Economia/agricoltura

L'Anatolia è sempre il paradiso per gli imprenditori italiani

26 dicembre 2017 Fulvio Scaglione/Linkiesta Foto: Hatfil

ISTANBUL - Una svolta, un piccolo arco, un residuo tralcio di vite, un cumulo di macerie e ci siamo. Nel cuore antico di Antiochia, Antakya in turco, per le stradine del vecchio quartiere ebraico, tra i sassi calpestati da san Pietro e san Paolo, si arriva a una porta che apre su “Konak”, secondo Trip Advisor il miglior ristorante della città. Cucina locale e mediorientale, brusii e risate, tutto pieno come ogni sera da due anni. “Eh sì, va proprio bene”, commenta Alberto, versandomi un sorso del vino che produce da queste parti.
Alberto Verzotti, 30 anni da compiere, imprenditore del settore tessile, dirige qui una delle 1.100 aziende italiane insediate in Turchia, ed è un imprenditore felice. Non per il ristorante, che lo gratifica e diverte, e nemmeno per le 20 mila bottiglie prodotte di un rosso che non è male. Ma per lo stabilimento che dirige qui ad Antakya, con 130 dipendenti, e per come gira la Hatfil, l’azienda di cui è socio. E dovendo proprio sintetizzare, basterebbe lasciargli dire che “quando ci troviamo con i soci turchi, anche solo per una cena in compagnia, c’è sempre fuori qualcuno che dice: perché non proviamo a produrre questo, perché non finanziamo quello? Un’enorme voglia di fare. Arrivando da un Paese fermo come l’Italia, le assicuro che fa una certa impressione. E poi, parlando di movimento: quando siamo arrivati qui e abbiamo costruito lo stabilimento, nel 2000, nell’area industriale di Antakya c’era in tutto una decina di aziende. Ora sono 70 e il numero continua a crescere”.
Un passo indietro, specificando: l’attività dei Verzotti in Turchia non è il frutto di una delocalizzazione. Ovvero, non hanno chiuso una fabbrica in Italia per aprirne una a costi inferiori altrove. “Mio padre”, spiega Alberto, “operava già nel settore dei filati. Un giorno ha deciso che, invece di trattare i filati degli altri, voleva trattare i suoi, prodotti da lui. E così è venuto a investire qui”.
L’Hatay, ovvero la provincia di cui Antakya è capoluogo, è uno dei distretti turchi del cotone. E il core business della Hatfil è proprio la produzione di filati di cotone per la calzetteria, la maglieria e la passamaneria, esportati soprattutto verso l’Europa ma non solo, Italia e Francia in particolare. Tir caricati ad Antakya, imbarcati nel porto di Mersin e sbarcati a Trieste.
Ora. Se uno pensa a Erdogan, il golpe, l’islam, le purghe, e insomma a tutto ciò che si legge sulla Turchia di questi tempi, può anche chiedersi: che ha da essere felice uno che rischia i suoi soldi da queste parti? Ecco alcune delle risposte di Alberto. “Qui, intanto, è facile assumere e facile licenziare. Se un operaio fa casino, e capita, lo lasci a casa e stop. Però è anche possibile, e anche questo è capitato, assumere a tutti gli effetti tre persone per una sola posizione, vedere qual è la più seria e dopo tre mesi scegliere solo quella”.

Non è un po’ crudele?
Forse, però intanto due disoccupati lavorano per due mesi a stipendio pieno. È meglio che niente.

Il salario medio?
Tra i 400 e i 500 euro.

Per quante ore la settimana?
Lo stabilimento gira 24 ore al giorno, su tre turni, e gli operai lavorano 48 ore la settimana, anche se a un ritmo più basso che da noi. L’operaio turco è serio e non ha paura di faticare. Va in difficoltà solo se deve uscire dal seminato, improvvisare, inventare, e ha scarsa attenzione per i dettagli. Ma ha un grande attaccamento al lavoro e in reparto chi fa il furbo o il pelandrone è rapidamente ostracizzato dagli altri, che non di rado ne chiedono la rimozione. Altro aspetto: è molto facile, qui, ottenere un certificato medico farlocco. Però vale il discorso di prima: le assenze ingiustificate si scaricano sui compagni di reparto, che non sono affatto teneri con gli assenteisti. Un po’ questo e un po’ il bisogno di guadagnare fanno sì che se l’azienda chiama i lavoratori rispondano senza esitare. Questo fine settimana non lavoriamo ma perché siamo reduci da otto domeniche consecutive di straordinari, avevamo tutti bisogno di tirare il fiato.

(con noi c’è anche Mauro Castagnetti, chimico tecnologo di tintoria e direttore di produzione, che ha lavorato in questo settore anche in Pakistan e in Egitto. Dice: “Non c’è proprio paragone, da questo punto di vista. Con i turchi è un’altra musica, da tutti i punti di vista. Tra l’altro, qui puoi anche non chiudere la porta di casa, o lasciare il computer sull’automobile aperta e non succede niente”).

Il paradiso dell’imprenditore, insomma…
Un buon posto per lavorare e brava gente da impiegare. Poi, certo, bisogna essere sensibili alle peculiarità “culturali”, a certe abitudini che magari troviamo strane ma vanno rispettate”.

(Castagnetti: “Qui se un parente si ammala l’operaio sta a casa, non c’è verso. Ma perché dovremmo metterci di traverso? E l’operaia, quando si sposa, molla il lavoro perché il marito ha l’orgoglio di mantenerla e anche perché, di solito, appena sposata resta incinta. Poi, due o tre anni dopo, magari ricompare a chiedere il vecchio posto in fabbrica”).

E a un livello un po’ più alto, quadri e dirigenti?
La dirigenza è il nostro vero problema. Il quadro turco, dal piccolo responsabile di reparto al grande manager, considera indispensabile avere una bella scrivania, un bel computer e il tè sempre fumante sul tavolo. Ma non si schioda mai dalla sedia, in reparto non ci va mai, non vuole sporcarsi le mani. Ho fatto battaglie incredibili per convincerli ad andare a controllare le macchine l’andamento della lavorazione ma non c’è verso. Come giri le spalle tornano alle vecchie abitudini. E anche questo è un problema di cultura.

A proposito di cultura: islam, islamismo, radicalizzazione del Paese. Vi toccano?
No. L’unica differenza rispetto al passato, se ci penso, è che adesso qualche volta ci “riconoscono” come cristiani, o originari di un Paese cristiano. Qualche riferimento, qualche inciso nei discorsi, ma nulla di più”.

E la politica? Il giro di vite, le purghe, l’autoritarismo di Erdogan?
Anche in questo caso nulla da segnalare. I nostri rapporti con le autorità sono sempre stati normali, anzi fluidi, e continuano a esserlo. Permessi, autorizzazioni, carte bollate: non dico che sia facile ma si va avanti bene. Per il resto la provincia dell’Hatay è molto schierata con Erdogan e forse questo aiuta la tranquillità generale.

Castagnetti sorride. “Qui il pericolo si ha con Galatasary-Fenerbahce”. Lui, che era al Cairo all’epoca di piazza Tahrir e poi del golpe anti-Morsi, allude al fatto che Alberto era qui il 15 luglio dell’anno scorso, quando i militari tentarono di scalzare Erdogan.
Quando ho sentito ciò che stava accadendo non sono andato in fabbrica, anche se la produzione non si è fermata nemmeno per un minuto. Ma il giorno dopo ero regolarmente in ufficio. Dove abito io, in centro, ci sono state alcune tensioni perché delle squadre di attivisti pro-Erdogan organizzavano manifestazioni per scovare quelli che ritenevano essere dei simpatizzanti del golpe, ma la polizia ha chiuso il quartiere e impedito qualunque disordine. Tutto qua.
E il calcio che c’entra? Questa volta è Alberto a sorridere. L’unico vero rischio da quando sono qui l’ho corso quando sono finito in mezzo ai tifosi delle due squadre di Istanbul dopo un derby. Ero arrivato da poco, dovevo scoprire tutto, e sono rimasto bloccato in una folla che urlava e, a un certo punto, ha cominciato a scuotere la mia automobile fin quasi a rovesciarla. Da allora sto molto attento al calendario delle partite.