Società

L'opera di suor Miriam l'angelo delle carcerate di Bakyskoy

2 febbraio 2021 Servizio ripreso da Foto: La Stampa.it

ISTANBUL - A Istanbul c’è una casa nella quale si può condividere un çay (il tè nero turco), un momento di preghiera o semplicemente una chiacchierata. Ad attendere chi - musulmano o cristiano - bussa alla porta, ci sono tre francescane missionarie del Sacro Cuore: suor Zita, filippina, suor Gigimol Sebastian, indiana, e suor Miriam Oyarzo, cilena.
«Qui il nostro servizio principale è “esserci”, dare la possibilità di conoscere Cristo a tutti. Attraverso la vita buona del Vangelo, testimoniamo – spiega suor Miriam –  la pace e il bene come figli di San Francesco». 
Con la preghiera intercedono per tutti coloro che chiedono di essere accompagnati. «Ci dedichiamo all’ascolto delle persone, dei gruppi che cercano il silenzio, degli amici che vengono a ricaricarsi davanti al Signore». Collaborano al corso di formazione permanente per il dialogo ecumenico e interreligioso. Un lavoro che parte da lontano. Le prime suore, partite da Gemona del Friuli, approdarono a Costantinopoli nel 1872 e si occuparono principalmente dell’apostolato scolastico prima della soppressione, nel 1937, delle scuole cattoliche. Nel 2001 abbandonarono lo Stato, prima di farvi ritorno nel 2015, «consapevoli del valore della presenza cristiana in una terra musulmana».
Suor Miriam con un gruppo ecumenico composto da un pastore evangelico, una sorella armena e un frate francescano, presta servizio nel carcere di alta sicurezza femminile di Bakýrköy a Istanbul. Accompagna le donne straniere, più di 300 e di varie provenienze, che spesso sono sole e non sanno la lingua. Una volta al mese entra, «portando la Parola di Dio, il messaggio di amore e misericordia, perché Dio non li abbandona mai. Siamo l'unico contatto fisico e affettivo; siamo diventati, dopo tutti questi anni, la loro famiglia». L’azione pastorale «non solo si occupa delle visite alle donne in carcere ma anche di mantenere il contatto con le loro famiglie, tramite email; sono anche disponibili a dialogare con i Consolati e le Ambasciate per rendere questi anni di prigione meno dolorosi». 
Il convento dei frati minori e quello delle Missionarie del Sacro Cuore sono diventati punti di riferimento, un porto dove arrivare e sentirsi accolti, una famiglia dove cercare aiuto. «Incontriamo donne ferite, pentite, disperate, con storie tragiche e di violenza, che tante volte ci fanno piangere in ginocchio in cappella; donne incinte o con bambini. Mi trovo davanti a persone ferite e smarrite: il Signore, attraverso di loro, mi rivela il Suo amore e la Sua Provvidenza». 
Molte madri, a causa della crisi economica, sono facili prede del crimine organizzato: in cambio di denaro (che non riceveranno mai), diventano «corrieri umani» per trasportare la droga nel corpo o nei bagagli nei loro Paesi d’origine. Non conta la quantità: sono considerate trafficanti di droga e addirittura terroriste, ma sono semplicemente «vittime del traffico di persone». 
Le vicende di Johanna, una ragazza boliviana, e Roberto, un giovane paraguayano, dimostrano che il percorso di accompagnamento spirituale, però, funziona. Johanna non era più in grado di guardare il mondo con gli occhi di una persona libera, ma «quando è arrivato il tempo di ritornare in Bolivia, mi ha detto: “Mi avete dato occhi nuovi e un cuore nuovo, mi avete accolto senza giudicarmi, pur senza conoscermi…”». Oggi Johanna è sposata, lavora ed è madre: «Manteniamo ancora il contatto perché certi incontri ti cambiano la vita». Roberto si è fermato in convento sette mesi. Ha compreso che «riusciva a fare delle “belle cose” senza fare del male agli altri». Dopo aver tentato più volte il suicidio, finalmente si sentiva amato. Oggi è detenuto in un centro di migrazione in attesa di essere deportato in Paraguay: «Ci chiama tutti i giorni per darci il buongiorno e la buona notte». 
Durante l’emergenza sanitaria sono state liberate tante persone. Questa disposizione ha colpito soprattutto gli stranieri che non sanno dove andare. Per questo motivo la parrocchia di Santa Maria Draperis dei Padri Francescani, insieme alle Francescane Missionarie del Sacro Cuore, ha aperto le strutture della chiesa di San Pacifico in Büyükada per accogliere alcuni di loro, inserendo il progetto nella pastorale carceraria del Vicariato. «Sono con noi da tanti mesi e abbiamo bisogno di un sostegno per venire incontro ai loro bisogni: cibo, abbigliamento e con l'inverno assistenza medica. Ci fidiamo della Provvidenza e del cuore di tante persone generose che ci hanno aiutato e ci aiuteranno».