Economia/agricoltura

Cina: la via della seta passa anche dalla turchia

31 dicembre 2019 Servizio ripreso da Nicolas Cheviron Il Fatto q. Foto: Il Fatto quotidiano

ROMA - Il 6 novembre scorso giungeva alla stazione di Ankara il primo treno merci in arrivo dalla Cina e diretto in Europa. L' evento, celebrato dalle autorità turche, è l' esito più eclatante di tanti anni di cooperazione per portare a buon fine il progetto cinese delle "nuove vie della seta", che punta a rilanciare le rotte commerciali storiche.
Se Mosca fa sfoggio del suo recente riavvicinamento con Ankara, c' è infatti un' altra capitale che, con molta più discrezione, sta avanzando le sue pedine in Anatolia: Pechino. Per la Cina la Turchia è un alleato cruciale per poter realizzare il suo progetto commerciale verso i mercati europei: ma a condizione che Ankara chiuda un occhio sugli abusi cinesi contro i "cugini" uiguri.
Il treno, partito da Xi' an (Cina nord-occidentale), con 40 vagoni carichi di prodotti elettronici, ha attraversato le steppe del Kazakistan, il Mar Caspio e il Caucaso per raggiungere la capitale turca in dodici giorni. È poi ripartito per Praga, dove è arrivato sei giorni dopo, passando per Istanbul e il tunnel ferroviario sotto lo stretto del Bosforo. La tratta lunga 11.500 km dovrebbe essere operativa a un ritmo quasi giornaliero a partire dal 2020. "Abbiamo stipulato dei contratti con le autorità cinesi per organizzare 300 treni il primo anno e mille il secondo.
L' obiettivo del Governo cinese è di raggiungere i cinquemila treni nel 2023 - ha dichiarato Cem Kaniogullari, direttore generale della Srap, l' azienda che gestisce la linea ferroviaria, sentito da Mediapart -.
Il nostro obiettivo è di gestire un quarto dei treni che partono dalla Cina". Avviato dal presidente cinese Xi Jinping nell' ottobre 2013, il gigantesco progetto Belt and Road Initiative (Bri) ha già portato la Cina a investire 800 miliardi di euro nelle infrastrutture di 70 paesi che servono a unire l' Asia all' Europa attraverso una rete di collegamenti terrestri e marittimi. Il BRI , destinato a facilitare gli scambi ma anche a rafforzare l' influenza cinese in questi paesi, potrebbe costare in tutto alla Cina tra 3.200 e 6.500 miliardi di euro. Nel progetto di Pechino, la Turchia svolge un ruolo di primo piano.
"È un punto di passaggio obbligato. Gli scambi dall' Europa verso la Cina e viceversa dovranno per forza passare per la Turchia", sottolinea il responsabile per il commercio del consolato della Cina a Istanbul, Huang Songfeng, citato dall' agenzia di stampa turca Dha. Per quanto riguarda gli scambi per via terrestre, "la Cina ritiene che la Turchia rappresenti la piattaforma principale", spiega Selçuk Colakoglu, docente di relazioni internazionali all' Università Yildirim Beyazit di Ankara, specializzato sull' Asia.
Un primo treno merci cinese aveva raggiunto Londra nel gennaio 2017 passando per Mosca, ma "la Cina non intende dipendere dalla Russia", precisa l' esperto. Secondo un recente rapporto del think tank turco Seta (Fondazione per la ricerca politica, economica e sociale), le aziende pubbliche cinesi hanno investito 720 milioni di dollari (650 milioni di euro) sulla linea ferroviaria Ankara-Istanbul. Inoltre "per la Cina la Turchia rappresenta la porta di ingresso per il Medio Oriente", aggiunge Colakoglu, che è anche consigliere del Centro di ricerca strategica del ministero degli Esteri turco.
Per quanto riguarda la via marittima, i porti turchi sono seri rivali del porto greco del Pireo, di cui la Cina ha acquisito la quota di maggioranza nel 2016. Pechino ha anche un progetto di treno ad alta velocità tra Atene e Budapest. A fine 2015 un consorzio cinese ha acquisito il 65% delle azioni del Kumport, il porto per navi container di Istanbul, per 940 milioni di dollari (850 milioni di euro). Ora Ankara sta tentando di interessare gli investitori cinesi ad altri tre porti: quello di Candarli, sul Mar Egeo, di Mersin, sul Mediterraneo orientale, e di Zonguldak, sul Mar Nero.
"Tutti e tre presentano un certo interesse per la Cina", ha affermato Altay Atli, specialista di relazioni economiche con l' Asia all' università Koç di Istanbul. "Il porto di Candarli è situato di fronte al Pireo, ma sta raggiungendo i suoi limiti naturali e non può più essere ampliato. Mersin è importante perché rappresenta un collegamento con il Medio Oriente: quando la ricostruzione della Siria prenderà il via, la Cina avrà infatti bisogno di un porto - aggiunge il docente - Zonguldak, infine, rappresenta il punto di collegamento tra la Turchia e i paesi che si affacciano sulla riva nord del Mar Nero".
Per Altay Atli, che è anche direttore di un' agenzia di consulenza in strategia aziendale con la Cina, la via marittima è la vera sfida di questa nuova via della seta. "Il treno cinese che ha appena attraversato la Turchia trasportava 40 container, mentre la più grande nave portacontainer del mondo ne può trasportare 23.700", precisa.
Gli investimenti cinesi in Turchia non si limitano alle infrastrutture per i trasporti. A fine 2018 sono stati registrati 15 miliardi di dollari di investimenti (13,5 miliardi di euro), soprattutto nel settore dell' energia. Quest' ultimo ha rappresentato da solo il 63,1% degli investimenti cinesi in Turchia, serviti a finanziare soprattutto la costruzione di una centrale termoelettrica ad Adana e il gasdotto Tanap, tra il Mar Caspio e l' Europa.
La partecipazione cinese nell' economia turca è favorita da un accordo di cambio di valute (swap) stipulato nel 2012 e rinnovato nel 2019, che ha consentito il trasferimento in Turchia, a metà anno, dell' equivalente in yuan di un miliardo di dollari, nonché l' ingresso sul mercato turco delle banche cinesi Icbc (che detiene il 75,5% delle azioni di Tekstil Bank) e Bank of China. L' afflusso di denaro cinese passa anche per lo sviluppo del turismo: il numero di visitatori cinesi è passato da 77 mila nel 2010 a 394 mila nel 2018 (decretato dalle autorità cinesi come l'"anno del turismo in Turchia") e a 383 mila nei primi nove mesi del 2019.
Una manna per la Turchia che esce da nove mesi di recessione, con una timida ripresa della crescita (+0,9%) nel terzo trimestre 2019, ma deve far fronte a elevati tassi di disoccupazione (14% ad agosto) e all' inflazione (10,56% a novembre). Il riavvicinamento economico con la Cina riflette anche la volontà di Ankara di riaffermarsi sul piano diplomatico. Volontà che si è già tradotta nell' acquisto di missili terra-aria russi S-400 e nell' offensiva dell' esercito turco nella regione curda siriana del Rojava, lanciata ad ottobre malgrado l' alleanza stipulata dalla Nato, di cui la Turchia è membro, con l' amministrazione curda per combattere i jihadisti dell' Isis.
L' istituto Seta, vicino al governo islamico-conservatore, non esita a menzionare nel suo rapporto sulla Cina un cambiamento di paradigma diplomatico: "L' atteggiamento unilaterale, capriccioso e autoritario degli Usa sta spingendo in modo irreversibile la Turchia e la Cina verso un nuovo sistema di alleanze". La spiegazione non convince Altay Atli: "Il comportamento del governo turco non è dettato dall' ideologia - ritiene l' esperto -. Il mondo è cambiato, è interdipendente e la Turchia deve poter essere in grado di andare d' accordo e di fare affari con chiunque. Tutto il resto è politica interna".
Se delle correnti anti-occidentali ed "eurasiatiche" esistono nella cerchia del potere ad Ankara, con lo scopo di utilizzare Russia, Cina e Iran per fare pressione sugli alleati occidentali della Turchia, questi ultimi, secondo Selçuk Colakoglu, "non hanno capito le realtà e le priorità" di questi tre paesi che, su varie questioni, come la Siria e Cipro, sono in netta opposizione con il governo turco. Per quanto riguarda la Cina, queste divergenze sono la causa principale di ritardi nell' attuazione dei progetti di cooperazione. Gli esperti puntano il dito contro l' atteggiamento di Pechino che, per realizzare i progetti che finanzia, vuole imporre le proprie aziende, e che si oppone al trasferimento di tecnologie. Atteggiamento a cui Ankara, in un contesto di rapporti già impari tra i due paesi, rifiuta di cedere.
Nel 2018, la Turchia ha importato dalla Cina, secondo fornitore dopo la Russia, 20,72 miliardi di dollari (18,7 miliardi di euro), soprattutto di prodotti manufatti, contro appena 2,91 miliardi di dollari (2,6 miliardi di euro) di esportazioni, di materie prime in particolare (marmo, metalli, boro). Ma nelle relazioni divergenti tra i due paesi intervengono innanzi tutto fattori di ordine politico. La Turchia, che tradizionalmente protegge le popolazioni di origine turca d' Asia centrale e ospita una vasta comunità di esiliati uiguri, ha più volte denunciato, negli ultimi venti anni, i soprusi commessi dalle autorità cinesi contro gli uiguri musulmani e di lingua turca nell' ambito della sua campagna di "sinizzazione" della provincia dello Xinjiang.
Erdogan si è spinto fino a accusare Pechino nel 2009 di "quasi-genocidio".
La Cina ha a sua volta accusato la Turchia di sostenere il "terrorismo uiguro" e di favorire il trasferimento dei jihadisti uiguri in Siria, dove vengono addestrati al combattimento prima di un eventuale ritorno nello Xinjiang.
Ma le critiche delle autorità turche verso Pechino si sono attutite molto, tanto che le rivelazioni, a metà novembre, del New York Times sui campi di concentramento uiguri nello Xinjiang non hanno sollevato alcuna reazione ufficiale da Ankara. "Queste rivelazioni hanno solo confermato ciò che si sapeva già: cioè che la Turchia non può più permettersi di criticare le violazioni dei diritti umani nei confronti dei suoi fratelli -, osserva Bayram Balci, direttore dall' Istituto francese di studi sull' Anatolia di Istanbul e specialista d' Asia centrale -. Isolata, in difficoltà economiche, la Turchia non ha altra scelta che tacere".