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Via Egnatia, ultimo atto

mercoledì 22 novembre 2019 Servizio ripreso da Ilaria Carmen Restivo/Osservat Foto: Vincenzo Cammarata/Osservatorio Balcani e Ca

ROMA - Antefatto sul Delta: "Qui gli Esuli, comfort zone raggiunta!". "I Saraceni sono in bus. Mancano 60 km a Enez. Mandateci GPS". "Il Duo Ellenico ha varcato il confine dopo ore di fila". "Ehi Serenissimi, fateci sapere quando raggiungete Tekirdað".
"Ma quando arriva il Macedone con il furgone?". Ci scriviamo messaggi via WhatApp per coordinare l’arrivo e, come gli Achei radunatisi presso lo Scamandro in attesa dell'assedio, così noi, giunti in gruppi sparsi da diverse provenienze, giochiamo ad affibbiarci strani appellativi e ci diamo appuntamento sul delta dell'Evros per lanciare la nostra impresa. Ma con intenzioni ben diverse da quelle di Agamennone...
Da Apollonia alla Macedonia, si viaggia lungo la via Egnatia verso est. È stata misurata in miglia romane e segnata da pietre miliari fino a Kypsela e al fiume Hebros, una distanza di 535 miglia”. Così Strabone, che cita Polibio.
Era l'antica via che attraversava i Balcani. Un progetto pluriennale dell'associazione Fuorivia ha promosso ogni anno un viaggio a piedi, per una sua valorizzazione. Il diario della quarta tappa
Volgendo le spalle alla municipalità greca di Kipi, di là del fiume Evros, è ragionevole pensare di riprendere il cammino verso est partendo dall’insediamento di Kypsela (Ipsala). E invece noi scegliamo di partire dall’antica Aenos, l’odierna Enez, per una ragione altrettanto logica.
Con la rifondazione di Adrianopoli (Edirne) nel secondo secolo d.C., il traffico della Tracia orientale cambia in maniera significativa. L'Itinerarium Antonini Augusti segnala una via alternativa verso Perintus (Marmara Ereðlisi) e Bisanzio, quasi una sorta di Egnatia bis.
Si tratta di un’arteria che, partendo da Aenos, sul mare, e arrivando ad Adrianopoli (Yannis Lolos: Via Egnatia After Egnatius; p. 279), seguiva il corso dell’Evros verso nord. Qui cambiava orientamento puntando a sud-est verso Perintus. Da Aenos, poi, esisteva una strada costiera che tagliava in diagonale il territorio verso nord-est e si ricongiungeva all’Egnatia, presso Zorlanis (Keþan), disegnando un triangolo scaleno.
È difficile ricostruire in questo tratto un percorso dato che i ritrovamenti sono scarsi. Secondo le ipotesi di alcuni studiosi (Mustafa Sayar: Via Egnatia on Eastern Thrace; p. 43), è probabile che l’Egnatia orientale sia stata costruita attorno al terzo secolo, subendo rifacimenti, deviazioni, cambi di toponomastica e adeguamenti, riportati in maniera disomogenea nelle fonti del periodo tardo antico (per approfondimenti sul sistema viario bizantino in Tracia orientale cfr: Andreas Küzler). E i dati archeologici in grado di suffragare le tesi sono scarsissimi, se si fa eccezione per qualche miliaria risalente alla prima tetrarchia e al periodo dei Severi (Mustafa Sayar: Via Egnatia on Eastern Thrace; p. 43).
Noi dunque scegliamo Aenos e la via costiera, che qualche sorpresa ancora la riserva. La scegliamo per la sua storia millenaria, per la leggenda legata ad Enea, che qui sarebbe sbarcato con le sue genti, e per i due ponti romani nei pressi di Yenice, testimoni di un collegamento commerciale tra il porto e la via Egnatia. Risaliremo le colline a ridosso del mare per ritrovare a Syrascelle, l'odierna Malkara, il percorso “ortodosso” registrato dalle fonti.
La penisola di Gallipoli ci appare all’orizzonte avvolta in una foschia bianca. Siamo in prossimità di Yaylaköy, sulla costa. È il primo giorno di cammino. Abbiamo lasciato il villaggio di Karaincirli alle nostre spalle e abbiamo puntato verso il mare, attraversando una riserva naturale per circa 15 chilometri. Nessun villaggio, nessun chioschetto, nessuna possibilità di rifornirci fino al mare, dove saremo ospitati per la notte.
Il percorso si snoda tra biancospini e lentischi, euforbie ed eringi come se non ci fosse una fine. D’un tratto, si apre davanti ai nostri occhi il blu ceruleo del Mar Egeo e noi restiamo a fissare ipnotizzati quella striscia oblunga di terra all’orizzonte, senza capire cosa sia. Poi, l’epifania: Dardanelli, Ellesponto, Troia… Nomi da favola antica. Oltre la penisola, l’eco di vecchie guerre e nuove battaglie risuona nell’aria, e ci sembra di sentire lo sferragliare delle spade troiane o le bombe della Royal Navy durante la campagna del 1915. Guardiamo in faccia il mito sotto l’ombra di una quercia vallonea che ci ripara dal sole. Domani risaliremo le colline procedendo ancora verso est. Il paesaggio muterà, le specie arbustive lasceranno il passo alle coltivazioni, e la Penisola ci guarderà allontanarci, ancora avvolta in quella foschia bianca, quasi fosforescente.
I giorni si accavallano e si confondono. Abbiamo superato Malkara e Kermeyan, due stazioni segnalate sulla Tabula Peutingeriana. Serve uno sforzo di concentrazione per collocare i giorni nel giusto ordine e raccontare un paesaggio rurale che risulta omogeneo, prevedibile, uniforme, con qualche antico tumulo a disegnare l’orizzonte. Come quello di Kermeyan, l’Apris rifondata dall’Imperatore Claudio, oggi modesto villaggio che niente lascia intravedere del suo passato.
A Çeþmeli, lasciamo l’azienda vinicola di Château Nuzun, dove ci siamo accampati tra le vigne. L’obiettivo è superare il promontorio di Marmara Ereðlisi e pernottare a Türam. Coltivazioni intensive dominano il paesaggio: distese immense di girasoli e grano, grano e girasoli. I canali di irrigazione sono segnati da fila di giunchi piegati dal vento. Sopra di noi, la cupola azzurra del cielo. Attorno a noi giallo, giallo ovunque; e l’occhio non sembra saziarsene. Il vento si mescola al ronzio dei cavi dell’alta tensione mentre attraversiamo un corridoio di tralicci che degradano verso il golfo di Marmara Ereðlisi, un tempo vitale snodo della via Egnatia, oggi importante centro per il commercio del gas naturale liquefatto. Tra i campi arsi dal sole, un cane ferito. Ignorarlo significa consegnarlo a morte sicura. Chiediamo all’onnipresente pick-up della polizia di accompagnare il cane e due di noi dal veterinario. Ci incontreremo a Türam per la cena. Vediamo il pick-up allontanarsi lungo il rettilineo di ghiaia bianca, unica variante al giallo circostante. Il resto del gruppo continua in silenzio. La “Città” si fa più vicina.
L’incognita del “dove passeremo la notte stanotte” è per noi un refrain carico di aspettative, miste alla speranza di ottenere una sistemazione consona per un’orda di 45 individui alla disperata ricerca di una doccia. Qui in Turchia stiamo imparando che quelle “aspettative” assomigliano sempre più alla consapevolezza che l’assurdo può verificarsi, come infatti puntualmente si verifica. Ma ormai abbiamo sviluppato un’ottima capacità di adattamento: la vita cruda non ci fa paura, e gli apparenti disagi si trasformano in aneddoti da annali, di quelli che lasciano il segno.
Capita così che a 7 chilometri a ovest di Malkara, ci viene assegnata un’area picnic attrezzata dove passeremo la notte in tenda. Sembrerebbe una soluzione comoda, priva di elementi significativi da raccontare: bagni, docce, punti per cucinare. Senonché l’area attrezzata si rivela lo scenario agreste e gotico di un quadro preraffaellita, con tanto di radura, cespugli, fontanile, pecore, pastori e cani randagi che presidiano la zona. Un campo aperto, esteso sul lato nord della superstrada E84 che corre a fondo valle, probabile alloggio degli stratae di cui era costituita l’Egnatia.
Com’è come non è, nel giro di poco il campo aperto si trasforma in un castrum, e i cani sono costretti a desistere: 40 tende; un bagno chimico ambulante; ufficiali di polizia si accampano con noi; un furgone di catering allestisce un self service a base di semolino ai funghi e riso in bianco; due autobus ci prelevano e ci portano in caserma per lavarci, poiché la pressione del fontanile è troppo bassa per allacciare un tubo flessibile da usare a mo’ di doccia. In accappatoio e infradito, beauty case alla mano, entriamo in 45 sugli autobus. Ci guardiamo attoniti: "Ma davvero stiamo andando a farci la doccia in bus?".
Dulcis in fundo, mentre come gitani diamo avvio a canti e danze durante la cena, un veicolo con atomizzatore sul tetto inizia ad irrorare misteriosi prodotti contro insetti infestanti. Poi ci abituiamo anche a quello, e fino a tarda notte restiamo lì, insieme a gendarmi cauti e divertiti, a cantar canzoni e mangiare angurie. Sarà dura svegliarsi domani, ma il cammino ci chiama e l’antica Apris ci aspetta.
Difficile trovare altro termine per designare il valore che hanno per noi le cosiddette bettole. Li chiamiamo “baretti”, ma anche questo è inappropriato: troppo italiano da feria d’agosto. “Cantina” non va bene perché non vi si trova il vino. “Osteria” men che meno. “Sala da the” è troppo anglosassone. “Chioschetto”? Ma non hanno l’architettura di un chiosco. E allora come chiamare questi luoghi di ristoro, accoglienti e un po’ sbilenchi, che incontri per la via, spesso accanto alle moschee, con una pergola e qualche sedia per gli astanti?
Per noi sono un po’ come una mutatio romana per i rifornimenti. Ci si beve çay e limonata. Se va bene, ci trovi qualche confezione di semi di zucca e pistacchi, forse qualche scatola di biscotti; ma sicuramente non ci trovi la birra. Per quella devi andare al minimarket.
Il sole è allo zenit e il meteo indica 35°. Arrivando al villaggio di Develi da nord-ovest, si svolta a destra su una strada lastricata che scende verso la moschea del villaggio. Davanti alla moschea, una “bettola”: Develi Koop Kantini. Ci appropriamo dello spazio sotto il tiglio e assediamo la bottega.
Accanto alla porta d'ingresso si nota un muretto di cinta scomposto, costituito da marmi e pietrame sospetto. Poi, improvvisamente, la noti: una lapide marmorea recante un'iscrizione in greco antico. Nessuno sa cosa sia, da dove venga, cosa significhi. Era lì già prima della “bettola”. Con improbabili gesti, il proprietario ci fa capire che spera lo si possa delucidare noi sulla faccenda.
Rossella scopre un termine eloquente: ΚΔΤΔΛΙΠΟΥΣΑΜΕ: “Avendo lei lasciato me”, il che ci fa pensare a una lapide funeraria. Ma di indizi sulla via Egnatia nemmeno l'ombra, per quanto il suo corso doveva essere molto vicino: Develi si trova grosso modo sulla direttrice tra Apris (Kermeyan) e Bitenas (Inecik), entrambe segnalate dalle fonti.
Fa caldo. È impensabile riprendere il cammino con questa canicola. Bisognerà aspettare le 17 prima di percorrere i chilometri che ci separano da un punto in cui prenderemo l’autobus per Tekirdað.
Così bivacchiamo davanti alla moschea, in corrispondenza di un trivio desolato, in compagnia del muezzin, tre tigli, le mosche, un'antica lapide, gli anziani del villaggio, qualche giovanotto, una bimba che saltella attorno a noi e l’immancabile gendarmeria, meravigliosa presenza che ogni volta si materializza come per incanto.
Gradualmente mutiamo, ci assimiliamo all’ambiente, aspettiamo. Con gli occhi a mezz'asta velati dal caldo e gli animi intorpiditi, diamo inizio a un torneo di briscola seduti tra gli astanti della “bettola”. Chi dorme, chi suona l'armonica, chi fa capannello coi gendarmi, chi chiacchiera in tedesco con un anziano emigrato in Svizzera tanti anni fa, chi cuoce il couscous nel cortile. E intanto veniamo viziati da tutti: ci offrono çay, frutta, tocchi di miele appena prodotto, con tanto di favo a nido d'ape.
È un camminare lento il nostro. Ci aspettano ancora parecchi chilometri. Vorrà dire che arriveremo tardi. Ma tutto il meglio è già qui, che altro chiedere?
Il paesaggio muta drasticamente alla periferia di Büyükçekmece. I campi di girasoli si addossano agli isolati popolari creando uno strano contrasto, e l'edilizia rurale lascia il posto ad ecomostri in cemento di 15 piani, circondati dall’asfalto e dal nulla. Gli isolati sono intercalati da quartieri residenziali fantasma, come quello di Tepekent, che attraversiamo inorriditi.
Deve essere stato pensato come quartiere esclusivo, ma la desolazione è soffocante: una fila interminabile di ville – sontuose, vuote e forse mai nemmeno assegnate – si sussegue per chilometri. Lungo il rettilineo si incontrano i gabbiotti dei guardiani, anch’essi vuoti. Camminiamo sotto il sole per un tempo incalcolabile. Nessun abitante, nessun passante, nessun negozio, nessun autobus. Nulla. Solo ville vuote, telecamere e filo spinato. Qualche anta dondola al vento. Il circondario è protetto da un posto di blocco incustodito; anche la moschea sembra deserta. C’è un unico passante che si lava i piedi alla fontana.
Uscendo dal quartiere di Tepekent, entriamo su una strada polverosa; i cani randagi ci abbaiano contro. Ci accorgiamo di essere arrivati nel municipio di Büyükçekmecedalle scritte sui cassonetti della nettezza urbana. Gli ecomostri sono addirittura invitanti, tanto il resto è inesistente. Dobbiamo arrivare al ponte ottomano di Sinan, ma prima serve una pausa, una pergola. Niente. Sostiamo seduti sul cemento di un’agorà al centro dei palazzoni; qualche minimarket ne segna il perimetro. I residenti sono gentili, ci offrono çay e ci chiedono di fare foto. Sogniamo l'oriente, ma l'oriente non è qui.
Arrivare a piedi al ponte ottomano percorrendo Silivri Caddesi ha dell’incredibile, tanto più che si è sintonizzati in modalità “ponte archeologico” e si cammina con quella predisposizione. Ma Silivri Caddesi è quanto di più distante possa esistere dal concetto di “turismo”.
Il sole del tramonto è dietro di noi. Uno strato di polvere e sabbia ricopre la strada asfaltata. Niente marciapiede, si cammina in fila indiana. Su entrambi i lati della carreggiata si apre un tripudio di attività produttive: capannoni, cementifici, discariche, rivenditori di rottami, legnami, marmi, parafanghi, putrelle d’acciaio, lapidi cimiteriali, autobotti; e poi gommisti, sfasciacarrozze, meccanici, carrozzieri… La sabbia sbatte sui nostri volti alzata dagli autocarri che sfrecciano ad alta velocità clacsonando all’impazzata. Le narici sono raggiunte da folate pungenti di pesce fritto. L’inferno è qui. Credi di aver sbagliato strada.
Poi imbocchi Pazar Caddesi e di colpo tutto tace. Silenzio. Niente traffico, niente autocarri, niente clacson, niente puzza di pesce. Dall’alto delle colline, sull’altra sponda del lago, troneggia l’antenna delle telecomunicazioni. Davanti a te il ponte, magnifico nelle sue quattro sezioni di pietra calcarea, ti invita dolcemente ad attraversarlo. Secondo le fonti, la via Egnatia passava più a nord: da Caenophrurium, l’attuale Kurfalli, puntava verso Melantias, la moderna Yarýmburgaz .
Ecco, lo abbiamo superato il magnifico ponte di Sinan. Istanbul è già qui. Domani prenderemo un bus per entrare in città, poiché è impossibile raggiungerla a piedi. Altra cosa da segnalare alle autorità e da aggiungere ai dati da produrre. Poi cammineremo verso la stele commemorativa che segna il punto di arrivo della via Egnatia, nei pressi del museo di Aya Sofya.
Domani ci aspetta un incontro organizzato dal Consolato italiano per presentare in maniera spontanea il progetto al pubblico locale, e per parlare di questa nostra quinta e ultima tappa.
Abbiamo tante cose per la testa, tante informazioni ed esperienze da elaborare, cinque anni da assimilare, nuovi progetti da ideare, ma anche il cuore in gola per l’emozione. Vorremmo ancora scrivere di Istanbul, dei mille strati di cui è composta, proprio come la via Egnatia era composta di stratae, ma per questo è necessario un intero capitolo a parte.