Economia/agricoltura

Capitalismo autoritario

domenica 19 agosto 2018 Vittorio Da Rold/Il Sole 24 Ore Foto: Il Sole 24 Ore Ap

ISTANBUL - La crisi turca è lo specchio di come sia difficile imitare Pechino e la sua brillante politica di un capitalismo autoritario. Senza scomodare l'ultimo articolo di Francis Fukuyama contro “le identità politiche, il nuovo tribalismo e la crisi della democrazia liberale” apparso su Foreign Affairs, il presidente turco Erdogan vuole più semplicemente mantenere i livelli di crescita del Pil al 7%, ritmi appunto cinesi, tenendo i tassi di interesse bassi in presenza di una inflazione vicina al16% e aumentando gli investimenti pubblici e privati usando però prestiti e capitali stranieri e mettendo a repentaglio le partite correnti. E qui viene il nodo di fondo.
Come ricorda David Gauthier-Villars sul WSJ “il presidente Erdogan ha messo in atto una politica che permettesse alla sua nazione di indebitarsi con prestiti stranieri, esaudendo il suo desiderio di una forte espansione economica. Ora sta pagando il prezzo. Le turbolenze economiche mostrano quanto sia difficile per i paesi emulare il modello di capitalismo autoritario della Cina”. Perché Pechino ha masse monetarie e tassi di risparmio interni maggiori, una rete di alleanze e una dirigenza più cauta.
Ma non solo. La Turchia ha mostrato la fragilità delle sue istituzioni a tutela di una corretta prudente politica monetaria, i cosiddetti “check and balances” delle democrazie liberali, come il Parlamento, le opposizioni e le istituzioni indipendenti come la Banca Centrale non hanno funzionato. Ma non ha funzionato nemmeno il modello del “capitalismo autoritario” alla cinese.
Ecco perché la scure delle agenzie di rating internazionali si abbatte sul paese sul Bosforo. Sia Moody's che Standard and Poor's hanno annunciato di aver ridotto la valutazione sul debito del paese afflitto da una grave crisi economica e da forti tensioni valutarie.
Moody's ha tagliato a Ba3 da Ba2 e ha cambiato a “negativo” l'outlook sulla tenuta creditizia del Paese. Una decisione presa dopo una analisi iniziata il primo giugno scorso e che aveva messo il rating della nazione sotto osservazione per una possibile bocciatura. Per Moody's la scelta si fonda soprattutto sul “continuo indebolimento delle istituzioni pubbliche turche”e sul fatto che le politiche della nazione sono sempre meno prevedibili.
Valutazioni analoghe quelle di S&P, che ha declassato il debito sovrano in territorio 'junk' (spazzatura), citando l'estrema volatilità della lira e prevedendo una recessione nel 2019, aggiungendo così altri guai al Paese. L'agenzia, che è stata in passato accusata da Erdogan di scorrettezza e di far parte di un complotto contro il paese della Mezzaluna sul Bosforo, ha abbassato il rating a B+ da BB, con un secondo declassamento nell'arco di un mese, e ha mantenuto stabile l'outlook. La mossa arriva dopo che la lira ha perso circa il 40% del suo valore sul dollaro quest'anno. “Il declassamento - si legge nella nota - riflette la nostra previsione di una estrema volatilità della Lira turca, mentre il risultante aggiustamento della bilancia dei pagamenti minerà l'economia turca. Prevediamo una recessione il prossimo anno”.
S&P prevede inoltre che l'inflazione raggiungerà un picco del 22% nei prossimi quattro mesi mentre l'indebolimento della lira metterà pressione sul settore delle aziende indebitate e aumenterà considerevolmente il rischio di finanziamenti delle banche turche. “Nonostante gli accresciuti rischi economici, crediamo che la risposta politica delle autorita' monetarie e fiscali turche sia stata limitata per ora”, nota l'agenzia.
L'autonomia della banca centrale
La crisi valutaria è stata aggravata dall'allarme degli investitori per l'influenza del presidente Recep Tayyip Erdogan sulla politica monetaria (con la sua spinta per non aumentare i tassi di interesse in presenza di una forte inflazione) e dalle controversie con gli Usa per la mancata liberazione del pastore evangelico Usa Andrew Brunson, che rischia 35 anni di galera per accuse di spionaggio e terrorismo a favore di Fetullah Gulem. Erdogan non ha capito in questa vicenda che a Trump serve il voto degli elettori evangelici in vista delle importanti elezioni di Midterm e prima che il più lungo ciclo economico favorevole della storia americana venga meno.
Washington ha imposto sanzioni a due ministri turchi e raddoppiato le tariffe su acciaio e alluminio, Ankara ha replicato con dazi per 533 milioni di dollari e boicottando i prodotti elettronici americani. Ma il presidente Donald Trump ha minacciato ulteriori sanzioni, assicurando che gli Usa “non staranno a guardare seduti”. Una minaccia che venerdì 17 ha fatto perdere alla Lira turca oltre il 6% sul dollaro. La crisi turca non è finita potrebbe riservare sorprese soprattutto a molti mercati emergenti.