Economia/agricoltura

Ripresa della economia e...

14 ottobre 2021 Servizio ripreso da Valeria Talbot/ISPI Foto: ISPI

ISTANBUL - Alle prese con la gestione della pandemia da Covid-19 e della campagna di vaccinazione, che però non ha ancora raggiunto la copertura necessaria a ridurre i contagi, la Turchia si trova di fronte anche alla preoccupazione di possibili nuovi flussi di profughi provenienti dall’Afghanistan.
Sul piano economico, la ripresa dei consumi interni e delle esportazioni ha trainato una considerevole crescita del Pil, sebbene permangano diverse criticità prima fra tutte un’inflazione in costante crescita. In ambito regionale si assiste invece al moltiplicarsi delle iniziative turche per la ripresa del dialogo con alcuni attori mediorientali dopo anni di forti tensioni.

Quadro interno

Con 6.8 milioni di casi alla metà di settembre, la Turchia rimane il Paese della regione con il più alto numero di contagi di Covid-19. La fine delle restrizioni e delle misure per il contenimento della pandemia, decretata a inizio luglio, ha portato a un aumento dei casi – dovuti per il 90% al diffondersi della variante delta – da 5.000 a oltre 20.000 al giorno alla fine di agosto. Parallelamente, l’intensificazione della campagna vaccinale negli ultimi mesi ha assicurato una copertura completa al 50% della popolazione (83.6 milioni). Tuttavia, nonostante il raggiungimento di 100 milioni di dosi somministrate a metà settembre[1] e l’abbassamento a 15 anni dell’età per la vaccinazione (12 anni per i soggetti con fragilità), rimangono ancora molte resistenze al vaccino anti-Covid tra la popolazione. Circa 3.000 persone hanno partecipato lo scorso 11 settembre a una manifestazione organizzata a Istanbul contro mascherine, vaccini e tamponi,[2] richiesti dal governo per lo svolgimento in sicurezza di molte attività nel paese, a partire dalla riapertura delle scuole.
Sul piano politico le elezioni del 2023 continuano a dominare la scena e le mosse dei partiti turchi, nonostante l’appuntamento sia ancora in là da venire. Il partito del presidente Recep Tayyip Erdoğan (Giustizia e sviluppo – Akp) e il suo alleato di governo, il Partito del movimento nazionalista (Mhp) guidato da Devlet Bahceli, hanno trovato l’accordo per abbassare dal 10 al 7% la soglia di sbarramento per entrare in parlamento. La proposta di legge, che sarà presentata all’Assemblea nazionale alla ripresa delle attività in ottobre, sembra essere dettata dalla necessità di assicurare al Mhp la partecipazione alla prossima legislatura. Il partito di Bahceli che già nel 2018 era riuscito a superare di poco più di un punto la soglia del 10%, risulterebbe oggi in calo nei sondaggi con l’8,9% dei consensi.[3] Nell’attuale legislatura è proprio il supporto del Mhp che consente all’Akp di avere la maggioranza parlamentare.
Una soglia più bassa potrebbe favorire anche il Partito democratico dei popoli (Hdp) che, entrato per la prima volta in parlamento nel 2015, alle ultime elezioni aveva ottenuto l’11.7% dei voti. Ma una riduzione potrebbe allo stesso tempo trasformarsi in uno svantaggio. La formazione filocurda infatti potrebbe correre il rischio di vedere ridursi i consensi nel caso in cui dovesse perdere il sostegno di quell’elettorato che lo ha votato più in funzione anti-Akp che per affinità ideologiche. Tuttavia, nell’immediato a preoccupare maggiormente l’Hdp è la spada di Damocle della possibile chiusura avanzata dal procuratore generale della Corte di Cassazione Bekir Sahin. Dopo essere stata respinta una prima volta per vizi di forma, la richiesta è stata presentata nuovamente a giugno ed è attualmente al vaglio della Corte costituzionale, la cui decisione non è prevista prima del prossimo gennaio. Accusato di avere stretti legami con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) – organizzazione considerata terroristica per Turchia, Stati Uniti e Unione Europea – e di svolgere attività legate al terrorismo, l’Hdp oltre alla chiusura rischia il bando per cinque anni dalla vita politica dei suoi 451 membri e il possibile congelamento dei conti bancari.[4] Dal 2018 il numero dei parlamentari dell’Hdp si è ridotto da 67 a 55, mentre decine di amministratori locali sono stati rimossi dai loro incarichi con l’accusa di propaganda terroristica o sostegno al terrorismo. Accusa quest’ultima che pende anche sui due fondatori del partito, Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, in prigione dal 2016.
Se resta da vedere quali saranno le sorti dell’Hdp da qui al prossimo voto, il presidente Erdoğan ha escluso la possibilità di elezioni anticipate, richieste soprattutto dal Partito repubblicano del popolo (Chp), la principale forza di opposizione in parlamento. Andare al voto in questa fase non converrebbe all’Akp che, secondo gli ultimi sondaggi di MetroPoll,[5] continuerebbe a perdere consensi, attestandosi al 25.4%, notevolmente al di sotto del 42,56% ottenuto nel 2018. In calo però anche tutte le altre formazioni politiche, a indicare che la percentuale degli indecisi rimane in questa fase ancora ampia.
Le difficoltà dell’economia turca, che ha subito anche l’impatto negativo della pandemia, rimangono la causa principale della crescente disaffezione nei confronti del partito di governo, su cui pesa anche un effetto fatigue dopo quasi vent’anni al potere. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto di statistica turco, l’economia turca è cresciuta del 21.7% nel secondo trimestre del 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente in cui invece aveva registrato una contrazione del 10,3% a causa del blocco di tutte le attività dovuto alla pandemia. A trainare la crescita è innanzitutto l’aumento dei consumi interni, soprattutto da parte della fascia di reddito medio-alta che ha speso in beni di consumo durevoli e investito i risparmi nel mattone. Ma un importante traino è stato costituito anche dalla ripresa di investimenti, esportazioni e turismo. Se la produzione industriale, che contribuisce al 22% del Pil turco, è aumentata del 40% nel secondo trimestre, un segnale di graduale ripresa si registra nel settore turistico, uno dei più importanti per l’economia del paese. Secondo l’Economist Intelligence Unit, nel mese di luglio, con la fine delle restrizioni anti-Covid, 4,36 milioni di visitatori si sono recati in Turchia contro i 930.000 dell’anno precedente, ma ben al di sotto dei 6,62 milioni del 2019, anno record per il turismo con 34,5 milioni di presenze. Lo stesso andamento non si è invece avuto ad agosto a causa sia della diffusione della variante delta sia dei vasti incendi che hanno colpito il paese. Definiti dallo stesso presidente i peggiori della storia turca, gli incendi hanno colpito soprattutto le aree costiere del Mediterraneo, provocando vittime e costringendo migliaia di turisti a evacuare. La distruzione provocata dalle fiamme ha messo in evidenza anche in Turchia, così come in altri paesi mediterranei, il problema del cambiamento climatico, questione cui il Governo non sembra finora avere dedicato la dovuta attenzione.
Tuttavia, nonostante la crescita del Pil, l’aumento del tasso di inflazione – che ad agosto ha raggiunto il 19,25%[6]  – e la forte svalutazione della Lira turca continuano a gettare ombre sul quadro economico del paese. Il forte deprezzamento della lira nei confronti del dollaro fa sì che tradotto nella valuta americana il Pil pro capite turco si aggira intorno ai 9.000 dollari, ben al di sotto dei 12.500 dollari del 2013.[7] Il deterioramento degli standard di vita, soprattutto dei redditi medio-bassi, contribuisce a spiegare la crescente insoddisfazione nei confronti della gestione dell’economia e la disaffezione nei confronti del partito del presidente tra la popolazione.
Tra le cause di malcontento riemerge la questione dei migranti. La Turchia è infatti il Paese al mondo con il più elevato numero di rifugiati: intorno ai 4 milioni, di cui 3.6 milioni sono siriani. Dal 2016 sono giunti nel paese anche 470.000 afghani[8] e cresce il timore per aumento dei flussi dall’Afghanistan dopo l’instaurazione dell’Emirato islamico guidato dei talebani. Proprio per frenare una nuova ondata di profughi il governo ha deciso di prolungare di 242 km il muro tra la Turchia e l’Iran, la cui costruzione era iniziata nel 2017 nella provincia orientale di Iğdır e che si estendeva già per 221 km. In un paese in cui l’elevata presenza di rifugiati ha alimentato un diffuso sentimento anti-migranti la leadership turca non può infatti permettersi che si accresca ulteriormente la pressione migratoria.

Relazioni esterne

La crisi in Afghanistan e il possibile ruolo della Turchia nella gestione dell’aeroporto di Kabul dopo il ritiro delle forze occidentali dal Paese è stato al centro della politica estera negli ultimi mesi. Di fatto, la possibilità che forze turche rimanessero in Afghanistan al termine della missione Nato alla fine di agosto era già emersa durante il vertice dell’Alleanza atlantica a Bruxelles lo scorso giugno, cioè due mesi prima della presa del paese da parte dei talebani. Questi ultimi, se da un lato hanno affermato che qualsiasi forza rimasta sul territorio afghano dopo il 31 agosto sarebbe stata considerata una forza di occupazione, dall’altra hanno fatto significative aperture nei confronti di Ankara, che in partnership con il Qatar, sta cercando di ritagliarsi un ruolo di mediazione con la leadership del neo Emirato islamico, facendo leva anche sull’affinità religiosa. Se resta ancora da capire quale sia la strategia turca in Afghanistan, la possibilità di estendere la propria sfera di influenza in uno scacchiere chiave come quello afghano è certamente appetibile per il presidente turco, di fatto il principale artefice della ambiziosa politica estera turca negli ultimi anni. Al di là delle ambizioni, c’è anche la necessità di evitare un aumento della pressione migratoria sulla Turchia che Ankara non può più permettersi di sostenere. Tuttavia, un coinvolgimento in Afghanistan non è visto con favore dall’opinione pubblica turca sempre meno in sintonia con la politica di proiezione nei teatri di crisi condotta dal Governo.
Al di là dell’Afghanistan, sul piano regionale la Turchia ha intensificato le aperture di dialogo con i suoi principali competitor mediorientali nel tentativo di superare annose tensioni e ricucire gli strappi che negli anni l’hanno costretta in una situazione di isolamento nella regione. Continua dunque lo slancio diplomatico che, indirettamente inaugurato dalla presidenza Biden, sembra aprire qualche spiraglio di distensione nel Mediterraneo allargato. A inizio settembre si è svolto ad Ankara un secondo round di colloqui con l’Egitto a livello di viceministri degli Esteri che prosegue l’iniziativa avviata a maggio al Cairo volta a normalizzare le relazioni diplomatiche interrotte nel 2013 (si veda Turchia in Focus Mediterraneo allargato n. 16). Al centro dei colloqui i principali dossier regionali, dalla Libia al Mediterraneo orientale, in cui i due paesi si trovano su fronti contrapposti. L’interruzione delle relazioni diplomatiche e la competizione sul piano regionale non hanno tuttavia danneggiato i rapporti economici; l’interscambio commerciale si è infatti mantenuto a livelli costanti e non ha subito contraccolpi: nel 2019 è stato pari a 5.02 miliardi di dollari, dato di poco superiore al volume del 2013 pari a 4,8 miliardi di dollari[9].
Parallelamente al tentativo di normalizzazione con il Cairo, Ankara ha imboccato la strada del dialogo anche con Riyadh e Abu Dhabi. Mentre con l’Arabia Saudita si è svolto un primo incontro tra i ministri degli Esteri lo scorso maggio, il primo contatto a livello di governo con gli Emirati Arabi Uniti è avvenuto a metà agosto quando il consigliere emiratino per la sicurezza nazionale Tahnoun bin Zayed al-Nahyan si è recato ad Ankara dove è stato ricevuto da Erdoğan, invece che dal suo omologo Ibrahim Kalin. La visita è stata seguita due settimane dopo dal colloquio telefonico tra lo stesso presidente e il principe ereditario Mohammed Bin Zaied. All’interno del blocco saudita-egiziano-emiratino, cui l’asse turco-qatarino si è contrapposto nei principali teatri di crisi regionali e nel sostegno alla Fratellanza musulmana, gli Emirati Arabi Uniti sono l’attore con cui lo scontro è stato più aspro. Tuttavia, nell’attuale fase di ridefinizione degli equilibri regionali tanto Ankara quanto Abu Dhabi sembrano intenzionate a proseguire nel percorso di distensione da cui entrambe le parti trarrebbero benefici, anche di carattere economico. A livello sia politico sia economico difficilmente Ankara avrebbe vantaggi nel mantenere alto il livello della contrapposizione sul piano regionale, mentre i benefici di una distensione iniziano a farsi più evidenti.

[1] Ministero della Salute turco, https://www.saglik.gov.tr/EN,85551/quot100-million-doses-is-a-joint-successquot.html

[2] “Anti-vaxxers in Turkey meet in 'Great Awakening Rally'”, Hurriyet Daily News, 21 settembre 2021.

[3] A. Wilks, “Turkey’s ruling alliance to ease election threshold, but opponents smell trap”, Al-Monitor, 2 settembre 2021. 

[4] D. Cupolo, “Top Turkish court accepts revised indictment to ban pro-Kurdish party”, Al-Monitor, 21 giugno 2021.

[5] https://twitter.com/metropoll/status/1433112473318608907/photo/1

[6] https://www.tuik.gov.tr/Home/Index, Turkish Statistical Institute, agosto 2021.

[7] M. Sonmez, “Turkey’s record growth rate belies murky economic prospects”, Al-Monitor, 1 settembre 2021.

[8] “Turkey extends security wall along Iran border: Interior minister”, Hurriyet Daily News, 15 settembre 2021.

[9] Dati dell’Istituto di Statistica turco (TUIK).