Società

Una lingua antica per un nuovo impero

lunedì 19 marzo 2018 Gianmarco Cenci/L'Indro Foto: L'Indro

ROMA - Ogni volta che si parla di riformare i licei italiani, si ripropone sempre la vexata quaestio: è ancora attuale l’insegnamento del latino alle scuole superiori? Segue poi il solito dibattito fra chi non la ritiene più una materia scolastica utile per il mercato del lavoro e chi invece lo ritiene indispensabile per lo sviluppo del ragionamento logico e della comprensione delle proprie radici culturali. Aldilà del Mediterraneo, invece, il presidente turco Recep Tayyip Erdoðan ha dichiarato la propria intenzione a introdurre nelle scuole l’insegnamento della lingua turco-ottomana, parlata dalle élite culturali ai tempi dell’Impero e oggi sconosciuta alla popolazione turca.
A un’affermazione del genere va data una lettura che non si riduca a quella più meramente legata alla politica scolastica turca, ma va considerata come parte della politica culturale complessiva del regime di Erdoðan, sempre più volta a rafforzare lo spirito nazionale turco attraverso il recupero dell’antica tradizione ottomana. Ma a che cosa è dovuta questa scelta? E come questa si ripercuote in ambito internazionale? Lo abbiamo chiesto a Carlo Pallard, dottorando presso l’ Università degli Studi di Torino e redattore di East Journal.

Erdoðan ha dichiarato la propria intenzione a introdurre nelle scuole l’insegnamento dell’antica lingua ottomana. Come si innesta questa scelta nella sua politica culturale?
La lingua ottomana era una forma di turco, sostanzialmente. Era però una lingua letteraria, aulica, artificiale usata dalla pubblica amministrazione e dalla letteratura di corte, con una sua evoluzione e storia particolare. Era quindi distinta dal turco utilizzato dalla popolazione, essendo infarcita di termini persiani e arabi e da strutture grammaticali estranee al turco comunemente parlato. Questa lingua era stata messa da parte dalla rivoluzione repubblicana degli anni ’20, che aveva visto anche una riforma linguistica: quest’ultima ha uniformato il turco ufficiale a quello parlato dalla popolazione e che ha scelto per essa l’alfabeto latino, più adatto ai suoni della lingua, al posto di quello arabo. La nuova scrittura era stata accolta con sfavore dagli ambienti più conservatori, che l’hanno considerata come uno strappo troppo forte dalla precedente tradizione ottomana. Ad ogni modo, la lingua turca, comunemente parlata oggi, è una lingua sostanzialmente diversa da quella ottomana, tant’è che le opere di quella tradizione sono difficilmente leggibili dalla popolazione turca attuale.
La lingua ottomana in Turchia non è più stata oggetto di insegnamento al di fuori degli ambienti universitari specialistici. Erdoðan rappresenta una certa area culturale e ideologica, esistente già prima del suo arrivo e non confinata esclusivamente dagli ambienti islamisti, che dà grande importanza all’eredità ottomana (da un punto di vista non solo culturale) e alla continuità storica tra l’Impero e la Turchia moderna. Guarda quindi con devozione al passato ottomano, mentre prende le distanze da alcuni aspetti della politica di Atatürk, pur condividendone altri: si ritiene troppo forte lo strappo attuato da Mustafa Kemal. Per questa notizia, l’idea che si possa reintrodurre l’insegnamento di questa lingua è un gesto che va in direzione di sanare questa frattura storica. Bisogna vedere quanto questo sia efficace, perché non bastano poche ore di insegnamento a scuola per poter leggere le iscrizioni ottomane presenti a Istanbul, per esempio. A mio avviso, è una trovata soprattutto propagandistica, che vuole usare l’eredità ottomana per fare leva sui sentimenti nazionalistici, molto forti nel Paese. È impensabile, tuttavia, che la Turchia torni a utilizzare l’ottomano, sarebbe controproducente e insensato. Esiste, però questa tendenza a rivalutare le proprie radici, da un punto di vista anche religioso: qualche tempo fa c’era anche un’ispirazione a voler ricostituire quell’unità religiosa dell’Impero Ottomano. Negli ultimi anni, invece, la politica di Erdoðan è andata orientandosi in un’ottica più nazionalista, specie con il fallimento della sua politica mediorientale e con l’errata valutazione delle Primavere arabe, che Erdoðan riteneva un’occasione. Da quel momento in poi, tutto il discorso ottomanista è stato piegato in senso nazionalista. Il cambiamento è stato evidente anche analizzando la retorica di Erdoðan: mentre prima i riferimenti all’Impero erano volti a una visione internazionale, panislamica e postnazionale, oggi l’eredità ottomana viene usata per rafforzare l’identità turca. In quest’ultima uscita di Erdoðan, infatti, i termini usati sono diversi: ha insistito sulla necessità di proteggere la lingua turca dalle influenze straniere, messe in pericolo anche da internet e dalle nuove tecnologie prettamente anglofone. Si può dunque notare una funzione di supporto dell’eredità ottomana al nazionalismo turco, in continuità con tendenze del nazionalismo turco che hanno ormai diversi decenni.

Ma non è un controsenso difendere la purezza della lingua turca recuperando una lingua infarcita di termini e strutture persiane?
Dall’ottica conservatrice e nazionalista turca non è un controsenso. È vero che l’ottomano aveva un’influenza persiana, ma questa era una parte integrante della cultura imperiale. Se si vuole sottolineare una continuità con l’Impero, l’influenza persiana non è un problema: quel corpus lessicale e grammaticale persianeggiante è straniero fino a un certo punto, perché quella lingua era parte integrante della cultura dell’ Impero e del suo aspetto religioso. L’aspetto religioso non è secondario: la lingua arabo-persiana che ha influenzato il turco ottomano deriva da quegli aree culturali, politiche e religiose che hanno islamizzato la Turchia, ed è quindi parte di quello che è l’Islam turco e la sua tradizione. Ciò rende diversa l’influenza persiana da quella odierna, occidentale, entrate in contatto con il turco nell’età tardo-ottomana e repubblicana. Il contesto nazionalistico di Erdoðan è diverso da quello della prima età repubblicana: ai tempi di Mustafa Kemal si tentava di emancipare la cultura turca, la ‘turchità’ dalle influenze persiane, bizantine che avevano caratterizzato il periodo ottomano, per costituire quella che veniva propagandata come una pura cultura turca. Oggi, invece, a partire da quel processo iniziato negli anni ’70, con la Sintesi Turco-islamica, si sottolinea la continuità con l’Impero e, con questo mutamento di prospettiva, cambia ciò che può essere considerato straniero o autoctono. Per un nazionalista della prima età repubblicana, queste influenze erano considerate straniere, impurità rispetto al turco, per un nazionalista conservatore odierno, la cultura ottomana è in quanto tale cultura nazionale turca.

La tradizione islamica è strumentale al nazionalismo di Erdoðan o ne è parte essenziale?
Secondo me ne è parte essenziale. Erdoðan proviene da certi ambienti più vicini islamismo che al nazionalismo. Andando però ad analizzare il pensiero politico turco, esiste da quarant’anni una zona grigia, che ha creato e sta creando un’identità politica di destra che raccoglie settori apparentemente molto diversi come l’ultranazionalismo e l’islamismo, in cui queste differenze sfumano e si fanno più sottili. Infatti, è andata formandosi una nuova visione ideologica sulla storia e identità turca (la Sintesi turco-islamica), all’interno del ‘Focolare degli intellettuali’, che ha avuto un’influenza enorme sulla costruzione di un’identità politica nazionalista turca in cui trovassero spazio istanze nazionalistiche e islamistiche. L’idea etnonazionalista della Turchia fondata sull’identità etnica, linguistica, culturale turca si fonde con l’islamismo attraverso il recupero dell’eredità ottomana. Si fondono elementi storici, linguistici, religiosi, etnici con questa nostalgia imperiale. Erdoðan è figlio di questa impostazione ideologica. È vero che nei primi anni del proprio regime, Erdoðan aveva preso le distanze da questa visione, puntando l’accento sull’aspetto post-nazionale, che associava l’identità della Turchia sull’influenza culturale che questa aveva avuto in senso lato nel suo periodo ottomano: pensava di risolvere in questo modo anche la spinosa questione dei curdi. Il Presidente turco sta andando a recuperare quell’impostazione di nazionalismo etnico misto a riferimenti religiosi, in una prospettiva di avvicinamento alle istanze dell’estrema destra ultranazionalista: è alleato con il Partito d’azione nazionalista (MHP), l’estrema destra dei ‘lupi grigi’ – pochi giorni fa ha anche fatto il ‘saluto del lupo’- abbandonando così la fase liberale-islamica per riabbracciare le istanze del  nazionalismo turco. Non abbandonerà gli aspetti religiosi: ha parlato di ‘aggiornare’ l’Islam alle pratiche del tempo, attaccando così alcune personalità ultraconservatrici del clero turco. In questo senso, pur mantenendo un riferimento religioso, la sua politica va orientandosi in senso nazionalista, essendo questo il polso del popolo turco. Da profondo conoscitore della sua gente, sa che questa scelta ha più successo fra il popolo turco, considerando anche che solo il 12% dei turchi sarebbe favorevole alla sharia, una delle percentuali più basse all’interno del mondo islamico. La religione è sempre considerata all’interno del nazionalismo turco: ha un grande peso al suo interno, ma non è quell’Islam che siamo abituati a pensare.

Rimane un grande rispetto per la figura di Mustafa Kemal: pur nella diversità, si mantiene una certa aderenza con la sua politica?
Negli ultimi tempi c’è stata una sorta di rivalutazione della figura di Atatürk, da parte di Erdoðan. C’è stata anche una svolta nella sua retorica: viene citato spesso, continua a essere onnipresente nei meeting del politici del Presidente, anche iconograficamente. Per molti aspetti, la politica di Erdoðan è radicalmente diversa da quella di Atatürk, ma bisogna tenere presente che, in questa trasformazioni che ha attraversato il nazionalismo turco, anche la figura di Kemal ha subito qualche cambiamento: la memoria e la sua eredità è stata manipolata dai nazionalisti conservatori, che ne hanno riscritto la storia e riraccontato la personalità, per renderlo più accettabile dal loro punto di vista. Lo stesso Erdoðan, quando ne parla, mette in luce certi aspetti che sono a lui più congeniali e ne mette in ombra altri. Ciò che invece è molto innovativo da parte di Erdoðan in questo contesto è rispetto alla tradizione del suo partito e il modo in cui esso è giunto al potere. Quando l’attuale Presidente turco ha cominciato a vincere le elezioni, il suo partito rappresentava l’anti-Stato, un corpo estraneo e veniva visto come un nemico dalle élite che costituivano lo Stato: l’esercito lo guardava con sospetto, la presidenza e la corte costituzionale erano contro di lui, etc. In questi anni, il partito di Erdoðan (AKP), da partito antisistema, critico verso certi aspetti del nazionalismo turco e che veniva visto come un movimento ambiguo rispetto ai valori nazionali (la bandiera la figura di Atatürk, …) si è impadronito progressivamente dello stato, fino a conquistarlo quasi completamente – perché l’AKP sta andando verso il diventare un partito-Stato. Ecco che Atatürk e gli altri simboli della Turchia sono stati conquistati, risemantizzati e riutilizzati. È normale che il partito visto come antisistema e anti-Stato sia critico verso certi aspetti di Atatürk: una volta che però diventa sistema e Stato, ecco che si appropria dei simboli della Turchia e ne riscrive le caratteristiche, adeguandole a sé.

Come entra la politica culturale nelle scelte di politica estera? Ne è causa o effetto?
La politica culturale di Erdoðan è contemporaneamente causa ed effetto della propria politica estera. L’idea che la Turchia possa sganciarsi dall’essere subordinata al mondo occidentale, ma che debba trovare una sua collocazione sullo scacchiere internazionale è anche effetto della visione ideologica di Erdoðan, che vede il proprio come un Paese che, occidentalizzandosi, ha perso i caratteristi essenziali della sua identità e che ha indebolito la sua autonomia sullo scacchiere internazionale. La Turchia ideale, per i conservatori, non è parte dell’Europa o del mondo occidentale, anche se hanno fatto richiesta di entrare nell’UE. La Turchia che vede Erdoðan è un Paese che, forse troppo ambiziosamente, è simile alla Russia o alla Cina, cioè un Paese con una propria politica estera, con una sua area di influenza e i suoi interessi, legati anche al suo essere civiltà autonoma. Tuttavia, questo ripiegamento nazionalista è anche frutto delle esigenze di politica estera: il fatto che sia fallito il tentativo di usare l’eredità ottomana in un senso panislamico (con le Primavere arabe) o in senso culturale (come l’influenza sui Balcani), ha portato a sostituire questo progetto verso uno più nazionalista, quello attuale. Oggi Erdoðan non vuole più creare una Turchia egemone in Medio Oriente, ma vuole formare una Turchia più grande, che vuole portare sotto la propria diretta influenza certe zone dei Paesi confinanti, come sta accadendo con la Siria: da una prospettiva post-nazionale a una nazionale. Questo cambiamento in politica culturale è anche frutto delle mutate esigenze internazionali.