Cronaca

Un muro lungo 45 anni

martedì 30 gennaio 2019 Servizio ripreso da Amalia De Simone/Corriere dell Foto: Corriere Tv

CIPRO - Sono due  le ombre che si abbracciano dietro il filo spinato. Sotto di loro il muro, imponente come la velleità sovranista di tenere separati due stracci di terra. Chissà se lei è turca e lui greco. O forse sono militari. E viene in mente il Duca bianco quando cantava «gli eroi solo per un giorno che si baciavano in piedi accanto al muro mentre la vergogna era dall’altra parte». Ma questa non è Berlino e non sono i tempi della guerra fredda. È oggi, è l’Europa in un posto che dall’acqua guarda la Siria. L’unico confine che ha un’isola è il mare. E anche a Cipro lo sarebbe se non fosse che il mar Bianco (così viene chiamato il Mediterraneo) l’abbraccia e un muro di 180 km la ferisce: dal 1974, anno dell’invasione di Cipro da parte dei turchi, c’è una linea verde che separa l’isola: da una parte i turchi e dall’altra i greci.
Nicosia è l’ultima capitale europea divisa in due da una barriera, che in realtà è una sequenza di case distrutte dalle bombe. Ce lo ricorda una scritta da oleografia turistica su un palazzo che si affaccia su uno dei principali check point della città, quello della parte commerciale dell’isola. Ce lo ricordano le frasi di lotta e di dissenso che si leggono ovunque: No borders no nations, united Cyprus, The wall can’t divide us. Non si potrebbe fotografare nulla dei posti di controllo così come dei vari varchi.
L’invasione turca del ‘74 avvenne ad opera dell’esercito che intendeva preservare la popolazione di origine turca da un paventato colpo di Stato organizzato dal popolo greco che era in maggioranza, con l’appoggio dei colonnelli che allora controllavano Atene. E così l’isola si ritrovò divisa in due parti e attraversata dalla cosiddetta green line con Cipro Sud, riconosciuta dalla comunità internazionale, e Cipro Nord, invece più isolata e appoggiata dal Governo turco. Prima di allora greci e turco-ciprioti avevano condiviso l’isola unita per 14 anni.
Nicosia sembra una città in guerra senza che ci sia la guerra. Filo spinato e trincee. Sacchi di sabbia e taniche di latta. Militari e posti di controllo. Fino al 2003 era difficile che riuscissero perfino ad incontrarsi turchi e greci. Poi, quell’anno, dopo trattative politiche internazionali si aprirono i cancelli che separavano le due parti dell’isola. «Prima non ci si poteva incontrare. Io ho visto per la prima volta un greco-cipriota quando avevo vent’anni», spiega Kemal Baykalli dell’organizzazione Unite Ciprus Now. «All’inizio si potevano avere dei permessi speciali per potersi parlare nella zona cuscinetto, quella controllata dai militari della United Nations Peacekeeping solo per incontrarsi e conoscersi. Incontrarsi diventava un atto politico importante. Dal 2003 in poi c’è stata la possibilità di passare da una parte all’altra ma le comunità non si sono mai veramente mischiate per vari motivi, il primo dei quali riguarda la lingua. Ciascuna comunità non parla la lingua dell’altra e l’elemento in comune finisce per essere la lingua inglese. Tante piccole cose vanno contro l’integrazione. Per esempio, io che sono turco-cipriota so che se mi sposto nella parte greca il mio telefono non aggancia il roaming e quindi non ha più segnale perché le due compagnie che servono la telefonia mobile a Cipro non si riconoscono l’una con l’altra e non hanno in comune alcun servizio. Io credo però che non bisogna forzare le persone ad interagire tra loro, ma creare spazi comuni e occasioni di incontro».
Marina Neofytou, fondatrice della ong Visual Voices, ci accompagna in una zona in cui si vedono le case abbandonate e distrutte, anche quella della sua famiglia. Tutto è rimasto com’era, come se tutto si fosse cristallizzato nel tempo per non dimenticare il dolore. Finestre sfondate che si aprono su altre finestre, graffiti sui muri che sembrano raccontare delle storie. Ci sono ancora le trincee con i sacchi di sabbia a chiudere gli spazi lasciati vuoti da pietre e mattoni. Le aree sono delimitate da taniche blu e bianche. Dietro i cancelli e il filo spinato i militari passeggiano imbracciando i fucili da guerra. Anche qui è vietatissimo fotografare o riprendere. Saliamo su un terrazzo. Da qui si vede, sull’altopiano, l’enorme doppia bandiera dello Stato turco del Nord.
«Quello che mi fa più impressione è proprio la bandiera che si illumina sulla collina della parte nord di Cipro come un monito per tutti per ricordarci che c’è una parte dell’isola che è occupata», dice Andrea Schuster del Goethe-Institut. A lei dopo cinque anni sembra ancora incredibile dover essere identificata ogni volta che deve passare da una zona all’altra. «Tengo la carta d’identità o il passaporto sempre a portata di mano e questa cosa mi fa sentire straniera ovunque vada». Il Goethe-Institut, guidato a Nicosia da Karin Varga, porta avanti una serie di progetti di integrazione e anche quello che metteva a confronto Nicosia con Roma nell’ambito del progetto Freiraum sulla libertà in Europa, si è concentrata sui muri e sui messaggi che possono essere veicolati attraverso dei murales. Ce ne sono tanti a Strovolos, estrema periferia di Nicosia, gemellata con la periferia romana a cui assomiglia molto come ha sottolineato Vito Foderà dell’associazione antimafia da Sud, coinvolta nel progetto.
Strovolos nasce come insediamento di rifugiati dopo l’occupazione turca. Molti di quelli che avevano perso la casa si stabilirono qui. George gioca a backgammon con alcuni suoi amici sotto un porticato. «Il mio villaggio fu distrutto quando ci fu l’occupazione turca e fummo costretti a scappare. Camminammo a lungo a piedi e poi arrivammo qui. Io da allora non ho mai più rivisto la mia casa», dice mentre indurisce gli zigomi per trattenere le lacrime che vorrebbero straripare dai suoi occhi stanchi. «L’azione militare turca ha cambiato per sempre le nostre vite. Avevamo delle case, i nostri cari, e in un giorno abbiamo perso tutto. Non avevamo più nulla. Dopo 44 anni i politici non hanno fatto niente. Io non accetto la divisione, noi siamo membri della Comunità Europea».
Difficile trovare qualcuno che apertamente sia favorevole alla green line: «Io sono cipriota», dice il tassista Edi, «e per spostarmi devo mostrare un documento. È assurdo, inaccettabile. Dovremmo essere più liberi, il muro è una vera merda». Olimpios è un ex reporter ma ora vende gelati. Lui è convinto che il problema sia dovuto all’ingerenza della comunità internazionale. «Lasciateci soli e risolveremo tutti i nostri problemi. Non abbiamo bisogno di muri, non siamo in prigione». La parte greca e quella turca sono molto diverse. Da un lato una città europea colonizzata come tutte da catene commerciali. Dall’altro lato un dedalo di viuzze con negozi di prodotti falsi. Chi passa dall’altro lato avendo acquistato borse o gioielli falsi rischia l’arresto. L’odore di cibo, giros e kebab, i locali che fanno musica, e tanti giovani stranieri attirati sull’isola dai progetti di cooperazione internazionale. In fondo il richiamo del muezzin di Santa Sofia si confonde con le campane di una cattedrale.
Michalis lo incontriamo per caso. Lui passa il suo tempo a cercare le persone scomparse durante l’occupazione e gli scontri avvenuti in seguito alle proteste. «Sono un rifugiato. La mia casa è dall’altra parte. Io voglio la pace e voglio che stiamo tutti insieme. Cerco informazioni sulle persone scomparse. Lo faccio da quando sparì mio fratello. Collaboro con associazioni e autorità», dice mentre indica dei terreni dove sono stati estratti dei corpi. «I militari entravano nei villaggi, spalancavano le porte delle case e sparavano. Ma ognuno per rassegnarsi alla morte dei propri cari ha bisogno di trovarne i resti. Guarda questa donna. A lei ho trovato un figlio», dice mostrando delle foto sullo smartphone. «Ma anche tra i turchi ci sono degli scomparsi assassinati dai fanatici nazionalisti greci. Il dolore appartiene a tutti».
All'ingresso della zona cuscinetto ci sono dei tabelloni che raccontano la storia di alcune vittime. «Ci sono stati movimenti di protesta per favorire l’unificazione con incidenti molto gravi», spiega Kemal Baykalli, «e anche con dei morti. I nazionalisti utilizzano questi fatti per la loro propaganda. Noi dobbiamo costruire un futuro comune perché non accada più nulla del genere». Mentre pronuncia parole di speranza, Kemal mette una mano sulla spalla di una sua giovane collega di Unite Cyprus Now. Andromachi Sophocleous, a differenza sua, è greco-cipriota. «La verità è che la divisione puoi vederla in ogni aspetto della vita della nostra città, innanzitutto per la presenza dei checkpoint. Stiamo lavorando per l’unificazione di Cipro perché la gente ritrovi la cultura comune. Cipro è un mosaico culturale. I greci e i turchi hanno vissuto così tanti anni separatamente, hanno coltivato i loro dolori e loro perdite fino a dimenticare che siamo tutti ciprioti, che apparteniamo tutti allo stesso Paese e abbiamo tradizioni comuni. Ora è tempo di imparare dalla storia e dal nostro dolore. Abbiamo bisogno di perdonarci l’uno con l’altro e andare avanti per costruire un futuro comune».
Finora però tutti i tentativi di trattativa sono andati a vuoto: nel 2004 l’allora segretario dell’Onu Kofi Annan propose una roadmap per la riunificazione che però fallì. Poi c’è stato il referendum popolare: i turco-ciprioti votarono a favore, mentre la maggior parte dei greco-ciprioti lo bocciarono, bloccando così l’iniziativa. Nel 2014 un nuovo negoziato, un altro in Svizzera nel 2017 ma per ora il muro e i checkpoint restano lì.
Jokam è un giovane attivista turco e vende caffè appena passato uno dei principali checkpoint. Lui è della nuova generazione e ha sposato una ragazza greca: «Perché mai avremmo bisogno di un muro?» Marios Epaminondas dell’associazione Ahdr lavora principalmente con i ragazzi per stimolarli al dialogo e all’integrazione. «Purtroppo le due comunità non si mischiano, ancora vivono in società parallele. Per una sorta di inerzia, la gente non fa nulla per cambiare la propria situazione: si aspetta sempre che ci sia qualcun altro che la cambi. Ci sono tante persone che non riescono a superare i traumi, e il dolore e la diffidenza che portano con sé. L’apertura dei checkpoint non è però sufficiente a creare un vero rapporto tra le due comunità: molti non vogliono passare dall’altra parte. E poi c’è una parte consistente di sovranisti che cerca di condizionare l’evoluzione anche dei giovani facendoli crescere con l’idea non di essere dei ciprioti ma con uno spirito nazionalistico. Perfino nei libri di scuola c’è questo approccio. Tutto sembra voler dire ai ragazzi: “Non dimenticate”». Contraddizioni e un anacronistico odio retroattivo che la poetessa cipriota Nese Yasin è riuscita a sintetizzare in alcuni versi che scrisse quando aveva 17 anni. “Dice sempre mio padre, bisogna amare la propria patria, la mia patria è divisa in due. Quale metà dovrei amare?”.