Economia/agricoltura

Il mercato sente odore...

28 marzo 2019 Servizio ripreso da Luca Spoldi/Affaritaliani.it Foto: Internet

ROMA - La Turchia non trova pace: gli ultimi dati mostrano come le riserve di valuta estera siano calate solo nelle prime tre settimane marzo di 10 miliardi di dollari a causa del tentativo di sostenere la Lira turca prima delle elezioni amministrative per il rinnovo di tutti i sindaci delle 81 province del Paese, in calendario questo fine settimana, tramite acquisti della stessa sul mercato dei cambi contro vendite di valute straniere. Secondo il Financial Times, che per primo ha lanciato l'allarme, nelle casse di Ankara non restano più di 24.7 miliardi di dollari di riserve valutarie.
La notizia ha ovviamente fatto scattare nuove copiose vendite sulla lira, che oggi cede il 5% contro le principali valute, complice anche un report di Jp Morgan che suggeriva agli investitori di uscire dalla valuta turca. Contro l'euro, in particolare, la moneta di Ankara è ridiscesa a quota 0.16 (ossia 100 lire turche comprano 16 euro), riavvicinandosi al minimo storico di 0.13 euro toccato tra fine agosto e i primi di settembre dello scorso anno. All'epoca il "presidentissimo" turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva attaccato l'America di Donald Trump criticandone un comportamento da "lupi selvaggi" e sostenendo che l'uso del dollaro avrebbe danneggiato l'economia turca, che dunque avrebbe avuto bisogno di trovare alternative alla divisa a stelle e strisce.
Questa volta Erdogan, sempre alla ricerca di un "nemico esterno" verso cui indirizzare il risentimento popolare, sta attaccando Trump per le sue posizioni filo-iraniane: un modo per ingraziarsi la maggioranza musulmana assumendo un ruolo da portabandiera della causa palestinese e anti israeliana e poco importa se questo atteggiamento rischia di buttare alla ortiche decenni di alleanza politico-militare tra i due paesi (alleanza sempre più in bilico come dimostra anche il recente acquisto da parte della Turchia del sistema missilistico russo S-400). Il report di Jp Morgan non ha fatto altro che buttare benzina sul fuoco, ovviamente, con Erdogan che ha minacciato fuoco e fiamme contro i "cospiratori stranieri" che "manipolano" i mercati.
Ma perché gli investitori sono così nervosi? Perché per cercare di sostenere la lira la banca centrale turca ha semplicemente smesso di venderle ad operatori non residenti: questi a loro volta si sono trovati con le posizioni bloccate e hanno dovuto ricorrere al mercato monetario per finanziare "overnight" le posizioni stesse, col risultato che i rendimenti su tale scadenza (che va dalla chiusura dei mercati alla successiva riapertura) sono schizzate all'insù superando il 1.300%. A sua volta lo shock sui tassi valutari si è propagato al mercato dei bond, col rendimento dei titoli di stato decennali dalla Turchia saliti nuovamente sopra il 18%, da meno del 14% a cui erano scesi a inizio anno.
La slavina a quel punto si è propagata anche alla borsa, che da inizio anno perde già il 23%, mentre i Credit default swap, ossia i tassi che un investitore paga per proteggersi dal rischio default, sono balzati al 5.06%, in rialzo dell'1.77% rispetto a solo sette giorni fa, come segnalano i dati di Ihs Markit. E' stata l'ultima campanella d'allarme ad accendersi per segnalare che il rischio che tutto questo porti ad un default sovrano, lo stesso sperimentato in questi ultimi anni da Paesi come l'Argentina, la Grecia e il Venezuela. Oltre alla conseguenze finanziarie, la Turchia rischia poi di dover pagare conseguenze economiche più a lungo termine, essendo un paese che vive di debito estero (in larga parte denominato in dollari e in euro).
Debito cresciuto a dismisura per la smania di Erdogan di far "volare" l'economia turca ben oltre le sue reali possibilità e che richiederebbe in futuro, se non si vuole andare in default, una imponente stretta fiscale e monetaria che in parte sta già avvenendo e che, è facile prevedere, stroncherà la domanda interna. Questo a sua volta rischia di far saltare il sistema bancario facendo esplodere le sofferenze su crediti, con conseguenze dirette e indirette anche per numerosi gruppi italiani.
Unicredit, ad esempio, è esposta al rischio Turchia attraverso la controllata, al 41%, Yapi Kredi, quarto maggior istituto di credito del paese; Pirelli ha concentrato anni fa la produzione di pneumatici industriali una volta prodotti a Milano presso lo stabilimento di Izmit, a 100 km da Instanbul, costato 170 milioni di euro di investimenti; Fiat Chrysler Automobiles è presente da decenni con lo stabilimento di Bursa-Tofas (Instanbul). Ultimo ma non meno importante effetto collaterale della crisi turca rischia di essere un possibile nuovo allargamento degli spread tra i titoli di emittenti "periferici" europei come l'Italia (oltre che la Spagna e il Portogallo) e i bund tedeschi.
Per il momento il differenziale di rendimento tra il decennale italiano e quello tedesco si mantiene attorno al 2.54%, sugli stessi livelli di fine dicembre, ma la tensione tornata a salire negli ultimi giorni sembra aver contribuito a bloccare il rally visto dopo la decisione della Federal Reserve americana di congelare di fatto ogni ulteriore rialzo dei tassi sul dollaro fino a fine anno. Dopo quella notizia lo spread Btp-Bund si era ristretto sino a scivolare sotto il 2.34%, poi Erdogan è tornato a tuonare contro i "cospiratori stranieri" e in pochi giorni lo spread è risalito di uno 0.20%, dopo che già a fine febbraio il tasso medio all'emissione dei nuovi titoli di stato italiani era risalito dall'1.07% di fine 2018 all'1.49%.
Come dire che sui 400 miliardi di titoli di stato che dovrà emettere nel corso dell'anno, il Tesoro rischia di pagare almeno 1.6 miliardi di maggiori oneri, di cui circa 800 milioni dovuti alla crisi turca: quasi 3 milioni al giorno di maggior interesse che finiranno col pesare nelle tasche degli italiani, sempre che la situazione non precipiti ulteriormente.