Economia/agricoltura

Unicredit: la ritirata dalla Turchia costa 3.2 mld

11 novembre 2021 Servizio di Carlotta Scozzari/La Stampa Foto: Il Fatto Quotidiano

TORINO - La ritirata dalla Turchia costa cara a Unicredit: 3.2 miliardi in due anni a causa della svalutazione della lira. Ma l’operazione, benché avviata già dalla fine del 2019 dall’ex numero uno Jean Pierre Mustier, rientra nella logica del piano industriale che l’ad Andrea Orcel si prepara a presentare il 9 dicembre.
ella nota diffusa alle 23.45 dell’8 novembre, il gruppo di Piazza Gae Aulenti annuncia che la cessione del 20% ancora in portafoglio di Yapi ve Kredi Bankasi, operazione suddivisa nella vendita del 18% per 300 milioni agli ex soci di Koç Holding che hanno esercitato la prelazione più il collocamento sul mercato del restante 2%, sul conto economico del 2021 «genererà un impatto di segno negativo pari a 1.6 miliardi». Una cifra che, tecnicamente, deriva dagli effetti del crollo della lira turca sull’euro esercitati tramite la «riserva oscillazione cambi» relativa alla stessa partecipazione in Yapi.
Soprattutto, però, la cifra va a sommarsi all’analoga voce di segno negativo pari a 1.58 miliardi già contabilizzata per gli stessi motivi nel bilancio del 2020, anno in cui Unicredit, all’epoca ancora guidata Mustier, aveva ceduto prima il 9% e poi il 12% della banca con sede a Istanbul, scendendo così dal 40,95 al 20% dell'unione di intenti con il gruppo finanziario turco Koç. Tra l’altro, proprio la rottura degli accordi con Koç aveva pesato per 365 milioni sul bilancio di Unicredit del 2019. Così, con la vendita dell'ultimo 20%, il gruppo milanese mette fine una volta per tutte alla campagna sul Bosforo inaugurata nel 2001 sotto la guida di Alessandro Profumo. Un investimento che nella prima parte del nuovo millennio ha anche dato soddisfazioni (e che in termini di dividendi ha continuato a darne), ma su cui negli ultimi anni ha inevitabilmente pesato il rischio geopolitico associato al Paese guidato da Recep Tayyip Erdoğan, appena lo scorso aprile apostrofato dal premier Mario Draghi come «un dittatore di cui si ha bisogno». E la vendita definitiva di una partecipazione finanziaria non più strategica sembra rientrare appieno nel nuovo piano industriale che sta preparando Orcel, il quale dal suo arrivo, ad aprile, ha già snellito la prima linea della banca, dato centralità all’Italia come geografia autonoma e accantonato a suo dire una volta per tutte l'acquisizione di un “perimetro selezionato” di Mps.
Per gli analisti di Equita, l’uscita dalla Turchia «è coerente con la strategia di semplificazione della struttura del gruppo e di ottimizzazione dell’allocazione del capitale». Mentre S&P Global Ratings, in una nota sulla questione diffusa la sera del 9 novembre, ha spiegato di ritenere che «la decisione di disinvestimento sia coerente con la strategia di derisking di Unicredit e il suo piano di focalizzazione sul core business e sui mercati. Prevediamo che questa decisione - prosegue l’agenzia di rating - avrà un impatto trascurabile sulla capitalizzazione della banca. Tuttavia, riduce ulteriormente i rischi al ribasso associati alla sua esposizione alla Turchia, date le difficili condizioni economiche e operative, nonché la forte volatilità della lira turca, che ha perso circa un quarto del suo valore dall'inizio dell'anno. Riconosciamo – fa infine notare S&P - che Unicredit detiene ancora circa 855 milioni di dollari di debito subordinato emesso da Yapi, che scadrà nel 2023».
Dato per assodato che, anche tenendo conto dell’incasso dalla vendita, l’addio a Istanbul avrà un impatto negativo sull’utile consolidato finale del 2021, gli esperti di Bofa evidenziano che l’operazione non intaccherà i profitti cosiddetti “rettificati”, depurati cioè delle voci ritenute straordinarie, utilizzati come base per il calcolo dei dividendi agli azionisti. Tutte questioni su cui la comunità finanziaria attende indicazioni nel nuovo piano targato Orcel.