Cronaca

Truppe di Assad nell'enclave di Afrin: respinte

20 febbraio 2018 Rai News Foto: Blastings News

ROMA - Membri delle milizie fedeli al Governo di Damasco sono entrate oggi nell'enclave curda di Afrin per opporsi all'avanzata turca, ma sono state rapidamente respinte dall'artiglieria di Ankara, come ha confermato il presidente Erdogan suggerendo che i combattenti, a bordo di una dozzina di mezzi, avrebbero agito da soli.
Poi ha avvertito che la Turchia non consentirà altri "passi sbagliati di questo tipo" in futuro, e chi li farà "pagherà un prezzo alto". Erdogan, parlando in conferenza stampa, ha detto che il tentativo di ingresso dei filo-Assad ad Afrin è un "capitolo chiuso, per adesso". Immagini diffuse dalla tv libanese al-Mayadeen avevano mostrato mezzi con le bandiere siriane, con miliziani a bordo e carichi di armi, mentre entravano nell'area, oggetto di una pesante offensiva da parte di Ankara iniziata il 20 gennaio. Nel fine settimana erano trapelate indiscrezioni su un accordo che sarebbe stato raggiunto tra Damasco e i miliziani curdi per il dispiegamento di unità delle forze filo-Assad ad Afrin. 
Il 20 gennaio scorso Ankara ha lanciato un'operazione aerea e di terra a sostegno dei ribelli siriani contro le Unità di difesa del popolo curdo (Ypg) nella regione di Afrin. La Turchia considera l'Ypg come una propaggine siriana del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), che è stato dichiarato fuorilegge nel 1984. Il presidente Erdogan, intervenendo oggi davanti al Parlamento, ha mostrato ottimismo pur aggiornando l'elenco dei soldati di Ankara caduti in battaglia (ora sono 32) e ha dichiarato che l'operazione "Ramoscello d'ulivo" va "come previsto", avendo occupato "300 chilometri quadri nella regione". Tuttavia, molti analisti giudicano molto lenta e faticosa l'avanzata di Ankara.
Secondo il monitoraggio dell'Osservatorio siriano per i diritti umani, nel corso dell'ultimo mese, 238 combattenti - tra cui soldati turchi e ribelli siriani - sono stati uccisi, insieme a 197 combattenti Ypg e 94 civili. Ankara ha sempre negato la presenza di vittime civili: Erdogan ha giustificato la lentezza dell'offensiva proprio "per non mettere in pericolo i civili". L'intervento militare di Ankara sta sottoponendo a un insostenibile sforzo però i rapporti già sfibrati non solo con gli Stati Uniti ma anche con la Russia, alleato chiave di Damasco. La decisione di Damasco potrebbe deteriorare ulteriormente i rapporti Ankara-Mosca Erdogan aveva già avvertito il suo omologo russo Vladimir Putin che qualsiasi sostegno dal regime siriano all'Ypg, "avrà delle conseguenze". E l'assedio annunciato rientra nella strategia preventiva di Ankara.
"Nei prossimi giorni il centro di Afrin sarà rapidamente circondato, il sostegno alla città e alla regione dall'esterno sara' interrotto e il gruppo terroristico (Ypg) non avrà più l'opportunità di negoziare con nessuno", ha annunciato oggi il presidente turco. Mosca, dal canto suo, sembra voler dare ragione al presidente siriano Bashar Al Assad, che difficilmente si muove senza una via libera preventivo della Russia, e teme una presenza turca nel paese mediorientale: "Abbiamo ripetutamente affermato - ha dichiarato il ministero degli Esteri, Serghei Lavrov - che sosteniamo pienamente le legittime aspirazioni del popolo curdo". "Riteniamo sbagliato - ha aggiunto riferendosi alla situazione ad Afrin - che qualcuno approfitti delle aspirazioni del popolo curdo per i suoi giochi geopolitici che non hanno nulla a che fare con gli interessi dei curdi e della sicurezza regionale".
L'operazione "Ramoscello d'ulivo" ha messo a dura prova anche i legami già difficili tra Ankara e Washington, che aveva supportato i combattenti di curdi di Ypg nella sua lotta contro i jihadisti dello Stato islamico in Siria. Gli Stati Uniti hanno invitato la Turchia a mostrare moderazione, avvertendo che l'offensiva rischia di diluire la lotta contro i terroristi. Per risposta, Erdogan ha minacciato di estendere l'offensiva alla citta' di Manbij detenuta dalle YPG.
Nel tentativo di allentare la tensione con un alleato di Washington nella Nato, il segretario di Stato americano Rex Tillerson aveva fatto una visita ad Ankara la settimana scorsa durante la quale aveva tenuto un lungo colloquio con Erdogan e il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu. Ne erano usciti con l'intenzione di lavorare "insieme" in Siria per superare la loro crisi, con "priorita'" alla ricerca di una soluzione per la città strategica di Manbij. A Ghouta l'ultimo forte anti-Assad Il regime siriano, appoggiato dai russi, ha messo in campo la "strategia Aleppo" per riprendersi Ghouta, l'ultimo forte dei ribelli, a est di Damasco. Qui sono assediati 400mila civili: non hanno né cibo né medicine e, negli ultimi due giorni, i bombardamenti hanno causato almeno 200 morti, di cui 60 bambini. Il lunedì è stato "uno dei peggiori giorni della storia dell'attuale crisi", ha dichiarato all'Afp un medico di Ghouta. L'Unicef parla di "bagno di sangue" e diffonde un comunicato in bianco a indicare che, per tanto orrore, non ci sono parole. I racconti dei testimoni sono scioccanti. Centinaia di feriti stanno affollando gli ospedali di fortuna nella zona. Per mancanza di spazio i feriti vengono trattati sul pavimento. Secondo il quotidiano siriano Al-Watan, vicino al regime, gli attacchi aerei mirati "sono un preludio alla grande operazione (via terra) che può iniziare in qualsiasi momento". Il 5 febbraio scorso, l'esercito aveva scatenato una campagna aerea di cinque giorni senza precedenti sulla Ghouta, uccidendo circa 250 civili e ferendone centinaia. Da allora ha disposto rinforzi intorno all'ex oasi sotto assedio. Il regime intende riprendere la roccaforte per porre fine ai lanci dei missili da parte dei ribelli sulla capitale.
Nella sua dichiarazione, la coalizione di opposizione ha accusato la Russia, alleata del regime, di cercare "di seppellire il processo politico" per una soluzione al conflitto che ha causato dal 15 marzo 2011 più di 340mila morti.