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Ferzan Ozpetek, compie sessanta anni il più italiano dei turchi

2 febbraio 2019 Servizio ripreso da Massimiliano Jattoni dall'Asén Foto: Io donna

ROMA - Dei suoi primi 60 anni (è nato a Istanbul il 3 febbraio 1959), Ferzan Özpetek ne ha passati più di 40 nel Bel Paese. Italiano, dunque, a tutti gli effetti, il regista è uno dei pochi tra i nostri artisti viventi a cui il Moma di New York abbia dedicato una retrospettiva.
Una bella soddisfazione per una carriera definitivamente lanciata 18 anni fa con quel Le fate ignoranti che proprio in questi giorni torna disponibile in home video in una versione restaurata e in alta definizione. Correva l’anno 2001 e Özpetek con il suo terzo film (dopo la pellicola d’esordio, Il bagno turco, del 1996; e Harem Suare, del 1999).
Punto di svolta per la carriera di Özpetek, dunque, Le fate ignoranti (il cui titolo è preso in prestito da un quadro di Magritte) offriva per la prima volta al grande pubblico una rappresentazione inedita e fuori dai cliché del mondo omosessuale. La trama era semplice quanto efficace: la borghese Antonia (Margherita Buy) si trova a relazionarsi con Michele (Stefano Accorsi), l’amante del marito morto in un incidente. La scoperta di questa relazione clandestina, unita alla rielaborazione del lutto e alla frequentazione della grande famiglia di amici di Michele, la porterà a mettere in discussione molte delle sue convenzioni e aprire i propri orizzonti. Özpetek dava così finalmente spazio all’elemento autobiografico (parte del film fu girato nel palazzo in cui il regista abitava), esaltando il lato umano di questa piccola comunità alternativa e del loro “eroismo” quotidiano contro la miopia di una parte della società. Le fate ignoranti vinse quattro Nastri d’Argento, tre Globi d’Oro e quattro Ciak d’Oro.
Da quel momento, il regista realizza altri 9 film, quasi uno ogni due anni. E con loro la fragrante carrellata di simboli che punteggiano la sua poetica: dai pranzi de Le fate Ignoranti alle torte de La finestra di fronte (film che al tema dell’amore, etero e gay, associa l’orrore della deportazione degli ebrei romani, trovando così un’assonanza dolorosa e tragica tra “diversi”), dai dolci di Mine Vaganti alle strambe zie di Rosso Istanbul. Frammenti di un lungo discorso amoroso germogliato a Fener, il quartiere della sua infanzia turca, e che nel quartiere romano Ostiense ha dato i suoi frutti. E poi l’ossessione per i nomi, da Yusuf a Simone, così ricorrenti nei suoi film. Il vero Yusuf è un punto fermo della vita passata del regista, così come lui stesso lo ha descritto nei suoi due libri, Rosso Istanbul e Sei la mia vita. Dentro quel nome c’è l’universo umano e poetico di Özpetek, c’è l’Amore con la A maiuscola.
Nel 2017, l’ultimo film (per ora), dedicato alla città di Napoli, ai suoi misteri, alla sua sensualità, ai suoi drammi, ai suoi femminielli: Napoli velata. Ancora una volta, la critica si divide, ma della città di Partenope raccontata dal regista ci rimangono lo sguardo sfrontato e una certa malìa, una specie di incantesimo. È l’idea di verità di Özpetek, che va sentita più che guardata. E che solo il cinema, al di là del suo magnifico inganno, alla fine ci può rivelare.