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Una squadra che vince...

domenica 1 aprile 2018 Michele Farina/Corriere della Sera Foto: Corriere della sera

ISTANBUL - Una squadra senza storia e senza tifosi (leader supremo a parte) rischia di vincere il campionato turco. Quattro anni fa non era niente. Oggi è seconda, a un punto dal blasonato Galatasaray. Si chiama Basaksehir, dal nome di un distretto minore di Istanbul. Proprietari (e sponsor) sono accomunati dall’amore per il football e, soprattutto, per l’Akp, il partito che fa capo al presidente Recep Tayyip Erdogan. È «il club del governo», secondo la definizione usata dal quotidiano Financial Times.  Il presidente, Goksel Gumusdag, ripete che non è vero. Ma lui stesso è un funzionario dell’Akp, imparentato con la famiglia Erdogan. I colori dei seggiolini allo stadio (arancione, bianco e azzurro) sono gli stessi del partito conservatore di ispirazione islamica che in 15 anni è arrivato a confondersi con lo Stato. Prima delle partite, gli schermi mostrano immagini di caccia turchi che colpiscono obiettivi in Siria. I bambini-mascotte sono vestiti come soldati ottomani. Ai 500 ultrà capita di accogliere i giocatori con uno slogan («Dio è grande») che di rado si sente negli stadi «storici» del Paese. Gli spalti sono sempre semi-vuoti: in media, 5.500 spettatori. Lo stesso Erdogan (ex calciatore professionista) non è tra i frequentatori più assidui, anche se ha lasciato il segno indossando la maglia del Basaksehir in un incontro di beneficenza il giorno dell’inaugurazione.
Una religione laica. In anni recenti gli stadi delle Tre Grandi (Galatasaray, Besiktas e Fenerbahce) non sono stati «amici» del presidente. Anzi: nel 2013 gli ultrà hanno giocato un ruolo centrale nelle proteste anti-governative. È un caso che, giusto un anno dopo, una squadretta locale come il Basaksehir abbia cominciato la scalata verso la vetta con la benedizione di Erdogan?
 Aiutini, occhi di riguardo. Certo la squadra è tosta. Il motore è il «nazionale» Arda Turan, 31 anni, il più forte giocatore turco della sua generazione, arrivato in prestito dal grande Barcellona. È vero, per esempio, che i blaugrana di Messi giocano un ruolo nella contesa politica tra Catalogna e Stato centrale spagnolo. Ma in Europa, nessuna grande squadra può essere etichettata come «governativa» nella proprietà se non nell’anima. Fra i tifosi del Real Madrid c’è il premier Mariano Rajoy. In Gran Bretagna, al tempo del Labour al potere e del fortissimo Manchester United, la foto di Tony Blair in campo con Alex Ferguson poteva anche significare qualcosa di più che una semplice passione per il football. Ma il caso del Basaksehir è diverso. È la faccia sportiva di quanto il presidente Erdogan ha fatto e sta facendo per plasmare la Turchia a sua immagine e somiglianza.
Aver fatto il giocatore aiuta. Erdogan si vanta dei cinque titoli vinti con la maglia dell’Ett di cui è stato capitano negli anni Settanta. Certo, parliamo della squadra dell’azienda dei tram. Niente a che fare con la serie A. Ma vedere uno stadio dal campo permette di cogliere meglio il valore del calcio come macchina del consenso. In una vecchia intervista, lo scrittore turco Orhan Pamuk ha raccontato dell’ex dittatore portoghese Salazar, che usava il pallone come «oppio» per controllare il Paese.In Turchia, spiegava il premio Nobel una decina di anni fa, «magari fosse l’oppio del popolo: è invece una macchina per produrre nazionalismo, xenofobia e pensiero autoritario». E non importa vincere: «Il nazionalismo si nutre di catastrofi», che siano terremoti o guerre perdute o sconfitte di calcio, ricorda Pamuk.
Lo sa bene il premier ungherese, il nazionalista Viktor Orban, pure lui ossessionato dal pallone: ha continuato a giocare in una serie minore anche da premier. E ha fatto costruire uno stadio gioiello (in stile «tradizionale ungherese») a 20 metri dalla sua dacia, nel villaggio natio di Felcsút. Contro il parere della moglie: «Rovina la vista dalla cucina».