Economia/agricoltura

La fuga dall'Occidente

11 agosto 2018 Feancesco Pa cifico/lettera43 Foto: bloglobal.net

ISTANBUL - Gli osservatori internazionali chiedono a Recep Tayyip Erdoðan di riportare la Turchia nell'alveo occidentale: porta dell'Europa verso l'Oriente e baluardo della Nato a Est.
Invece l'uomo forte di Ankara - con la Lira turca in discesa nelle ultime ore di un altro 15 per cento e la Borsa del 2.3 - ha deciso di mostrare ancora una volta il pugno di ferro. Infatti ha chiuso la settimana annunciando che ai dazi americani su alluminio e acciaio risponderà con analoghe restrizione, con nuovi dazi. Non c'è spazio al momento per la diplomazia. Intanto, quello che spaventa i mercati, è la risposta lenta che Ankara ha dato alla crisi finanziaria. La presidenza sta frenando su una misura che in questi casi è considerata basilare: finora non è stato messo in pratica un piano concreto per alzare i tassi d'interessi e difendere la Lira turca. Soprattutto fonti del governo hanno già fatto sapere che non c'è alcun interesse a chiedere l'intervento del Fondo monetario, che in cambio degli aiuti pretende riforme economiche draconiane e impopolari.
Il timore delle cancellerie occidentali è che Erdogan continui nella deriva autoritaria che ha segnato l'ultima parte del suo mandato. Dopo gli strappi costituzionali, le restrizioni all'opposizione e l'isolamento internazionale, le prime mosse di Ankara mostrano che guarda, per uscire dalla crisi, alla Russia - che così potrebbe aumentare il suo peso nella distribuzione energetica verso l'Europa - alla Cina e ai Paesi arabi. Venerdì 10 agosto si è saputo che si è tenuto un bilaterale telefonico tra Erdogan e il presidente russo Vladimir Putin, che ne ha subito approfittato per rilanciare «l'attuazione di alcuni progetti strategici congiunti» in campo energetico e infrastrutturale e che ha promesso di farsi carico delle forniture di materie prime della Turchia. Su questo fronte va tenuta in considerazione anche l'influenza cinese. Pechino già negli scorsi mesi ha bussato alla porta di Ankara e si è offerta come partner del Paese per accompagnarla nella sua riconversione energetica. Non a caso nel Nord Ovest della Turchia presto partiranno i lavori per la costruzione della terza centrale nucleare locale, che verrà finanziata dai russi, ma verrà costruita da imprese cinesi. Sempre Mosca e Pechino si fanno la lotta per accaparrarsi importanti commesse di rifornimenti militari.
Proprio le armi sono lo strumento con il quale, poi, la Turchia si sta ritagliando uno spazio sempre più forte nel mondo arabo. Un tempo questa espansione era frenata dai vincoli della Nato, con gli Stati Uniti che non volevano creare tensioni con l'alleato storico dell'area, cioè l'Arabia Saudita. Negli ultimi mesi invece Ankara è sempre più presente sui dossier di Iran, Marocco ed Egitto. Chiaramente, più si acuirà la crisi economica, e più la Turchia si allontanerà dall'Europa. Ma questo metterà a rischio il sistema produttivo dei Dardanelli, che sfruttando una mirata politica di incentivi e le pressioni legate al suo ruolo nella Alleanza atlantica o la sua azione per frenare gli sbarchi di migranti verso l'Europa, ha visto migliaia di aziende Usa o della UE delocalizzare sul suo territorio. Se andassero avanti sia lo scontro sui dazi con Trump sia le polemiche con Bruxelles, Erdogan dovrà trovare nuovi partner. E con l'economia russa troppo legata all'energia, è facile immaginare che chiederà aiuto a investitori cinesi, come già fatto per il nucleare. Di conseguenza, l'Occidente si allontana.