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VIOLENZA domestica...

lunedì 27 aprile 2020 Servizio ripreso da Giulia Mengolini/CorriereSera Foto: Corriere della Sera

ISTANBUL - Se tutti i Paesi del mondo in lockdown da Covid-19 hanno visto una crescita esponenziale degli episodi di violenza domestica, uno di quelli a pagarne il prezzo più caro è la Turchia, che nel 2019 aveva già contato 411 casi registrati di femminicidio (in Italia nello stesso anno sono stati 95 secondo il rapporto Eurispes).
Un Paese già lacerato dalla violenza di genere anche senza l’aggravante della quarantena forzata, che costringe le donne in casa con i loro carnefici 24 ore al giorno, per settimane. Si ha paura di scappare perché si teme il contagio, si fatica a chiedere aiuto perché telefonare a un numero di supporto senza farsi scoprire dal marito maltrattante nella stanza a fianco non è semplice, i lividi addosso non vengono notati da nessuno. La piattaforma femminista turca Fermiamo i femminicidi ha segnalato che secondo le statistiche rese note dal dipartimento di polizia di Istanbul, con la riduzione della circolazione nel mese di marzo, si è registrato rispetto all’anno precedente un calo dei reati del 14,5%, dai furti agli omicidi, ma un aumento del 38,2% degli episodi segnalati di violenza domestica, che sono passati da 1.804 a 2.493.
I femminicidi nel mese di marzo sono stati almeno 29, in pratica uno al giorno. Abbiamo chiesto loro di aiutarci a capire quali sono le sfide che le donne turche stanno cercando di affrontare, e quale sia il ruolo del governo Erdogan in questa tragedia che somiglia più a una strage.

Quanto è drammatica la situazione in Turchia?
«La quarantena forzata causa molte difficoltà alle donne. Le Nazioni unite hanno dichiarato che “i luoghi più pericolosi per le donne sono le loro case”. Solo nel mese di marzo ne sono state assassinate 29: di queste, 21 sono state uccise durante i 20 giorni di quarantena che in Turchia è iniziata l’11 marzo. Altre nove sono state trovate morte in condizioni sospette. La violenza sulle donne sta diventando invisibile. Ma serve un pacchetto di emergenza: le misure adottate per proteggere dal coronavirus non dovrebbero diventare un ostacolo alla protezione delle vittime».

Come si può fermare questa strage?
« La legge numero 6284 (in vigore dall’8 marzo 2012, che si occupa di protezione delle famiglie e prevenzione della violenza contro le donne, ndr) e la Convenzione di Istanbul dovrebbero essere effettivamente applicate. Servono spot pubblici, trasmissioni in diretta e corsi di formazione. Gli strumenti di supporto e consulenza a sostegno delle vittime sono necessari sette giorni su sette, 24 ore su 24, senza interruzioni. Se ne dovrebbe parlare tramite ogni mezzo possibile».

 

 

Cosa dovrebbe fare il governo turco?
«Per le donne il meccanismo di denuncia andrebbe reso disponibile digitalmente. Ed è necessario che i rifugi per queste donne siano conformi alle misure da Covid-19 e i luoghi al momento non utilizzati dovrebbero essere messi a disposizione, considerando che tutte hanno diritto a un alloggio sicuro. All’interno delle case, poi, bisogna promuovere il lavoro egualitario».

Le persone che subiscono violenza utilizzano i numeri di aiuto? Sono diminuite o aumentate dall’inizio del lockdown?
«Le richieste inviate alla nostra linea di supporto sono aumentate del 44% durante la quarantena. Da quelle che abbiamo ricevuto nei primi 15 giorni è emerso chiaramente che le donne sono titubanti nel presentarsi in ospedale dopo un’aggressione perché temono di essere infettate. Gli studenti che sono tornati dalle loro famiglie a causa della chiusura delle scuole spesso vorrebbero denunciare quando si trovano a essere testimoni di episodi di violenza tra i genitori. Tuttavia rinunciano a farlo se i loro padri sono soggetti ad alto rischio in caso di coronavirus: temono che, se mandati fuori di casa, possano trovare condizioni malsane ed essere maggiormente esposti al contagio. Per questo spesso rinunciano. Va anche detto che le forze dell’ordine non hanno rispettato i loro obblighi riguardo alla legge 6284 con la scusa del rischio di contagio».

Quali sono gli obiettivi della vostra piattaforma? Da quanti anni combattete la violenza sulle donne?
«La piattaforma è stata fondata nel 2010 dopo l’omicidio di Münevver Karabulut, diciassettenne uccisa dal fidanzato (quando il presidente Erdogan e l’allora capo della polizia di Istanbul incolparono la sua famiglia per averla lasciata insieme a lui, le donne insorsero, ndr). La Turchia vuole fermare i femminicidi: se uniamo le nostre forze, i nostri cuori e le nostre menti, possiamo salvare le vite delle donne. La nostra piattaforma si impegna ogni giorno per fermare i femminicidi e proteggere le donne dalla violenza. Questa è la nostra priorità: restare tutte in vita».

Come lavorate?
«Forniamo assistenza legale alle donne che vogliono essere messe al sicuro, ci mettiamo in contatto con le autorità per far applicare la legge 6284, raccogliamo dati sui femminicidi e ogni mese li condividiamo pubblicamente. Le attività della piattaforma includono anche eventi, riunioni di formazione, proiezioni, proteste, casi giudiziari da seguire e manifestazioni correlate, partecipazione a proteste congiunte o attività con altre organizzazioni».

In Turchia la violenza sulle donne è ancora un tabù? Pensate che oggi se ne parli abbastanza?
«L’anno scorso il brutale omicidio di Emine Bulut di fronte alla figlia di 10 anni (avvenuto il 18 agosto 2019 in un ristorante nella città di Kirikkale, ndr) ha fatto reagire l’intera comunità. L’ultima frase della donna (accoltellata alla gola dall’ex marito, ndr) è stata “Non voglio morire”. Il suo assassinio ha rivelato la verità sul femminicidio nel nostro Paese. Le donne non tacciono, oggi lottano. E se non stanno in silenzio, la loro lotta viene vista e raccontata dai media. Ma in Turchia per molto tempo il femminicidio è stato “accettato”. Solo l’anno scorso il governo ha iniziato a divulgarne i dati e i numeri, prima venivano divulgati solo tramite la nostra piattaforma. Oggi i media danno più spazio alla violenza di genere, ma non è ancora abbastanza. Almeno 474 donne sono state assassinate in Turchia nel 2019».

Perché il tasso di violenza è così alto nel Paese? Le donne turche hanno iniziato a ribellarsi contro il patriarcato?
«Si stanno adattando a questo cambiamento, al progredire della società, e reclamano i loro diritti. Le donne di qualunque estrazione sociale e parte della Turchia vogliono lavorare, avere accesso all’istruzione, poter divorziare o rompere con i loro partner se non sono felici, non essere costrette a fare cose che non vogliono e poter prendere decisioni proprie sulla loro vita. Questo è un processo storico indispensabile e irreversibile. Le donne guadagneranno sicuramente i loro diritti attraverso la loro lotta, ma non devono pagarne il prezzo. Il patriarcato è la ragione dietro alla perdita di così tante vite».

Il governo che ruolo ha in tutto questo?
«Il presidente e i leader di tutti i partiti politici dovrebbero condannare la violenza contro le donne. La convenzione di Istanbul e la legge n. 6284 dovrebbero essere applicate in modo efficiente. Oggi, una parte della società cerca di discutere e attaccare la Convenzione di Istanbul. Tuttavia sappiamo che la Convenzione ha un’importanza fondamentale per prevenire i femminicidi e lottare per l’uguaglianza di genere. L’anno con il più basso numero di omicidi di donne nell’ultimo decennio è stato proprio il 2011, quando è stata stilata. Le donne godono di molti diritti, ma qui abbiamo problemi di attuazione. Applicazioni di legge misogine continuano a esistere anche se il governo dovrebbe proibirle, e rendere più difficili gli sconti di pena».