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La fine di un mito

lunedì 9 ottobre 2017 Piero Incagliati/Turchia Oggi Foto: Mario De Renzi/Turchia Oggi

A distanza di tre anni riproponiamo ai nostri affezionanti internauti la lettura di questo articolo di Piero Incagliati che era stato elaborato nell’ottobre 2014 in occasione della chiusura a piazza San Silvestro in Roma della Sala Stampa Italiana e che – a causa dell’intrusione di un hacker nel portale – era stato cancellato.

ROMA - Circa un secolo, per l’esattezza novantuno anni fa.
Erano gli inizi del 1923 quando Benito Mussolini, diventato presidente del Consiglio da pochi mesi, passando per piazza San Silvestro a Roma ebbe a notare una sorta di baracca appoggiata alla chiesa di San Claudio agli inizi di via del Pozzetto. Chiese ai suoi collaboratori quale fosse la sua funzione. Gli risposero che quei quattro legni e cemento, che tanto avevano attirato la sua attenzione, altro non erano che la sede dei corrispondenti dei giornali italiani nella capitale. Sede che certo non poteva stare al passo con quella della Stampa Estera la cui associazione era stata fondata nel 1912 nello storico caffè Faraglia di piazza Venezia noto per la sua raffinatezza ed eleganza.
Non sappiamo quale fosse stata la reazione del Duce, nessuno ce ne ha lasciato traccia. Fatto sta che, dopo alcune settimane, i rappresentanti della Stampa Italiana accreditati a Roma furono trasferiti in blocco in una più confortevole costruzione nata sul vecchio palazzo dei Pallottini che aveva ospitato dapprima il ministero dei Lavori Pubblici ed in un secondo momento le Poste. In merito non se ne sa più di tanto. E’ vero però che, essendo l’edificio distante poche decine di metri dal Caffè Aragno, situato nel Corso ed esattamente in palazzo Marignoli, tutta la hot-society intellettuale del tempo – a cominciare da Emilio Cecchi, Vincenzo Cardarelli, Aurelio Saffi, Bruno Barilli, Tommaso Marinetti, Ardengo Soffici, Anton Giulio Bragaglia, Nicolino D'Atri, Giacinto Sallustio, Bernardino Molinari e tanti altri tra artisti e scrittori – faceva sovente capo in Sala Stampa, sollecitata da quel fervore e scambio di idee che fecero di Roma una città unica nel suo genere.
Più tardi - a metà degli anni Trenta - probabilmente per un provvedimento preso dall’allora ministero competente da cui dipendeva la Sala Stampa - questa subiva un ulteriore trasferimento. I corrispondenti ebbero Infatti una nuova casa, lì a due passi; per la precisione a palazzo Marignoli, un edificio costruito nel 1870 su disegno dell’architetti Salvatore Bianchi e Giulio Podesti. Anche qui le memorie storiche sono scarse. Ma è altrettanto vero che, proprio perché palazzo Marignoli ospitava il caffè Aragno di cui si è parlato e che continuava ad essere luogo di incontro e di fermento culturale (famosa la terza saletta dove si ritrovavano artisti di avanguardia e dove si respirava una certa aria di opposizione al regime), non fu una sorpresa se la fronda nei confronti del Fascismo si trasferisse - al seguito di giornalisti come Mario Missiroli e Mario Pannunzio - al primo piano dell’edificio, nella più famosa Sala dei Marmi.
Dall’Aragno saliva volentieri anche l’avv. Bruno Cassinelli, uno dei più noti penalisti del suo tempo. Cassinelli passava per essere uno dei più accesi fustigatori del regime e solo più tardi, alla caduta di Mussolini, si venne sapere che – proprio lui, l’avvocato - avesse manifestato più di una simpatia per quest’ultimo e che anzi avesse fatto da sempre il doppiogioco. Con Cassinelli si accompagnavano sovente molti musicisti e critici musicali come Renzo Rosellini e Matteo Incagliati. Dietro a loro Bernardino Molinari, Giacinto Sallustio e Nicola D'Atri. Ne poteva mancare il deus ex machina de Il Messaggero, Francesco Maratea. Erano gli stessi che, dopo il 1935, avevano un po’ abbandonato il caffè Latour, davanti alle Terme di Diocleziano, per il più centrale Aragno. Una porticina interna portava nella chiostrina di palazzo Marignoli e da qui direttamente al primo piano a contatto con il meglio del giornalismo accreditato. Fare le ore piccole era d’obbligo e l’aria che si respirava sapeva tanto di massoneria.
Nonostante la creazione di un Circolo al suo interno, lo scoppio della seconda guerra mondiale mise un po’ in ombra la Sala Stampa che riprese però tutta la sua vivacità nel 1943. Fu proprio a luglio di quell’anno, e precisamente il giorno 26, che nei locali del Circolo – allungati verso via Corso - venne ricostruito il sindacato dei giornalisti sciolto dal Fascismo negli anni Venti. Nemmeno due anni dopo vedeva la luce l’agenzia Ansa, nata sulla scia della vecchia Stefani. Per la Sala Stampa era l’inizio di una seconda giovinezza. Basti pensare che, tra il 1945 ed i primi anni Sessanta, passarono per palazzo Marignoli giornalisti del calibro di Panfilo Gentile, Alfio Russo, Enrico Mattei, Alfredo Signoretti, Alberto Giovannini, Domenico Bartoli, Giovanni Spadolini, Giorgio Vecchiato, Italo De Tuddo, Idro Montanelli, Mario Missiroli. L’aneddotica che li circonda è piuttosto ricca. E a proposito di aneddoti ce ne è uno simpatico che riguarda l’ex direttore de Il Messaggero. Pur salendo in Sala Stampa e al Circolo in veste di ospite per chiacchierare del più e del meno con i colleghi, Missiroli era solito d’inverno portarsi dietro alcune “donnine” che stazionavano in piazza San Silvestro per offrire loro qualcosa di caldo. “Poverine – diceva – sono tutte infreddolite”.
Al salotto si univano tanto il pittore Giorgio De Chirico, che approfittava dell’ampiezza della Sala dei Marmi per esporre le sue opere metafisiche, quanto un anziano giornalista di nome Gianni Festa al quale si deve la ricostituzione dell’Associazione Stampa Romana. Festa aveva il suo ufficio, molto piccolo, in una sorta di mezzanino al quale si accedeva da un lungo corridoio che si apriva sul Circolo. A Festa, napoletano verace, si deve una lunga battaglia per il riconoscimento della pensione di reversibilità anche alle vedove di quei giornalisti che erano deceduti tra il 1940 ed il 1948 e che l’Inpgi sconsideratamente aveva cancellato dall’elenco. Tra queste, rientrava la madre dell’allora direttore de l’Avvenire d’Italia Raniero La Valle.
Intorno alla metà degli anni Sessanta, la novità.
La Ras (Riunione Adriatica di Sicurtà), proprietaria dell’intero immobile di palazzo Marignoli, propose alla Sala Stampa di passare dal primo al terzo piano. C’era la convenienza, considerato tra l’altro che il Circolo se ne era andato via da tempo per passare in una più discreta villetta ai Parioli dove poter gestire il gioco d’azzardo senza sorprese della polizia. E c’erano pure le condizioni giacché si passava in un appartamento di uguale grandezza ed affacciato su tre strade. E poi, una location tutta restaurata!
Per la verità qualcuno del trasferimento ebbe a ridire. Tra i tanti, Caterbo Mattioli,vecchio fascistone, che a quell’epoca ricopriva l’incarico di direttore della Voce Adriatica. La sua opposizione fu più che altro per sentimentalismo anche se i maligni bisbigliavano che fosse dettata dal fatto di non poter buttare dalla finestra della sua stanza la prima "Olivetti" a portata di mano quando si infuriava con il suo notista politico Roberto Perugini. Da un terzo piano, in effetti, c’era il rischio di ammazzare qualche passante.
Come che sia, prima dell’anno di grazia 1970 la nuova Sala Stampa diventava operativa. Poco meno di mille metri quadri di spazio suddivisi in 22 stanze, 4 bagni, un locale per il centralino, un altro per Radio stampa ed un bar. Vi presero possesso inizialmente ventitrè giornali ed una agenzia. Erano: La Notte, Il Tirreno, Il Resto del Carlino-La Nazione, Il Gazzerrino di Venezia, Il Mattino-Corriere di Napoli, il Roma, La Voce Adriatica, Il Mattino di Firenze, Il Piccolo, La Sicilia, Il Giornale di Sicilia, La Gazzetta del Mezzogiorno, Il Giornale di Brescia, La Gazzetta del Sud e l’Aga. In un secondo momento si sarebbero aggiunte le redazioni di Brescia Oggi, di Primorski e solo molto più tardi quella de Il Foglio.
Il corpo redazionale nel suo insieme si aggirava sulle duecento persone. A queste si dovevano aggiungere le unità dei commessi, quelle del centralino, di Radio stampa e dei “trombettieri”; senza contare la fitta schiera di collaboratori, quasi sempre firme prestigiose. C’erano giorni in cui, per muoversi nei corridoi, bisognava chiedere permesso e scansare i colleghi.
La Sala era aperta dalle 6:00 del mattino ad oltre mezzanotte. Il centralino invece rimaneva attivo fino alle 2:00 di notte. Dopo quell’ora un addetto restava di turno avendo la possibilità di fare un riposino in una stanzetta dove era sistemata una branda. Sempre che qualcuno non proponesse il rituale pokerino perché allora fare l’alba era di rito. Tra i giornalisti gli ultimi a staccare erano quelli de Il Mattino, i primi a prendere servizio quelli della Notte.
L’accredito per poter lavorare come redattore a palazzo Marignoli doveva essere richiesto dal direttore della testata al presidente della Sala Stampa. Per molti anni questo incarico fu ricoperto da Enrico Mattei. Quando il redattore si presentava al suo cospetto doveva necessariamente essere accompagnato dal capo redattore del suo giornale distaccato nell’ufficio romano. Se passava l’”esame il presidente in persona lo portava di sala in sala per farlo conoscere ai colleghi. Una prassi, ma anche il rito che – via via comunque – con il trascorrere degli anni scomparve del tutto.
In Sala Stampa i trent’anni dal 1970 al 2000 sono stati decisamente tra i più belli, sia per lo spirito di iniziativa di chi vi operava sia per il fervore giovanile delle nuove leve (ricordiamo per tutti Martucci, Fossi, Del Giudice, Filizzola, Semeraro, Garramone, Paglia, Diaconale, Bonasi, Sarrocco, De Turris, Macchi, Iacopino) che seppero approfittare dei cosiddetti Maestri per imparare bene il mestiere. Maestri come Nutrizio, Caputo, Lanza, Ghirelli, Zavoli, Rea, Benny Lai, Parente, Ricciuti, Crovato, Cavallari, Randon, Escofier, Dall’Ongaro, Mottironi, i fratelli Giannini, la Tedeschi, Airoldi.
Ecco, Airoldi: Era il notista politico del Resto del Carlino. Come in tutte le famiglie, anche nel Gruppo Riffeser c’erano simpatie ed antipatie. Lui, l’Airoldi, non poteva soffrire il suo vice Franco Cangini per cui non gli rivolgeva la parola. Per comunicare si serviva allora di un solerte redattore, Ettore sanzò, il cui compito tra i tanti era quello di prendere da Airoldi le agenzie che questi aveva appena “tagliato” e portarle all’interessato.
Sanzò lo faceva di buon grado. Era un bravo cronista, solo che qualche volta si lasciava andare. Scazzava, come si suol dire. Il giorno ad esempio in cui fu uccisa nel corso di una rapina la moglie del gioielliere Fornari, cominciò l’incipit del suo articolo con questa frase: “E’ la prima volta che a Roma etc, etc…”. Gli fu fatto osservare che non era affatto “la prima volta” ma che di fatti sanguinosi di quel genere ce n’erano stati altri. Sanzò non si scompose, prese una matita e, nell’articolo appena compilato, mise un “non” in capo al pezzo inviando poi il servizio corretto a Bologna.
Buon Ettore, come non rammentarlo con affetto. Lui ed altri. Vedi il collega Cochi che nell’arco della giornata usciva più volte dalla propria stanza per lanciare nel corridoio un paio di bestemmie indirizzate a chi non si sa; vedi il caposervizio de Il Gazzettino che - licenziato dal suo giornale per alcuni articoli sgraditi al Vaticano - pensò bene di protestare con un sit-in durato due mesi di fronte a San Pietro; vedi il collega del Roma che credeva nel mondo degli extraterresti ed in un prossimo arrivo degli Ufo; vedi ancora quel direttore de Il Mattino che puntualmente ad una certa ora si recava nel bagno per leggere il giornale ma seduto sulla tazza e con la porta aperta; vedi quell’altro direttore sorpreso più una volta a farsi una “sveltina” con una delle telefoniste; vedi il corrispondente di un quotidiano del Sud che improvvisamente si metteva a sparare sugli armadi con la sua cal. 7.65; vedi infine il direttore di un altro quotidiano che, cercando di non dare nell’occhio, bisbigliava da una cabina parole sdolcinate ad una collega rinchiusa in una cabina accanto. Il tempo necessario per giurarsi amore eterno, e non di più, giacché le strutture in questione non potevano essere occupate più di un quarto d’ora, e questo per via delle “fisse”.
Le “fisse” erano telefonate stabilite che, nell’arco della giornata – attraverso i Telefoni di Stato – intercorrevano tra la redazione centrale e la sede dell’ufficio corrispondente. Nei primi anni non esisteva la teleselezione né esistevano i fax per cui la dettatura degli articoli avveniva proprio attraverso la “fissa”. Il compito spettava al “trombettiere”, in genere un adepto votato al mestiere di giornalista. Di questi, il più famoso fu Aldo Zeri, entrato in Sala Stampa con i calzoncini corti e diventato, con il tempo, redattore prima del Tirreno e poi del Gazzettino di Venezia. Zeri era un vulcano. Era lui che faceva crocchio per raccontare le ultime storielle, lui che all’occasione procurava le notizia, lui che – da buon laziale sfegatato – organizzava le partite di calcio nei corridoi. Partite memorabili annullate, in partenza, solo quando il lavoro era molto più importante (era l’epoca dei sequestri di persona, del terrorismo rosso e nero, dei primi scandali per corruzione) o quando il fumo delle sigarette era talmente denso che la inusuale “attività” sportiva diventava poco salubre. Le “americane” sulle scrivanie non mancavano mai. A rifornirle era tal Antonio soprannominato lo sceriffo o Tony nicotina. Veniva in Sala Stampa un paio di volte alla settimana sempre molto richiesto. L’unico a non servirsi di lui era un solerte collaboratore che poi avrebbe fatto carriera alla Rai. Le “bionde” preferiva scroccarle al prossimo finché un giorno i colleghi, stanchi di foraggiarlo, presero l’abitudine di mettere nei pacchetti delle sigarette esplosive. L’idea era venuta ad un commesso, una sorta di istituzione. Si chiamava Cicerchia e per il modo di fare assomigliava un po’ ad Aldo Fabrizi. Parlare con lui significava ripercorrere all’indietro quella che era stata non solo la sala Stampa ma Roma stessa. Morì di infarto in un pomeriggio d’estate accasciandosi improvvisamente sul pavimento. Al funerale c’erano tutti a cominciare dai suoi colleghi – Calvario, Faccenda, Arena, Cologgi – ai giornalisti. Il prima fila il presidente Corigliano, il principe.
Gino Corigliano: altra figura mitica. Come mitico il racconto che fece di sè stesso nel ricordare una cena favolosa offerta ai suoi amici nizzardi. Erano mesi caldi ed il principe si trovava sulla Costa Azzurra a trascorrervi le vacanze. Come fare per divertirsi? Niente di meglio che chiamare il proprio amministratore a Catania e chiedergli di quanti “filari” di vite potesse ancora disporre. Alla risposta, un preciso ordine: “Vendete un ‘filare’ e fatemi avere il corrispettivo
Questo era Corigliano, vero nobile siciliano coltissimo ed accattivante, gaudente ma sempre signore, sia nei modi che nella persona. Corigliano è scomparso un paio d’anni fa ad oltre novant’anni. Per oltre un decennio la sua stanza, quella de La Sicilia di cui ricopriva la funzione di capo redattore da Roma, era diventata il salotto buono per sparlare di tutto e di tutti. Il più tagliente era Alberto Giovannini ma non da meno gli altri: da Alberto Sensini a Renato Filizzola, da Domenico Bartoli a Torquato Ugolini, da Piero Monti a Mario Cartoni, Enzo Erra, Arcangelo Paglialunga, Emilio Cavaterra, Gianfranco Finaldi, Antonio Lubrano. Qualche volta si affacciavano pure Sandro Paternostro e Ugo Santamaria, dopo che ebbero fatto la pace. Era capitato infatti che i due fossero stati accreditati in Sala Stampa per i propri giornali, l’uno all’insaputa dell’altro. A divertirsi alle loro spalle Aldo Zeri che - fermatoti a parlare una mattina con Paternostro - grosso modo gli disse così: “Sai, c’è uno in Sala stampa che ti porta in giro per il tuo nome e che si fa chiamare Santamaria”. Stesso discorso con quest’ultimo: “C’è uno che si fa chiamare Paternostro per portarti in giro”: Così avvenne che un giorno i due - non conoscendosi - facessero le loro presentazioni “Piacere, Paternostro”, “Piacere, Santamaria”. La cosa, naturalmente, finì a schifio con botte ed altro ancora.
Quante storie! Protagonisti sempre loro, i giornalisti. Raccontare di tutti non basterebbe un libro: c’era l’allupato che immancabilmente ogni pomeriggio alle 17:00 usciva dal palazzo per andare in via Frattina a trovare una squillo; c’era il maniaco-cleptotame che, quando non sottraeva ai colleghi tutto quello che trovava a portata di mano, si spostava nel bagno per fare la pipì, ma fuori della tazza; c’era l’amante del whiskey che tracannava l’ultimo bicchierino alle 22:00, troppo tardi per cominciare a scrivere e per evitare che il servizio arrivasse nella redazione centrale oltre il tempo massimo; c’era il matto con l’idiosincrasia per Repubblica e l’Espresso tanto che bastava che leggesse poche righe di queste due testate per andare fuori di testa, digrignando i denti e gesticolando per i corridoi; c’era l’elegantone detto “brill” famoso per le sue scarpe lucidate a specchio; c’era lo stravagante che stendeva i suoi articoli, con una scrittura quasi tachigrafica, su foglietti di carta non più larghi di 10 centimetri per 15 facendo poi le opportune correzioni su striscioline a lato tanto che l’insieme risultava una sorta di scacciamosche; c'era la matta che s'inventava violenze sessuali che tali erano solo nella sua testa; c’erano infine gli impiegati amministrativi che tutto facevano fuorché fare il proprio lavoro, scansafatiche come pochi, maestri nell’arte del disimpegno come in quello della recitazione. La sceneggiata era di casa, e per di più gratuitamente.
Un mondo, però,tutto sommato accattivante che – nonostante i dissapori e gli screzi che capitavano più che altro a causa di scoop mal digeriti – lasciava intravvedere il lato buono di una professione ancora bella. Non mancaca l’entusiasmo. Quello stesso che spinse un gruppo di redattori a fondare una televisione privata, una delle prime in Italia. La sede era sempre a palazzo Marignoli, ma all’ultimo piano in un abbaino. Si andava in onda – in una stanza riadattata a studio - due volte al giorno, con le edizioni del primo pomeriggio e della sera. Era una corsa continua, di nascosto dei propri capi, sù e giù per le scale, sempre con il timore delle telefonate dei direttori che potevano arrivare dagli uffici centrali. Ma che soddisfazione! Anche perché quelle poche apparizioni in video avevano reso i giornalisti più popolari che in tantissimi anni di vita da redattori della carta stampata. L’esperimento comunque durò poco, appena un paio di mesi, quindi il ritorno nei ranghi. Pur sempre in un clima di simpatica allegria.
Allegria! Parlarne oggi è pleonastico. Le redazioni romane di molti giornali sono state chiuse. Non ci sono più Il Tirreno, Il Piccolo, La Notte, La Gazzetta del Mezzogiorno, Il Gazzettino di Venezia; scomparsi Il Mattino, Il Giornale di Sicilia, La Gazzetta del Sud, Il Giornale di Brescia, Brescia Oggi. Ridimensionato il gruppo del Resto del Carlino e quello dell’Aga. Anche Il Sole 24 Ore e l’agenzia Radiocor - che occupavano tutto il quarto piano di palazzo Marignoli – se ne sono andati via da tempo. Come fantasmi si vaga per i corridoi senza neppure il piacere di una caffè (chiuso pure il bar), senza neppure il conforto di una partita a carte. Indimenticabili quelle a scopa di cui punto di riferimento era stato da sempre, prima di andare in pensione, l'onnipresente cronista Gaetano Basilici. Una débache!
Adesso poi lo sfratto. L’Allianz, nuova proprietaria di palazzo Marignoli, ha altre idee per la testa. La Sala Stampa trasmigra. E’ già pronta la sede, in piazza Augusto Imperatore. In fondo, a due passi da piazza San Silvestro. Ma è la fine di un mito. Un doveroso ringraziamento comunque al segretario della sala Stampa Mario Antolini e agli altri colleghi del Consiglio direttivo che si sono adoperati, sia presso il ministero dello Sviluppo che presso palazzo Chigi, perché l’oblio non scendesse definitivamente su questa gloriosa istituzione. Amen
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Per questioni di spazio ci è stato impossibile citare i nomi di tutti i redattori che si sono avvicendati in Sala Stampa. Ma sono nel nostro cuore.
Un pensiero particolare ai colleghi ed amici che non ci sono più.