Turismo e viaggi

Reportage dal Kurdistan

martedì 30 dicembre 2020 Servizio ripreso da Ghiath Rammo/Artribune Foto: Ghiath Rammo/Artribune

ERBIL - Un viaggio storico, archeologico, artistico e culturale per scoprire la regione autonoma del Kurdistan iracheno attraverso tre suoi luoghi simbolo. La regione del Kurdistan ha un florido patrimonio storico-archeologico, una ricca comunità multiconfessionale e una lunga storia moderna di lotta per i propri diritti culturali e identitari. Oggi il Kurdistan iracheno, che comprende i quattro governatorati a maggioranza curda di Dohuk (Dihok), Erbil (Hewlêr), Halabja (Helebce) e Sulaymaniyah (Silêmanî), è una regione autonoma dell’Iraq federale nata in seguito all’introduzione della nuova costituzione adottata nel 2005.
Questo racconto nasce da un viaggio condotto nel 2019 nella regione curda e tre sono le località che si sceglie di presentare, ciascuna con specifiche caratteristiche. Il racconto parte dalla capitale della regione, Erbil, con la sua cittadella che domina la città moderna; ci si sposterà poi a Sulaymaniyah, la seconda città più importante della regione, dove è custodita tutta la memoria del popolo curdo; e infine si giungerà al santuario di Laliº – nella provincia di Dohuk –, luogo sacro per la comunità yezida, vittima di un atroce genocidio subito dalle milizie dell’ISIS nel 2014.

ERBIL: LA CITTADELLA KURDA PATRIMONIO DELL’UNESCO

La cittadella di Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, è una vera e propria città che domina oggi il centro storico da una collina artificiale e la sua storia si perde nei millenni. È stata inserita nella lista UNESCO dei Siti Patrimonio dell’Umanità nel 2014. Un riconoscimento di importante valore per la sua storia, l’apprezzamento della città e la necessità di conservarla per il bene dell’umanità. Senza dubbio la cittadella rappresenta un simbolo indispensabile per l’identità della città, dei suoi cittadini, ma anche per l’intera regione del Kurdistan e del popolo curdo.
La MAIKI – Missione Archeologica Italiana nel Kurdistan Iracheno dell’Università La Sapienza di Roma, nata nel 2011, ha firmato nel 2015 una stretta collaborazione con l’HCECR – High Commission for the Erbil Citadel Revitalization, per lo studio congiunto del materiale ceramico rinvenuto negli scavi archeologici effettuati nella cittadella e per lo studio della stratigrafia archeologica del sito attraverso prospezioni geofisiche. Questa collaborazione dimostra ancora una volta l’importanza della cittadella e del ruolo scientifico e culturale che l’Italia può giocare nella regione, anche perché il patrimonio storico e archeologico della zona tra Siria e Iraq è stato vittima di un’ideologia religiosa estremamente violenta nei confronti del diverso e del passato. La cittadella di Erbil è una delle principali aree archeologiche dell’area e deve la sua importanza al fatto di raccontare da sola ben oltre 6mila anni di ininterrotta occupazione antropica.

QUANDO ERBIL ISPIRAVA ANCHE ASSURBANIPAL

A oggi la più antica menzione della città di Erbil compare in una tavoletta di argilla datata al 2300 a.C. e rinvenuta nell’archivio reale di Ebla (città sorta nel nord-ovest della Siria e riscoperta da una missione archeologica italiana della Sapienza di Roma), in cui si dice che erano stati dati cinque sicli d’argento per pagare un viaggio a Irbilum, e cioè Erbil. Tanti popoli e conquistatori sono passati dalla città (hurriti, gutei, sumeri, assiri, mitanni, medi, babilonesi, persiani e macedoni) prima della conquista islamica. Una vita così lunga del centro abitativo è forse da spiegarsi con il suo stesso essere un centro in cui genti e popoli differenti hanno saputo convivere, creando una città cosmopolita divenuta un centro urbano di scambio e transizione fra culture e mondi diversi, presenti ancora oggi in tutta la città di Erbil.
Nel periodo assiro, Erbil divenne un centro particolarmente importante perché qui giungevano mercanzie e tributi da tutto il mondo che contribuirono a rendere ancora più splendente una città che seppe perfino ispirare la vena poetica del re assiro Assurbanipal (vissuto tra 668 e 631 a.C.):

Abail, O Arbail!
Paradiso senza eguali, O Arbail!
Città di piacere, Abail!
Città di celebrazioni, Arbail!
Città della casa dei festeggiamenti, Abail!
Santuario di Arbail, sublime dimora,
Porta di Arbail, pinnacolo delle città sante!
Città di statue, Arbail!
Dimora di giubilo, Arbail!

DA CENTRO FIORENTE A CAMPO PROFUGHI

Passeggiando oggi nella cittadella costruita con una forma ovale, si può facilmente immaginare la vita quotidiana che in passato scorreva tra le sue vie e sentire l’eco dei bambini che giocavano in una rete di vicoli stretti e case affiancate, creando nell’insieme la forma di un albero fiorito.
La cittadella venne utilizzata, a partire dal 1986, come luogo di accoglienza per i profughi costretti del regime di Saddam Hussein ad abbandonare i propri villaggi. Nel 2006 il governo regionale del Kurdistan decise la ricollocazione dei profughi e l’avvio di una nuova fase di rinascita del sito.

DALL’HAMMAM ALLA MOSCHEA GRANDE

La cittadella presenta oggi due ingressi principali. La Porta Grande Meridionale, in passato unico ingresso, costruita in mattoni con tetto coperto di cupole e cortile centrale circondato da uffici, sale di accoglienza, scuderie e prigioni. La porta fu più volte modificata nell’arco dei secoli e, per la sua importanza simbolica, l’HCECR ha deciso di ricostruirla dopo una serie di attenti studi e ricerche. Il secondo ingresso è rappresentato dalla Porta Settentrionale Ahmadiyah, realizzata però nel 1924.
Storicamente il tessuto civico della cittadella era diviso in tre quartieri principali: Saray, nella parte orientale, conteneva gli edifici pubblici e amministrativi statali oltre che alcune case dei personaggi più influenti della città e degli impiegati pubblici; Takia, nella parte centrale del sito, ricorda nel nome la piccola moschea (takia appunto) dove i fedeli si incontravano e praticavano un sufismo spirituale, qui presenti in un numero elevato; Topkhana, abitata dagli artigiani e dagli operai, il cui nome si riferisce al luogo del canone (Topkhana) presente sulla cima delle mura a scopo difensivo in caso di attacco.
All’inizio del 1700 risalgono invece la Moschea Grande, attiva fino a oggi, e l’Hammam, le terme, costruite secondo le tecniche dettate dall’architettura islamica, aperte al pubblico e considerate un luogo di incontro per la società, in cui uomini e donne potevano entrare in orari diversi. Ancora oggi, le stanze secondarie e la sala centrale con la sua cupola dimostrano l’esempio vivo delle terme del passato. Molto interessante è poi la casa Chalabi, un’abitazione tradizionale, restaurata, in cui trova oggi sede l’IFPO, l’Istituto Francese del Vicino Oriente che si occupa anche di ricerche relative alla cittadella.

LE CASE DI ERBIL E IL MUSEO DEL TESSUTO

La maggior parte delle case presenti nella cittadella sono di tipo tradizionale, composte cioè da uno o due piani con un ampio cortile centrale. I muri sono realizzati con il mattone cotto, mentre i soffitti sono coperti da cupole oppure sono piatti, in entrambi i casi però coperti da legno con elementi decorativi geometrici e vegetali, appoggiati su colonne di legno o di ferro. Le finestre che fanno entrare la luce negli ambienti sono di legno, ferro e dell’immancabile vetro colorato che illumina le stanze come un arcobaleno.
Passeggiando per le vie della cittadella, è possibile visitare anche il Museo dei Tessuti Kurdi fondato nel 2004 e ospitato all’interno di una casa che apparteneva in passato a un ricco mercante locale. Il museo presenta al visitatore tessuti e tappeti stesi lungo le pareti di quasi tutte le sue stanze, mostrando così tutta la bellezza dell’arte locale prodotta dagli artigiani curdi: dai famosi Kilim ai cappelli colorati, divisi in base alla zona geografica e alla tribù fino alle borse da sella.

LADDOVE COMBATTÉ ALESSANDRO MAGNO

Finita la visita alla cittadella, si potrà tornare alla Porta Grande Meridionale per affacciarsi da una bella terrazza panoramica e ammirare la vastità della moderna Erbil e della sottostante piazze delle fontane in cui è possibile recarsi per una sosta al Caffè Machko, uno degli storici locali della città, dove gli eleganti uomini locali con i vestiti tradizionali fumano il tabacco con un sorso di tè nero.
Proprio in quella zona conosciuta storicamente come Mesopotamia, un’altra missione archeologica italiana dell’Università di Udine, presente dal 2012 nel Kurdistan con il progetto Terra di Ninive, ha messo in luce nell’ultima campagna di scavo del 2018 a Tell Gomel, nel cuore della piana di Navkur, importanti prove del passaggio di Alessandro Magno. Queste prove sono la sicura individuazione del sito in cui nel 331 a.C. si svolse la battaglia di Gaugamela tra B e l’esercito del re persiano Dario III.

IL MUSEO NAZIONALE DI AMNA SURAKA A SULAYMANIYAH

Arrivando da lontano sembra una cittadella antica, ma avvicinandosi si scorgono carri armati messi in fila e allora si potrebbe pensare a una caserma, e lo sembra, ma in realtà si scopre ben presto che questa era una prigione dall’epoca del regime di Saddam Hussein. Al suo interno è gelosamente custodita tutta la memoria di un popolo, un popolo che ha sofferto, che è stato perseguitato e torturato ma che ha saputo rinascere. Il popolo curdo. Siamo nel Museo Nazionale di Amna Suraka di Sulaymaniyah, la seconda città più importante del Kurdistan iracheno, dopo la capitale Erbil.
Alla fine di settembre del 1979, il regime di Baghdad ha iniziato la costruzione di un palazzo chiamato “La Sicurezza Rossa”, in curdo Amna Suraka. Un edificio a forma di cittadella nel cuore della città che doveva funzionare come un centro di arresti, tortura, interrogazioni e ovviamente prigione. Il centro rimase in funzione dal 1984 al 1991 divenendo punto di riferimento nelle operazioni delle campagne di Anfal, un’azione militare e politica di punizione etnica intrapresa contro i curdi tra 1986 e 1989.
Dopo la rivoluzione del 1991, il centro fu liberato e divenne un luogo di accoglienza per gli sfollati di Kirkuk. Dopo aver trovato una sistemazione più dignitosa per famiglie qui ospitate, il palazzo fu scelto come sede per la creazione di un Museo Nazionale per non dimenticare i crimini di guerra. Entrando oggi al suo interno, è possibile visitare le differenti sezioni museali, ciascuna dedicata a un tema specifico legato al popolo curdo.

SPECCHI E LAMPADINE PER NON DIMENTICARE

Nei corridoi e nelle stanze in cui si trovavano gli uffici degli ufficiali della sicurezza, sono stati posti come decorazione sulle pareti 182mila frammenti di specchi, un numero simbolico che rimanda al numero delle vittime cadute durante le operazioni Anfal; mentre sui soffitti sono state poste 4500 lampadine che restano accese per ricordare gli altrettanti villaggi distrutti e rasi al suolo nei quattro anni delle operazioni punitive. Alla fine del suggestivo percorso, si presenta al visitatore la ricostruzione di una tipica stanza di una casa dei villaggi distrutti.

IL PATRIMONIO CULTURALE

Proseguendo nel percorso, si giunge all’area in cui il regime operava come centro di controllo e osservazione sui cittadini, praticando una censura rigorosa su tutto quello che si poteva stampare o pubblicare nella città di Sulaymaniyah. L’obiettivo principale del centro era la distorsione e la cancellazione dell’identità e della cultura curda. Oggi invece è qui che si trovano le sale dedicate al folklore e in cui sono mostrati i differenti vestiti tradizionali degli uomini e delle donne curdi, nonché l’arredamento delle case in cui spicca per importanza il famoso tappeto curdo.
In una palazzina adiacente, dove disposte su due piani si trovavano le camere da letto dei membri della sicurezza, oggi vi sono le sale dedicate all’arte visiva. C’è la sala dedicata alle immagini dell’archivio fotografico e ai filmati dei telegiornali degli Anni Ottanta incentrati sull’esodo dell’immigrazione; la sala dedicata alle operazioni di Anfal; quella dedicata al regista Yilmaz Guney (usata come sala cinematografica) o ancora l’area concepita come centro per conservare l’archivio e i documenti. Altrettanto significative sono poi le sale in cui vengono mostrate le mine nascoste in tutto il Kurdistan, vendute al regime di Saddam Hussein anche dall’Italia, nazione che però è stata tra le prime a partecipare allo sminamento dopo la guerra.

LE PRIGIONI E GLI ALTRI PADIGLIONI

In un’altra palazzina, cuore del centro di detenzione, vi erano le prigioni. Qui si trovavano le stanze per gli interrogatori che oggi presentano al visitatore, con l’ausilio di ricostruzioni, tutta la crudeltà delle torture che, con metodi feroci e spietati, venivano inflitte al prigioniero per ricevere informazioni. Le prigioni avevano celle destinate ai soli uomini, altre alle donne e ai bambini, altre ancora per l’isolamento. In ogni stanza si troveranno scene ricostruite che illustrano l’utilizzo dell’ambiente: cella, sala di tortura e di interrogatorio.
In quello che un tempo era il deposito delle macchine, vi è oggi una galleria d’arte per mostre e nuovi progetti educativi e culturali; mentre la vecchia sala delle progettazioni oggi è dedicata ai Peshmerga, i soldati curdi. Il ristorante per gli ufficiali e gli impiegati presente nel cortile del complesso è stato trasformato in un Coffee Net, un centro per concerti ed eventi culturali a cui presenziano scrittori, musicisti, artisti e personalità della società civile.
Amna Suruka, la sicurezza rossa, è un luogo che rappresenta un valido esempio di memoria storica, per non dimenticare il passato dei curdi che spesso è stato duro e violento, ingiusto e crudele. Un passato che ha cancellato tutto, ma non la dignità e la memoria delle persone, perché è possibile togliere all’uomo tutto ciò che è visibile, ma non ciò che sta dentro, che è intoccabile, la dignità, un dono unico e universale.
Un altro monumento simbolo per la memoria del popolo curdo presente in Iraq è stato realizzato nel 2003 per i martiri di Halabja, la città curda posta a 15 chilometri dal confine iraniano, vittima di un feroce attacco chimico nel marzo del 1988 effettuato contro la popolazione da parte dell’esercito iracheno di Saddam Hussein.
Il cantante curdo Ciwan Haco dedica i versi del suo componimento ai “Girtîyên Azadîyê” e cioè i Prigionieri della Libertà:

Il Generale gli ha tolto tutto, la libertà, la madre, il padre, la sorella e il fratello,
Gli è stato tolto il sole, i dolci sogni e la luce,
Ma ha resistito la sua fiducia.
Lo ha torturato con l’elettroshock, rovesciando il suo onore e accecandolo,
Gli ha strappato i denti, le unghie,
L’ha gettato nel fango,
Gli ha fatto leggere manifesti sciovinisti,
Gli ha fatto mangiare le feci, ma i suoi ultimi abiti
La sua fiducia, non è stata scossa!

LA STORIA DEGLI YEZIDI

Da sempre l’origine della religione yezida è stata al centro di dibattiti tra studiosi, archeologi, storici, viaggiatori, teologi e soprattutto tra i fedeli. Negli ultimi anni il dibattito è tornato a interessare forse ancora più di prima a causa del genocidio praticato dall’estremismo religioso dell’Isis in Iraq e Siria contro gli yezidi. Un genocidio che ha trasformato migliaia di yezidi in schiavi e ancora molti di più in profughi. Ancora oggi, quasi tremila donne yezide sono scomparse. Tutto questo per l’accusa di essere “adoratori del diavolo”.
Gli yezidi sono una minoranza religiosa di etnia curda. La maggior parte di loro vive nel Kurdistan iracheno, ma sono presenti anche in Siria, Turchia, Iran, Armenia e Georgia. È però possibile trovare alcuni yezidi anche negli Stati Uniti e in Europa, soprattutto in Germania, dove si trova più della metà della diaspora yezida presente in tutto il mondo. La popolazione yezida si stima essere di circa un milione in tutto il mondo, anche se la maggior parte vive nel solo Iraq. Qui, nel nord dello stato, vivono in quattro province principali: Shekhan, Dohuk, Behzani/Bashiqa e Sinjar (ªingal).
Secondo alcuni studiosi il nome Êzdî, Êzîdî, Izîd deriva dal termine iraniano “Yazata”, il dio dell’inizio, secondo altri invece potrebbe riferirsi all’antica città zoroastriana di Yazd. Sono conosciuti come il popolo del “pavone” per il loro rispetto all’Angelo Pavone, chiamato in curdo Tawûsê Melek. Lo studioso yezida Khalil Cindi collega la religione yezida alle antiche religioni della Mesopotamia e della Mezzaluna Fertile, come per esempio quelle di sumeri, babilonesi e assiri, con le quali sembra condividere molteplici aspetti. Secondo altri studiosi la religione yezida va considerata una setta islamica fuoriuscita dal ramo “ufficiale”, che risalirebbe alla fine del VII secolo d.C. La figura più importante per la religione yezida è lo Shaikh Adi (vissuto tra il 1073 e il 1162), considerato un profeta e il riformista visto che è stato lui ad aver stabilito le fondamentali regole dello yezidismo nel XII secolo, trasformandolo da culto pagano in religione monoteista. La parola Shaikh, che vuol dire sceicco, è qui da intendersi quindi come capo religioso.

IL SANTUARIO DI LALISH, IL TEMPIO MONUMENTALE DEGLI YEZIDI

Il Santuario di Lalish/Laliº venne fondato dopo la morte dello Shaikh Adi, accogliendo la sua tomba e divenendo così meta di pellegrinaggio per i molti fedeli, oltre che luogo sacro per i seguaci della comunità yezida della valle di Lalish nella provincia di Shekhan della regione di Duhok. È questo infatti il luogo in cui il maestro ha vissuto praticando le sue liturgie e impartendo i propri insegnamenti ai discepoli e ai visitatori.
Come la religione yezida, anche il Santuario dello Shaikh Adi di Lalish è stato al centro dell’attenzione di tanti viaggiatori e studiosi come per esempio, solo per citarne alcuni, Henry Layard, R.H.W. Empson e Giuseppe Furlani, assiriologo e storico delle religioni, uno dei primi studiosi italiani a occuparsi dei testi religiosi yezidi. Ancora oggi il santuario non è però stato oggetto di uno studio complessivo e sistematico che abbia analizzato per intero le sue origini e i suoi sviluppi durante il corso dei secoli.
Il santuario, costruito in pietra di cava, è un complesso molto grande che si sviluppa per circa 4500 metri quadrati con al suo interno differenti edifici con funzioni e dimensioni diverse che danno quindi una forma irregolare all’intero complesso, orientato in generale da est a ovest. Questo orientamento è funzionale da un punto di vista architettonico perché segue la naturale pendenza della valle, ma rispecchia anche una ideologia religiosa e spirituale: gli yezidi infatti si rivolgono durante le proprie cerimonie di preghiera verso il punto in cui il sole sorge e tramonta. Gli edifici sono costruiti su una pavimentazione irregolare e si trovano ad altezze differenti perché edificati su terrazze artificiali, ma sono tutti collegati tramite scale e corridoi. L’intero complesso si compone di due parti distinte: una religiosa e l’altra laica.
L’area religiosa, che si articola in cortili interni ed esterni, comprende i mausolei degli Shaikh Adi e Shaikh Hasan; la Sala delle Assemblee in cui svolgono le riunioni religiose; la Sala di Sharaf al Din (un altro importante sceicco) e le stanze di Hesin Dina, Heft Sivaran Mala Adiya e Shaikh Abu Bekir. Nel seminterrato del complesso, insieme alle stalle e ai magazzini, si trovano invece il Chilekhane o luogo della penitenza e la grotta con la sorgente di Kaniya Sipî, una fonte di acqua sacra visibile al solo fedele yezida, mentre è di libero accesso tutto il resto dell’area religiosa.
Nell’area laica, gli edifici presenti occupano la parte sud-orientale del santuario e sono destinati a sopperire ai bisogni dei pellegrini e dei sacerdoti che vivono all’interno del complesso. Tra questi vi sono le stanze per i funzionari e i pellegrini, la cucina e le camere ipostile, disposte attorno a un cortile, dove uomini e donne si incontrano dopo il pellegrinaggio.
Arrivando al complesso da sud, il pellegrino nota subito le cupole coniche scanalate che sovrastano i mausolei degli Shaikh Adi e Shaikh Hasan e la stanza di Hesin Dina. Questa forma delle cupole così particolare richiama le chiese e le cappelle armene del X-XII secolo con i loro cosiddetti “tetti a forma di ombrellone”. Alcuni ricercatori ritengono che la loro origine si possa riferire alle tende dei popoli nomadi dell’Asia centrale, sostenendo che, quando la tenda rotonda con la sua copertura di tessuto conico assumeva una forma permanente, diventava un cilindro con tetto conico, tutto costruito in mattoni.
Nel cortile del mausoleo dello Shaikh Adi si trovano altri tre piccoli santuari di forma diversa attorno ai quali i pellegrini, individualmente o in gruppo, eseguono le proprie devozioni, baciandoli oppure accendendo piccoli stoppini d’olio esprimendo i propri desideri o ancora facendo donazioni di denaro.
Per entrare nella Sala delle Assemblee e alla tomba dello Shaikh Adi bisogna invece attraversare la porta Derîyê Kapî, ricostruita all’inizio del XX secolo, formata da un arco semicircolare, coronato da un frontone triangolare, da colonne scanalate con capitelli decorati con foglie d’acanto in bassorilievo e da un architrave scolpito con foglie di acanto corinzio e palmette. Qui vi è anche un bassorilievo con due pavoni disposti uno di fronte all’altro, con davanti un piccolo leone con sul dorso un piccolo uccello (forse un altro pavone). Sul lato destro della porta, si trova infine un grande serpente nero rappresentato verticalmente.

I TRE SIMBOLI SULLA PORTA DERÎYÊ KAPÎ

Nella fede yezida, il più importante dei sette angeli è Tawûsê Melek, l’angelo pavone che corrisponde nelle altre religioni monoteistiche all’Arcangelo Gabriele. Nelle antiche credenze iraniane, Ahriman, il dio del male, ha creato il pavone per dimostrare che anche lui è in grado di generare delle cose buone. Probabilmente questo collegamento tra Ahriman/il dio del male e Tawûsê Melek/l’angelo pavone nella tradizione zoroastriana ha influenzato la religione yezida.
Gli yezidi credono che l’umanità sia sopravvissuta al Diluvio Universale grazie all’aiuto del serpente. Secondo la tradizione yezida inoltre, l’arca di Noè fu sollevata e trasportata dalle acque fino alla cima del Monte Sinjar e, subendo un colpo violento sulle rocce, si bucò, ma il serpente riparò subito il danno.
Nello yezidismo il leone appare nell’inno dello Shaikh Adi, dove si dice che il leone aiutò lo shaikh quando era nel deserto. Il leone iniziò così a divenire un animale caro agli yezidi e per questo potrebbe essere stato rappresentato su questa porta.
Il complesso del santuario di Lalish è semplice e senza particolari decorazioni, a eccezione dei motivi geometrici, vegetali e zoomorfi scolpiti in bassorilievo su marmo e intonaco lavorato attorno alle due porte principali, la facciata occidentale del muro esterno e la Sala delle Assemblee. I santuari degli Shaikh Adi e Shaikh Hasan presentano una pianta quadrata con cupole coniche, mentre gli altri santuari sono di forma rettangolare. Il mausoleo di Shaikh Adi è stato il primo del suo genere nell’architettura yezida, divenendo poi il modello per l’architettura funeraria yezida presente nel Kurdistan iracheno.
Il ruolo del santuario come centro spirituale che simboleggia l’unità della fede yezida è riaffermato non solo da visite individuali e collettive, ma anche dalle quattro feste religiose principali: il nuovo anno “Serê Sal” ad aprile; i Quaranta giorni d’estate “Çilê Havinê”; il Festival dell’Assemblea “Cejna Jema’iyye” a ottobre e i Quaranta giorni d’inverno “Çilê Zivistanê”. Festività che coprono l’intero anno solare e le quattro stagioni.
Durante le feste religiose il santuario diventa un punto di incontro per la comunità: le famiglie sono solite giungere nel complesso per i riti sacri, ma Lalish è anche un luogo di comunione in cui trascorrere del tempo insieme organizzando picnic e barbecue portando da casa tutto quello che può servire, mentre i giovani ballano in cerchio a ritmi di musica popolare. E se il visitatore non è della zona, sarà impossibile rinunciare a un invito per mangiare o bere qualcosa tutti insieme!