone sono fuggite verso il confine turco. Le prime immagini girate dagli stessi soldati governativi a Maraat al-Numan sono impressionanti. Una distesa di case sventrate, macerie, bandiere di Al-Qaeda e persino dell’Isis. La cittadina era stata un centro importante della rivoluzione del 2011, poi presa in ostaggio dai gruppi jihadisti. L’unica nota positiva in tanto sfacelo è che il Museo dei mosaici, uno dei più importanti per l’arte bizantina, è quasi intatto. I militanti avevano coperto le opere con sacchi di sabbia e tavole per proteggerle dalle bombe.
A Idlib rischia però anche di saltare l’equilibrio precario trovato nel 2016 fra Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin, che ha permesso al regime di sconfiggere i ribelli e ha evitato che la guerra civile si trasformasse in conflitto aperto regionale. Ieri quell’equilibrio si è rotto e la prima battaglia fra l’esercito turco e quello siriano si è conclusa con decine di morti e feriti e ha messo a dura prova le relazioni fra la Turchia e la Russia. L’offensiva delle forze di Bashar al-Assad nella provincia di Idlib è diventata una valanga, e negli ultimi giorni e ha messo Erdogan in una posizione imbarazzante. I ribelli siriani suoi alleati hanno chiesto aiuto e quando si sono ritrovati quasi circondati nella cittadina di Saraqib, Ankara ha deciso di agire. Fra sabato e domenica decine di tank e blindati sono stati inviati verso l’autostrada Aleppo-Lattakia, l’obiettivo primario dei governativi.
Per la prima volta però i soldati di Assad non hanno frenato neanche davanti alle truppe turche. Prima dell’alba di ieri una pioggia di razzi e cannonate degli obici da 122 millimetri è caduta sull’ultima linea di difesa ribelle e ha investito anche le posizioni turche nell’area di Turumba, a Ovest di Saraqib. Quattro soldati sono stati uccisi sul posto, un quinto più un impiegato civile dell’esercito sono morti in ospedale. Altre nove militari sono rimasti feriti. La risposta turca è stata durissima. L’artiglieria, e forse anche cacciabombardieri F-16, hanno colpito “40 obiettivi”, come ha precisato il ministero della Difesa. Erdogan, in conferenza stampa di prima mattina, ha detto che “30-35 soldati siriani” erano stati uccisi. Il ministro della Difesa Hulusi Akar, ha poi portato il bilancio a 76 nemici “neutralizzati”.
Una guerra di parole, oltre che di bombe. Media siriani hanno prima ammesso la perdita di sei soldati, poi l’agenzia Sana ha addirittura negato che i raid avessero causato morti. L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha registrato l’uccisione di 8 soldati nella provincia di Idlib, altri tre al confine con quella di Lattakia, e due al confine con Hama. Altri 20 sarebbero stati feriti. I russi hanno invece negato che gli F-16 siano entrati in azione e ribattuto che “nessun velivolo turco” aveva violato lo spazio aereo siriano. Mosca ha anche rimproverato alla Turchia di “non aver comunicato” gli spostamenti dei suoi soldati “nella zona demilitarizzata” e in questo modo di aver causato “l’incidente”.
Russia e Damasco vogliono minimizzare perché la “neutralità” della Turchia è fondamentale per arrivare alla conquista della provincia di Idlib, o perlomeno dei due terzi, l’obiettivo di Assad. Fino Erdogan ha frenato la reazione per incassare lo scambio con la Tripolitania, da dove Putin ha ritirato i suoi mercenari e in questo modo rallentato l’avanzata di Khalifa Haftar su Tripoli. Ieri l’agenzia ufficiale siriana Sana ha sottolineato come, nonostante i raid turchi, l’esercito abbia continuato ad avanzare e ad accerchiare Saraqib, con la conquista dei “villaggi di Joubas e San”. Le truppe del regime sono così arrivate sull’autostrada M4 Aleppo-Lattakia, vicino all’intersezione con l’M-5 Hama-Aleppo. E’ dal 2011 che il governo non controlla quei tratti di comunicazioni fondamentali. Per i ribelli perderli è la fine. Chiederanno ancora aiuto alla Turchia. Un’altra scelta difficile per Erdogan: o li abbandona o si gioca il rapporto con Putin