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Archeologia, unguenti e colliri

martedì 1 dicembre 2021 Servizio ripreso da Anna Puricella/la Repubblica Foto: Turchia Oggi

ISTANBUL - "Per superare l'epidemia rivolgetevi al vostro Apollo". Recita più o meno così l'iscrizione ritrovata a Hierapolis ( città della Frigia, nell'attuale Turchia) e risalente circa al secondo secolo dopo Cristo.
L'archeologia non è mai stata così attuale, quanto accaduto circa duemila anni fa si ripropone oggi, negli anni della pandemia di Covid- 19. E se ora c'è la scienza a venire in soccorso, ci sono i vaccini che sono l'unica strada percorribile per tornare alla normalità, le cose nell'antichità andavano diversamente, ma fino a un certo punto.
L'appello al dio Apollo - padre di Asclepio, dio della Medicina - fu fatto da alcuni cittadini di Hierapolis che andarono a Claros (vicino all'attuale Smirne) per chiedere aiuto alla divinità locale, e quell'Apollo lì disse loro di rivolgersi al loro, di Apollo, il Kareios, pregandolo con rituali, aromi e sacrifici.
Chi conosce bene Hierapolis e sta lavorando alla ricostruzione della vita dei suoi cittadini di un tempo è Grazia Semeraro, docente di Archeologia classica all'Università del Salento e direttrice della missione archeologica italiana proprio in quell'area tutelata dall'Unesco. Dopo Francesco D'Andria che ha lasciato cinque anni fa ora è lei alla guida della missione, che interessa l'ateneo salentino fin dagli anni 70. In quel luogo il rapporto fra salute, medicina e religione appare lampante, ai suoi occhi: " Il rapporto con la medicina era lineare - dice - si faceva uso di medicamenti e abbiamo tante ricette provenienti dal mondo classico, che riguardano la preparazione di rimedi da utilizzare per far fronte ai vari malanni". E negli scavi della campagna 2021 è saltata fuori una scoperta eccezionale: per la prima volta è stato analizzato il contenuto di particolari boccette per unguenti, in argilla. Solo in quest'anno se ne sono recuperate 350, e si è capito che venivano prodotte in Asia Minore, ma anche altro: "Abbiamo avviato sui vasetti una serie di analisi che si avvalgono della gas- cromatrografia accoppiata alla spettrometria di massa - continua Semeraro - e sono condotte nei laboratori di UniSalento. I risultati sono di estremo interesse, perché ci hanno permesso di identificare una serie di componenti di origine vegetale, ma anche animale, che hanno consentito di ricostruire il processo di lavorazione " . In quei vasetti ci sono tracce di styrax officinalis e soprattutto di liquidambar orientalis, lo storace di cui i romani conoscevano i benefici. Un albero dalle proprietà curative e antibatteriche: " Esiste ancora, ma la resina adesso non si usa più per quegli scopi " , precisa Semeraro. Insomma, gli antichi chiedevano aiuto agli dei, e però nel frattempo avevano le loro medicine. "La cosa interessante è che questi balsami e unguenti usati come medicinali erano diffusi in tutto il Mediterraneo - dice la docente - facevano parte di una rete di commercio e distribuzione che partiva dalla Turchia e raggiungeva la Spagna, l'Italia e la Grecia".
Le fialette in argilla rinvenute a Hierapolis sono spesso marchiate con bolli che riportano nomi di vescovi, e già negli anni 70 con i primi ritrovamenti erano state messe in relazione con la dimensione religiosa del protocristianesimo bizantino. Sempre Hierapolis, poi, conserva tracce deii cambiamenti religiosi, dato che oltre al tempio di Apollo ci sono la grotta del dio Plutonio e pure la chiesa di San Filippo, tutti e tre divinità taumaturghe. Per non parlare dell'esistenza, anche questa confermata dagli studi, di una scuola di medicina nella vicina città di Laodicea. La professoressa Semeraro ne ha parlato di recente durante un incontro online organizzato dal museo archeologico nazionale MarTa, durante il quale si è ricordata un'altra storia. Vicina a quella di Hierapolis, eppure tanto lontana, prima di tutto per questioni cronologiche. Nei depositi del museo sono presenti un paio di piccoli contenitori di medicinali. Uno, in particolare: il medicamento Lykion, in pratica il più efficace collirio oculare del terzo secolo avanti Cristo, e più in generale dell'antichità. È un tesoro inestimabile, il primo reperto fu rinvenuto nel 1814 e aveva impresso sia il nome del farmaco sia quello del farmacista, Iason. Gli studiosi, fra cui il professore Luigi Taborelli, si sono interrogati a lungo anche sul ruolo della città di Taranto in ambito farmacologico. Perché quel collirio oculare si produceva a Taranto, e lo produceva Iason. E soprattutto lo faceva secoli prima dei romani di Hierapolis con i loro unguenti. "Quelli di Taranto sono contenitori molto più antichi di quelli di Hierapolis - aggiunge per l'appunto la professoressa Semeraro - c'era tutto un sistema di produzione di cui sappiamo ben poco " . Le tracce antiche di Taranto e Hierapolis scorrono parallele nel loro essere diverse, ma comunque incuriosiscono per l'attenzione che gli antenati avevano per la cura del corpo e dei malanni. "La storia della medicina è un campo di studi affascinante - dice Semeraro - uno di quelli che meglio permettono di riconoscere l'eredità culturale che ci lega al mondo antico".
La medicina moderna deriva dalla Grecia e da Ippocrate, e però allora - e pure dopo - il suo approccio razionale doveva convivere con quello culturale e religioso. Perché se unguenti e balsami non bastavano si poteva sempre invocare l'aiuto di Apollo, o di chi per lui. "E ricordiamo - conclude la docente di Uni-Salento - che Apollo è anche il dio invocato nella versione originaria del giuramento di Ippocrate".