Società

Con e senza velo

domenica 27 gennaio 2019 Servizio ripreso da Monica Ricci Sargentini/Corrie Foto: Corriere della Sera

ISTANBUL - Il 31 ottobre del 2013 in Turchia per la prima volta dalla nascita della Repubblica, fondata nel 1923 da Mustafa Kemal Atatürk, quattro deputate entrarono in Parlamento indossando il turban, il tradizionale velo.
Quel giorno segnò la vittoria definitiva delle musulmane più osservanti, fino ad allora discriminate dalla legge che le obbligava a tenere il capo scoperto precludendo il lavoro negli uffici pubblici ma anche l’accesso all’università. Oggi la situazione è capovolta e il gesto rivoluzionario è di quelle che il velo se lo tolgono e lo gridano al mondo. In occasione del #10YearChallenge lo hanno fatto in diverse, ricavandone contestazioni e insulti.
Una delle prime è stata Nazan che, come ci racconta la Bbc, il 17 gennaio ha twittato due foto. Una la ritrae, un anno fa, con il velo in testa e un bambino in braccio. La seconda la mostra mentre fa parapendio, insieme al suo istruttore, con i capelli e le gambe al vento. «Non c’è nessun modo di descrivere quanto sia meraviglioso vivere come credi e come vuoi» è il testo del cinguettio. «Tu sei un’ignorante — è stata una delle tante risposte —, e ora sei aperta all’ignoranza». Ancor più contestato il post di Busranur che sogna di diventare ingegnera. «Ognuna di noi può toglierselo quando vuole — scrive —, noi ci siamo liberate da tutte le norme che una religione impone sulla donna. Siamo noi stesse». Ai molti che la criticano aspramente lei risponde così: «Ragazzi, ve lo dico per l’ultima volta. Non ho tempo per rispondere a chi sa solo insultare. Siete disgustosi».
E c’è anche chi come Memnuniyetsiz Melek ha fatto sia l’uno che l’altro percorso: «Ho combattuto per il diritto a portare il velo nelle università ma, negli ultimi otto anni, anche per potermelo togliere. Non è un mio rovello interiore ma una lotta contro il mio entourage e la società tutta».
È accaduto, insomma, quello che i secolaristi temevano quando, circa dieci anni fa, Recep Tayyip Erdogan ha cominciato a smantellare tutti i divieti voluti da Atatürk per rimarcare la separazione tra Stato e religione. Oggi non portare il velo, non farsi crescere la barba o persino bere un aperitivo è segno di diversità e motivo di biasimo. «Non vi impicciate dei nostri vestiti» era lo slogan che aveva portato le donne in piazza a Istanbul il 29 luglio del 2017 dopo che una ragazza era stata aggredita perché indossava degli shorts. Oggi lo stesso grido risuona sui social network.» Non vi impicciate dei nostri vestiti«temevano quando, circa dieci anni fa, Recep Tayyip Erdogan ha cominciato a smantellare tutti i divieti voluti da Atatürk per rimarcare la separazione tra Stato e religione. Oggi non portare il velo, non farsi crescere la barba o persino bere un aperitivo è segno di diversità e motivo di biasimo. È accaduto, insomma, quello che i secolaristi