Cronaca

Il candidato in carcere che ha le chiavi delle elezioni

martedì 20 giugno 2018 Vittorio da Rold Foto: Nena News

ISTANBUL - La sua campagna elettorale è composta di due soli messaggi televisivi di 10 minuti ciascuno, due discorsi registrati dalla tv di Stato turca in carcere dove viene trattenuto in attesa di giudizio da 20 mesi senza aver ancora nessuna condanna a suo carico. Tutto questo avviene in una Paese, la Turchia, che chiede di entrare nell'Unione eEropea e di voler rispettare i diritti dell'uomo.
In carcere dal 2016 per accuse legate al terrorismo, Selahattin Demirtas, avvocato dei diritti civili e di una Turchia liberale ed occidentale, è la vera forza trainante del partito democratico filo-curdo (Hdp). Demirtas è contemporaneamente l’unica personalità politica turca di cui ha veramente paura Erdogan in vista del doppio voto, politico e presidenziale, del 24 giugno.
Praticamente senza nessuna copertura mediatica sulla sua persona o del suo partito, l’Hdp, il carismatico Demirtas ha diffuso recentemente il suo primo messaggio attraverso i social media, i colleghi di partito e le telefonate a sua moglie Basak, che lo visita settimanalmente nella prigione di massima sicurezza di Edirne, al confine nordoccidentale con Grecia e Bulgaria.
Dopo 20 mesi in prigione in attesa di giudizio, anche se non ha nessun ruolo formale nella conduzione del partito dalla prigione, Demirtas è candidato alla presidenza della Repubblica, non essendoci alcun ostacolo legale. «Pensano di averlo fatto fuori dal mondo esterno, ma non possono vedere le migliaia di persone che si sono mobilitate per lui e la sua candidatura», ha detto il co-leader dell’Hdp Pervin Buldan alla folla festante che sventola bandiere verdi, bianche e viola nella città sud-orientale di Silvan.
Domenica sera 17 giugno, Demirtas ha fatto il primo dei due discorsi registrati di 10 minuti a cui hanno diritto tutti i candidati in Tv. Migliaia di persone applaudivano e cantavano a pieni polmoni mentre guardavano il discorso proiettato sugli schermi giganti durante una manifestazione dell'Hdp a Istanbul.
Il presidente Tayyip Erdogan ha definito senza mezzi termini Demirtas “il terrorista di Edirne” e il suo partito un'estensione del gruppo militante del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Demirtas e Hdp negano, però, i collegamenti al Pkk.
Diversi sondaggi recenti hanno suggerito che il partito Akp di Erdogan potrebbe perdere il 24 giugno la maggioranza parlamentare che detiene dal 2002.
I sondaggi danno mediamente l'Hdp al 10% circa a livello nazionale, che è la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento.
Se l’Hdp non riuscisse a superare la soglia minima sarà il partito di Erdogan, l'Akp, il secondo più popolare nella regione, a incassare tutti i voti di Demirtas.
Gli elettori Hdp potrebbero dunque essere l’ago della bilancia nel determinare se Erdogan dovrà vincere al primo turno del voto presidenziale, che richiede una maggioranza semplice, o se invece dovrà subire l’onta di andare al secondo turno.
Più di 40mila persone sono state uccise nel corso del sanguinoso conflitto con il Pkk, considerato come gruppo terroristico dalla Turchia, dagli Stati Uniti e dall’Unione europea. Dopo un processo di pace durato 2 anni e mezzo, la guerriglia curda è ricominciata nel 2015 mentre il sud-est turco ha sofferto per uno dei conflitti più intensi da quando è iniziata la rivolta separatista armata nel 1984.
Erdogan intanto ha dovuto rimangiarsi la promessa di non alzare i tassi di interesse quando la lira turca sembrava entrata in un vortice da crisi valutaria di tipo sudamericano con l’inflazione a due cifre. Dopo mesi di incertezza per l'economia del Paese, i suoi sfidanti politici si sono uniti per far fronte comune.
Muharrem Ince, campione della laicità di tipo kemalista, è dato in continua crescita nei sondaggi. «Erdogan è stanco. Ci vogliono facce nuove», ripete alla vigilia del voto il candidato del socialdemocratico Chp, stimato intorno al 30%: un consenso che il suo partito non toccava da decenni, inchiodato al tradizionale 25 per cento. Tenendo Erdogan sotto la soglia della maggioranza assoluta, si giocherebbe le sue carte al secondo turno sfruttando il sostegno già promessogli dai curdi di Selahttim Demirtas e quello che probabilmente gli arriverebbe anche dal centro-destra della “lady di ferro” Meral Aksener che ha fondato un partito nuovo, l'Iyi, e persino dagli islamisti del piccolo partito della Felicità, che si presentano già in coalizione con il Chp per il Parlamento. Tutti uniti dalla voglia di evitare il rischio di un uomo solo al comando, che con l’entrata in vigore dei nuovi poteri presidenziali Erdogan metterebbe al sicuro. Peggio ancora, per il Sultano, sarebbe andare al ballottaggio dopo aver perso la maggioranza assoluta in Parlamento, come potrebbe accadere se i curdi dell'Hdp superassero di nuovo come avvenuto la scorsa elezione lo sbarramento al 10 per cento.
Con l'avvicinarsi alle urne, però, crescono anche le preoccupazioni sulla trasparenza del voto e il rispetto della legalità. Decine di migliaia di volontari vengono mobilitati dalle ong impegnate nel monitoraggio indipendente, che sarà svolto anche da diverse istituzioni internazionali, compreso l'Osce con sede a Vienna.
I timori aumentano da parte degli osservatori soprattutto per quanto riguarda il conteggio delle schede non timbrate (che sono paradossalmente accettate come legali dalla nuova normativa voluta da Erdogan) e allo spostamento a chilometri di distanza di seggi sensibili dal sud-est curdo per “motivi di sicurezza”, cioè ufficialmente per evitare pressioni del Pkk, si difende il governo senza però convincere davvero nessuno. E già al referendum dell'anno scorso, ha denunciato l'opposizione di sinistra e nazionalista, i brogli furono decisivi. Ma una vittoria elettorale, offuscata da sospetti di brogli, renderebbe il Paese della Mezzaluna sul Bosforo ancora più polarizzata e instabile. Un brutto segnale per gli investitori che guardano con molta attenzione ai risultati di domenica pronti a spostare i propri fondi in Paesi più tranquilli.