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Le chiese. Tra pandemia, post terremoto e dramma dei rifugiati

martedì 30 dicembre 2020 Servizio di Antonella Palermo/Vaticam News Foto: Vatican News

Nell'intervista al domenicano Lorenzo Piretto, il ricordo di monsignor Ruben Tierrablanca Gonzales, morto una settimana fa per coronavirus. Monsignor Piretto, arcivescovo emerito di Smirne, subentra come Amministratore Apostolico sede vacante del Vicariato Apostolico di Istanbul e dell'Esarcato per i fedeli di rito bizantino residenti in Turchia. Nelle sue parole, il volto di un Paese in sofferenza, ma che vuole resistere con speranza, anche grazie al dialogo tra fedi e confessioni promosso dai cristiani

ISTANBUL - Il numero di vittime per coronavirus in Turchia - dove si stanno registrando ritardi per la consegna del siero cinese Sinovac - ha superano la soglia dei 20mila. Tra queste anche il francescano monsignor Rubén Tierrablanca Gonzàles, morto a 68 anni il 22 dicembre dopo l'agonia delle ultime settimane prenatalizie in terapia intensiva. La sua fede semplice e l'esempio della sua carità sollecita verso i più bisognosi sono una grande eredità umana e spirituale per i cattolici che vivono nel Paese e per i missionari, pochi, che qui operano per sostenere una Chiesa in minoranza, ma fervida. 
Nel racconto che ci ha concesso mentre era in viaggio verso Istanbul, monsignor Lorenzo Piretto - emerito di Smirne e appena nominato dal Papa Amministratore Apostolico sede vacante del Vicariato Apostolico di Istanbul e dell'Esarcato per i fedeli di rito bizantino residenti in Turchia - emerge il quadro di una popolazione stretta nella morsa delle regole anti contagio, che deve fare ancora i conti con i danni del terremoto che a fine ottobre scorso scosse il Mare Egeo, e che ogni giorno convive con una situazione umanitaria pesantissima per le migliaia di persone in fuga dalle guerre. I giorni di Natale, nondimeno, si stanno rivelando carichi di speranza e di fede:

R. - Ho un ricordo molto bello di padre Rubén. Persona saggia, di equilibrio, sempre disposta al dialogo. Mai si mostrava impaziente, ma sempre collaborativo. Persona amabile, ascoltava tutti, con vero spirito francescano. L’ho stimato tanto. E’ stato un gran dono di Dio averlo come Vicario Apostolico.

Unum in Cristo era il motto episcopale che aveva scelto. Sul fronte dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, quali sono i frutti del suo ministero e come lei intende procedere in questo solco?

R. - La sua è stata una linea sempre molto aperta con tutti. Io non penso di rimanere a lungo qui, a dir la verità, ho 78 anni. Lui, comunque aveva rapporti amichevoli con tutti i rappresentanti delle altre Chiese, così come, per esempio, con il Gran Rabbino di Turchia, con i Protestanti anche. La sua vicinanza ai dervisci, i mistici sufi, era molto spiccata. Farò di tutto per colmare il vuoto. Sono stato trent’anni a Istanbul e so che è molto importante il dialogo, soprattutto a livello personale, con i responsabili delle altre religioni o delle altre confessioni.

Come state vivendo il tempo natalizio funestato dalla pandemia?

R. - Si stanno riscoprendo altre belle risorse. La gente che non ha potuto andare in chiesa ha seguito le messe trasmesse in televisione o in streaming in un modo che mi ha meravigliato. Tra loro molte persone che mai venivano in chiesa, peraltro. Ricordiamo che il tremendo terremoto ha reso inagibile la cattedrale di San Policarpo. Grazie a Dio la chiesa francescana, dove era monsignor Rubén, era a nostra disposizione e abbiamo fatto tutte le celebrazioni lì. Abbiamo cercato di sopravvivere così. Però, ecco, l’aspetto negativo ha portato un aspetto positivo. Molte persone si sono riavvicinate alla Chiesa e alla Parola di Dio.

Come sta incidendo la pandemia sulla situazione sanitaria e sulla fragilità economica e sociale del Paese?

R. - E’ molto delicata la situazione. I cattolici hanno tutti molta paura. Osservano tutte le norme imposte dalle autorità. Si cerca di andare avanti. Le regole sono molto restrittive, soprattutto per gli anziani. A Smirne abbiamo la protezione speciale di San Policarpo, che sempre invochiamo contro la fame, i terremoti e contro la peste.

Ad oggi, quale è la situazione dal punto di vista degli aiuti alla popolazione e della ricostruzione post terremoto?

R. - Bisogna dire che le zone più colpite sono state subito aiutate molto dai Comuni. La Caritas nostra si è adoperata. Il Comune ha offerto degli appartamenti vuoti. Alcune famiglie sono andate ad abitare addirittura all’Hotel Hilton. Qui in Turchia la gente è molto solidale ed è questo un esempio che ci danno i fratelli musulmani.

Quale augurio si sente di esprimere per il 2021, per la Turchia e per la presenza cristiana nel Paese?

R. - Che il buon Dio ci faccia capire come questi eventi negativi possono aprirci il cuore per vedere le necessità degli altri. La morte di monsignor Rubén certamente ha provocato un grande choc, ma speriamo che Dio possa dare nuova forza alla nostra Chiesa. E’ lui che guida le nostre poche forze. Devo dire che ho trovato sempre persone di buona volontà e generose per il suo Regno. Siamo certi che il Signore non ci abbandona. Il mio augurio è che gli uomini sappiano imparare, da quanto è successo, a guardare con occhi di bontà i fratelli che sono attorno, che per noi sono i molti rifugiati, povere persone che ancora adesso vivono nel disagio. La Caritas fa il possibile per aiutarli, sempre in modo indiretto; non essendo riconosciuta a livello giuridico, rischieremmo di essere giudicati come persone che vogliono convertire. Che sia compreso che siamo mossi solo dall’insegnamento del Vangelo che è amore per tutti, indistintamente.

Quale è lo stile di presenza di voi Domenicani?

R. - La mia esperienza mi dice che come Domenicani dovremmo praticare anche il dialogo culturale. Quando si vede la sincerità del cuore tutto diventa più limpido. Allora tutto è diverso e ci si sente fratelli e intimi. Noi, poi, abbiamo un punto di riferimento unico, Efeso, la casa della Madonna. Anche i musulmani vanno là a pregare. La chiamano ‘mamma’. Io ho affidato sempre il mio lavoro a lei che ci fa superare tutte le difficoltà e le divisioni.