Cronaca

I missili russi e le minacce di Washington

martedì 22 agosto 2018 Lettera 43 Foto: Lettera 43

ROMA - La prima fornitura sarà recapitata nel 2019. Con effetti diplomatici, ancor prima che militari, potenzialmente dirompenti. Perché i sistemi anti-missilistici russi S-400 andranno non solo a ingrossare l'arsenale della Turchia, ma anche ad ampliare le crepe nel già pericolante rapporto con gli Stati Uniti. E di riflesso con la Nato.
In passato, infatti, l'acquisto dei sistemi di difesa aerea russi da parte di Ankara è stato aspramente criticato da Washington, che vede come fumo negli occhi la decisione di un Paese della Alleanza Atlantica di rivolgersi a Mosca, specie per affari di carattere militare. Martedì 21 agosto, infine, è giunta la conferma di tempistiche che erano nell'aria da alcune settimane. La Russia inizierà a fornire alla Turchia i sistemi antimissilistici S-400 nel nuovo anno, stando a quanto riferito da Alexander Mikheyev, numero uno di Rosoboronexport, agenzia statale russa che media gli affari di import ed export nel campo della difesa: «Il contratto sta seguendo i termini prestabiliti, noi inizieremo a implementarlo nel 2019», ha detto all'agenzia di stampa Interfax.
Già il primo febbraio scorso, Serghei Chemezov, ceo della Rostec, compagnia statale russa leader nella produzione e nella vendita di armamenti, aveva fatto sapere che alla Turchia era stata concessa una linea di credito per l'acquisto dei sistemi anti-missilistici. Stando sempre a Chemezov, Ankara era interessata ad acquistare quattro divisioni di S-400 per una contropartita di 2,5 miliardi di dollari. Parlando al Washington Post, dieci giorni dopo, lo stesso numero uno della Rostec aveva precisato che l'S-400 «non è un sistema per l'attacco, si tratta di un sistema difensivo», prima di lanciare una provocazione agli Stati Uniti: «Possiamo venderlo anche agli americani, se vogliono». A Washington, il dossier è stato seguito con crescente apprensione. Il 26 giugno scorso, nonostante l'affare fosse già definito, l'assistente segretario di Stato per gli Affari europei ed eurasiatici, Wess Mitchell, ha minacciato: «Se la Turchia comprerà gli S-400 ci saranno conseguenze. Introdurremo nuove sanzioni». Ma Ankara ha tirato dritto. Per il presidente Recep Tayyip Erdogan, tenere vivo il rapporto con la Russia significa affermare il ruolo della Turchia come potenza autonoma dalla Nato. Anche a costo di inimicarsi gli Stati Uniti.
Nella sua incessante opera di equilibrismo, nel novembre del 2017 Ankara aveva firmato una lettera di intenti che portava all'acquisto di missili terra-aria dal consorzio franco-italiano Eurosam. L'accordo fu raggiunto quando l'affare S-400 era già ampiamente indirizzato e fu interpretato come il tentativo di Erdogan di non scontentare alcun interlocutore. Da una parte il deal con l'Alleanza, dall'altra quello con la Russia. Uno complementare dell'altro, come spiegato a Sputnik dall'esperto di argomenti militari Mirko Molteni: «[Il protocollo Eurosam] non contraddice il contratto annunciato in settembre per l'acquisto degli S-400 russi. Si tratta di due sistemi complementari: il missile Eurosam ha un raggio d'azione fino ad un centinaio di chilometri di distanza, mentre il missile S-400 russo Triumph, a seconda delle versioni, può colpire bersagli volanti fino a distanze da 250 a 400 chilometri. Entrambi i sistemi possono essere utili e inquadrati nella difesa aerea turca assicurando in un caso una difesa a breve medio raggio, nel caso dei missili russi invece una difesa aerea a maggior distanza».
Gli Stati Uniti hanno tentato fino all'ultimo di vendere ad Ankara il loro sistema difensivo terra-aria (il Patriot) per porre fine al contenzioso diplomatico e soprattutto per togliere ogni alibi alla Turchia. Erdogan non si è fatto problemi ad andare avanti per la sua strada, arrivando all'accordo con Mosca. Una scelta che dal punto di vista della Nato comporta due grossi rischi. La linea difensiva dell'Alleanza, basata sul sistema Patriot, verrà interrotta da un segmento protetto dagli S-400. In caso di attacco improvviso, sostengono a Bruxelles, la difficoltà di comunicazione tra sistemi tecnologici diversi potrebbe creare una falla.
In secondo luogo, il fatto che i turchi si affidino al Cremlino per l'installazione delle batterie potrebbe consegnare nelle mani di Mosca informazioni segrete su tecnologie occidentali come quelle degli F-35. Non a caso, a inizio agosto, il Senato Usa ha approvato una legge sulla difesa che proibisce (temporaneamente) la vendita dei jet alla Turchia. Ankara ha replicato alle offerte americane sostenendo che il problema coi Patriot era di tipo «tecnico». Sembra più probabile che Erdogan abbia voluto portare avanti la politica che per lui è da anni un marchio di fabbrica: tenere i piedi nella scarpa americana e in quella russa, minacciando di volta in volta di passare da questa o quella parte. Un gioco che la Turchia ora si trova costretta a mandare avanti, perché sia che si schieri da una parte, sia che si schieri dall'altra, finirebbe in ogni caso per perderci.