Società

La situazione nell'Università

martedì 19 giugno 2019 Servizio ripreso da Fazila Mat/Osservatorio Balcan Foto: Narconon Sud Europa

ISTANBUL - Negli ultimi anni la Turchia ha assistito ad una notevole riduzione della libertà di espressione. Tale tendenza è stata riportata in diversi rapporti tra cui quello di Freedom House 2018, dove la Turchia è stata declassata per la prima volta da “Paese parzialmente libero” a “non libero”.
La Ong ha spiegato questa scelta adducendo “ad un referendum costituzionale profondamente difettoso che ha accentrato i poteri nella persona del presidente; alla sostituzione di sindaci eletti con figure nominate dal Governo; a procedimenti arbitrari a carico di attivisti per i diritti e di altri presunti nemici dello stato e ad una costante epurazione di impiegati statali. Tutti fattori che hanno reso i cittadini timorosi di esprimere le proprie opinioni su questioni delicate”.
Sullo sfondo di un contesto già problematico sotto diversi aspetti, il sanguinoso tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016 rappresenta un momento di svolta per la Turchia, sia dal punto di vista politico che economico e socio-culturale.
Lo stato di emergenza dichiarato dalle autorità subito dopo il golpe è stato rinnovato diverse volte fino alla sua abolizione solo nel luglio 2018. I decreti emanati in questo periodo - in turco, Kanun Hükmünde Kararname (KHK), decreti che non prevedono lo scrutinio parlamentare o la possibilità di presentare ricorso presso la corte costituzionale - hanno portato al licenziamento e/o alla detenzione di oltre 150.000 persone, tra cui soldati, membri delle forze dell’ordine, impiegati statali, insegnanti e accademici, accusati di avere legami con il tentato golpe o di essere nemici dello stato. Durante lo stato di emergenza durato 2 anni sono stati emanati 32 decreti di questo tipo, causando il licenziamento di oltre 107.000 impiegati pubblici. Di questi solo 3.604 hanno potuto riottenere il posto.
Secondo le stime del network Scholars at Risk (SAR, 2018) tra il gennaio 2016 e il gennaio 2018, sono state licenziate 8.535 persone impiegate nelle università (docenti, ricercatori e personale amministrativo). Le stime del portale Bianet riportano che al luglio 2018, avevano perso l’impiego 6.081 accademici afferenti a 122 università statali. Di questi accademici solo 174 hanno riavuto il posto a seguito di un ricorso.
Le conseguenze del peggioramento della libertà di espressione che ha interessato scrittori, editori, giornalisti ha avuto un notevole impatto anche sulla libertà accademica, anche se si era iniziato a registrare un graduale aumento delle sanzioni amministrative e penali contro gli accademici già prima della dichiarazione dello stato di emergenza (Akdeniz, Altýparmak, 2018, p. 39).