Economia/agricoltura

Tempesta monetaria: fuga dai bond, lira Ko

7 agosto 2018 Il Sole 24 Ora Foto: Meus Rotenos de Viagem

ISTANBUL - Non si placa la tempesta finanziaria che da settimane si sta abbattendo sulla Turchia. La Lira è ancorata ai minimi storici dopo il crollo di lunedì (-5,5%) che ha fatto scivolare il cambio a 5,4250 contro il dollaro, pari a un calo del 27% da inizio anno (qui il cambio in tempo reale contro l’euro).
Un crollo che, per un Paese storicamente in disavanzo nei conti con l’estero, prelude al concreto rischio di iper-inflazione (l’indice dei prezzi al consumo sfiora già il 16%) e che richiederebbe una drastica stretta monetaria, se non fosse che il presidente Erdogan, fresco di rielezione, è da sempre un acerrimo nemico del rialzo dei tassi di interesse ed esercita forti pressioni in tal senso sulla Banca Centrale.
A far precipitare una situazione già critica è stato lo scontro diplomatico con gli Stati Uniti dopo che l’amministrazione Trump ha adottato sanzioni contro due ministri turchi per la detenzione di un pastore evangelico americano. Erdogan ha risposto con misure analoghe, facendo salire la temperatura delle relazioni bilaterali in una crisi diplomatica che diventa finanziaria, vista il forte indebitamento di banche e imprese turche sui mercati in dollari. In questi giorni una delegazione diplomatica turca andrà in missione a Washington per cercare una via d’uscita a una situazione inedita tra due alleati Nato.
Le aziende turche hanno un'esposizione debitoria lorda di 337 miliardi (217 al netto degli attivi). E lunedì la banca centrale è stata costretta ad aumentare le disponibilità di liquidità in valuta statunitense per 2.2 miliardi, cercando di togliere pressione alla lira e di dare ossigeno alle aziende nel reperire finanziamenti. La Borsa di Istanbul ha già ceduto il 17% da inizio anno.
Ma soprattutto sono i titoli di Stato a soffrire, con un crollo che ha portato il rendimento decennale al record del 20%. Negli ultimi giorni la Turchia ha soffiato all’Argentina il non invidiabile primato del peggior mercato obbligazionario dell’anno, con una perdita del 38% contro il -36% di Buenos Aires, anch’essa alla prese con una valuta debolissima.
Pesa un contesto monetario globale cambiato, le scelte di politica estera che hanno allontanato i partner occidentali, pesa infine una disputa politica e commerciale con gli Usa che mette a rischio 1.700 miliardi di dollari di export. Con un'inflazione che viaggia sopra il 15%, ai massimi di 15 anni, la prima mossa per calmare gli investitori in fuga sarebbe un aumento dei tassi d'interesse, cui tuttavia Erdogan si è decisamente opposto.
Con il Governo che tace, fioccano le indiscrezioni di un salvataggio imminente da parte del Fmi, che tuttavia significherebbe sconfessare Erdogan appena confermato al potere. Resta l'extrema ratio di imporre limiti ai movimenti di capitali, una misura dalle conseguenze tutte da verificare e le cui indiscrezioni contribuiscono a far defluire capitali dal Paese.