Cronaca

No alla scarcerazione

15 maggio 2018 Mariano Giustino/Articolo 21 Foto: Articolo 21

ISTANBUL - I giudici della 2ª Corte penale turca hanno respinto la richiesta di scarcerazione avanzata dagli avvocati del pastore evangelico statunitense Andrew Brunson, recluso dal 7 ottobre 2016 nel carcere di Ýzmir con l’accusa di sostegno al terrorismo.
Il 7 maggio si è svolta la seconda udienza del processo al reverendo Brunson nell’aula del tribunale di Aliaða, nella provincia egea di Ýzmir.Questo tribunale sorge nel carcere di massima sicurezza di Þakran ed è destinato a processare esclusivamente esponenti gülenisti. Una nuova udienza è stata fissata per il 18 luglio prossimo.
Il caso Brunson sta contribuendo a logorare i già critici rapporti tra Turchia e Stati Uniti.
Ma di cosa è accusato il pastore cristiano-evengelico americano Brunson? Di accuse molteplici,  dal “favoreggiamento di organizzazioni terroristiche“, al “sostegno alla comunità religiosa del predicatore islamico Fethullah Gülen“, ritenuto la mente del tentato golpe del 15 luglio 2016. Ma anche di “sostegno al Partito fuorilegge dei lavoratori del Kurdistan“, il Pkk.
L’accusa afferma che Brunson era coinvolto nel tentativo di convertire i curdi al cristianesimo perché, secondo il procuratore della Repubblica,in quanto cristiani i curdi avrebbero goduto di una maggiore tutela internazionale e in questo modo sarebbe stato per essi più facile costituire uno stato indipendente. E quindi, in conclusione, Brunson è accusato di tramare per dividere la Turchia e rischia una condanna a 35 anni di carcere. I pubblici ministeri infatti chiedono 15 anni di reclusione per il reato di “crimini compiuti per conto di organizzazioni terroristiche senza esserne membri“, e altri 20 anni per il crimine di “spionaggio politico o militare“.
Brunson è un pastore cristiano-evangelico della Carolina del Nord, arrivato in Turchia circa 25 anni fa.
Ha una piccola parrocchia nel quartiere di Alsancak, nel centro di Ýzmir, chiamata Chiesa della Resurrezione, in quell’area vi sono anche diverse storiche chiese cristiane della cittàdell’Egeo.
La sua comunità è costituita da poche decine di fedeli.
Il processo è iniziato con la lunghissima deposizione del reverendo durata oltre 12 ore, per lui faticossime, nel corso della quale ha letto centinaia di pagine della sua memoria difensiva in cui rispondeva puntualmente a ogni accusa nei suo confronti.
Brunson si dichiara innocente sostenendo di non aver mai avuto alcun legame con Gülen né con alcun membro della sua confraternita.
Ha respinto tutte le accuse, quelle su Gülen e sul Pkk.
Ha dichiarato di non ha aver mai incontrato persone vicine al predicatore islamico e di non aver mai organizzato eventi interreligiosi con la sua comunità che il governo turco ha bollato con l’acronimo Feto, organizzazione terroristica dei seguaci di Fethullah Gülen, molto attiva nella regione dell’Egeo; di non aver mai fatto propaganda per un Kurdistan indipendente e per la divisione del paese.
Il pastore evangelico ha poi fatto riferimento ai diversi testimoni che in questo processo loaccusano invece del contrario, dimostrando che tali persone sono a lui totalmente sconosciute.
Brunson è apparso davanti ai giudici molto stressato per le accuse infondate contestategli nel voluminoso dossier del pubblico ministero ed è scoppiato a piangere più volte e, rivolto al presidente del tribunale, lo ha supplicato di scarcerarlo oppure di farlo usufruire di condizioni carcerarie più idonee al suo stato di salute, essendo affetto da una grave crisi depressiva, e avendo bisogno di adeguati farmaci.
Brunson è dimagrito di 25 chili e chiede di essere liberato per poter riabbracciare sua moglie e i suoi figli; chiede di essere almeno trasferito in un altro carcere, perché non vuole restare in quel penitenziario che lo ha tanto provato.
Dopo la sua lunga deposizione, il presidente del tibunale ha composto un numero telefonico e si è collegato in videoconferenza con uno dei testimoni che lo accusano di aver sostenuto i membri di Feto nel tentativo di organizzare l’insurrezione armata e di voler convertire i curdi al crisitianesimo.
Il testimone, come tutti gli altri, è anonimo perché coperto da segreto, non se ne conosce l’identità. Nel video è apparso completamente oscurato e la sua voce era alterata ed era dunque difficile comprende quanto raccontava.
Ha parlato di una 13ª tribù curda che, secondola storia, ma meglio dire la leggenda, sarebbeuna comunità che in antichità si era convertita al cristianesimo e che avrebbe diffuso il crisitianesimo in Siria e nelle aree del sudest anatolico.
Con la recente ondata di rifugiati provenienti dalla Siria verso la Turchia, centinaia di migliaia di siriani erano arrivati a Ýzmir con l’intento di proseguire verso l’Europa. Diversi di essi erano di religione cristiana e venivano assistiti nelle chiese dell’Egeo e alcuni si sono avvicinati anche alla comunità evangelica di Brunson che li ha presi in cura.
Erano per lo più curdi di Kobani e di Qamiþlo, città allora assediate dallo stato islamico.
Il testimone ha affermato che Brunson, con alcuni curdi cristiani, aveva organizzato una rete per convertire tutti quelli che cristiani non erano.Brunson continua ad invocare il nome di Gesù da dietro le sbarre della prigione affiché lo liberi da tutte queste terrribili sofferenze.
L’organizzazione cristiana-evangelica Open Doors sostiene che Erdoðan avrebbe promesso agli Stati Uniti di rilasciare Brunson in cambio della consegna del predicatore islamico Fethullah Gülen che vive in Pennsylvania dal 1999.
“Il pastore Brunson sarebbe stato scelto come ostaggio politico e strumento di negozziazione, perché è un leader cristiano“, dicono gli esponenti di Open Doors.
Quello di Brunson è un caso la cui soluzione è di drammatica urgenza per Washington a causa delle forti pressioni che sta esercitando il Congresso degli Stati Uniti sull’Amministrazione americana.
Tra i membri del Congresso a Capitol Hill c’èmolta preoccupazione per le condizioni di salute del pastore americano.
Il Dipartimento di Stato è intervenuto sulla vicenda dicendo di non aver visto finora presentare contro Brunson “alcuna prova credibile”.
Non a caso alla prima udienza del processo erano presenti anche Sam Brownbeck, l’ambasciatore degli Stati Uniti per le libertà religiose, e il senatore repubblicano del North Caroline Thom Tillis.
Il caso Brunson è seguito negli Stati Uniti da JaySekulow, del team degli avvocati personali di Trump e, secondo alcuni osservatori, se Brunson dovesse morire nelle carceri turche,probabilmente assisteremmo ad una crisi drammatica tra Ankara e Washington difficilmente ricomponibile in breve tempo.
Alla seconda udienza, quella del 7 maggio, erano presenti l’incaricato d’affari dell’ambasciata statunitense Philip Kosnett e Sandra Jolley, vicepresidente della Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale.
In America è sorta una organizzazione che sta portando avanti la campagna per la liberazione del reverendo, sostenuta dall’American Center for Law and Justice (ACLJ), di cui Sekulow, è il principale consulente legale.
Lo stesso presidente degli Stati Uniti Donald Trump ne ha più volte chiesto la liberazione definendolo un “raffinato gentiluomo e leader cristiano, sotto processo e perseguitato in Turchia senza motivo“ ed ha recentemente scritto su Twitter: “Dicono che sia una spia, mase è una spia, io lo sono più di lui. Speriamo che gli sia permesso di tornare a casa dalla sua bella famiglia, alla quale appartiene!” Mariano Giustino