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Fuggire o restare

mercoledì 15 marzo 2019 Servizio ripreso da Monica Ricci Sargentini/Corrie Foto: Corriere della Sera

ISTANBUL - Una parte della società turca fa le valigie e se ne va. È accaduto in passato ma questa volta è diverso. A partire non sono solo gli attivisti dei diritti umani, i presunti seguaci del predicatore Fethullah Gülen, i giornalisti e gli accademici perseguitati ma anche migliaia di persone benestanti, colte, privilegiate che vendono tutto e si trasferiscono con le famiglie all’estero.
Fuggono sia i «cervelli» che la vecchia classe dirigente, l’élite secolare che, dopo 16 anni di governo dell’Akp, è stata ormai sostituita dai nuovi ricchi conservatori vicini al presidente Recep Tayyip Erdogan. Nel 2018 sono state 113mila le persone emigrate contro le 69mila dell’anno precedente. A queste si aggiungono le richieste di asilo politico che da 10mila nel 2017 sono passate a 33mila nel 2018. «Prima quando andavo a visitare i miei parenti in Turchia tutti mi chiedevano quando sarei tornato, ora la domanda che mi fanno è: come faccio ad andare via anche io?», racconta al telefono da Londra il professor Ibrahim Sirkeci, 46 anni, che insegna studi strasnazionali alla Regent University. «Un tempo si partiva per ragioni economiche e per sbarcare il lunario», dice, «oggi il problema è culturale. Erdogan sta cambiando la Costituzione e le leggi, la gente ha paura che il Paese si chiuda come l’Iran».
Le ragioni dell’esodo sono diverse: il timore di persecuzioni politiche dopo il fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016 che ha portato al licenziamento di oltre 150mila persone, il terrorismo, la sfiducia nel sistema giudiziario ma anche la produzione industriale che rallenta, l’inflazione galoppante e la crescente islamizzazione del Paese. Se nella Turchia secolare di Atatürk era proibito indossare il velo a scuola e negli uffici pubblici, oggi non coprirsi il capo, non farsi crescere la barba o persino bere un aperitivo è segno di diversità e motivo di biasimo. «Una mattina mi sono svegliata piangendo e ho detto a mia madre: ce ne dobbiamo andare», racconta Merve Bayindir, 38 anni, che due anni fa ha lasciato l’affascinante quartiere di Niþantaþý, nella parte europea della megalopoli, e ha trasferito a Londra il suo atelier in cui crea cappelli. Economicamente non le è convenuto «ma la libertà non ha prezzo», spiega. «Prima il Paese era molto moderno, ora hai paura a camminare da sola per la strada soprattutto se sei donna».
La meta più ambita di chi migra è la Gran Bretagna ma anche Grecia, Spagna e Portogallo sono molto richieste perché concedono i cosiddetti «visti dorati» a chi compra una proprietà di un certo peso. Il fenomeno è così diffuso che la tv turca manda in onda pubblicità che offre proprietà all’estero per cambiare vita. E poi ci sono i milionari, quelli che Erdogan ha chiamato pubblicamente «traditori»: secondo la Global Wealth Migration Review di AfrAsiaBank, in 12mila, il 12% dei ricchi del Paese, hanno spostato patrimoni fuori dal Paese tra il 2016 e il 2017, soprattutto in Europa e negli Emirati Arabi. «Quest’esodo», dice il professore Sirkeci con amarezza, «cambierà faccia alla Turchia. Per sempre».