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Mosca e Costantinopoli pronte alla guerra per prendersi l'Ucraina ortodossa

22 settembre 2018 Matteo Matzuzzi/Il Foglio Foto: Il Foglio

ROMA - Nell’oriente cristiano ai dossier preferiscono i comunicati diretti e allora quanto messo nero su bianco dal capo del dipartimento sinodale per i Rapporti con chiesa, società e media del patriarcato di Mosca, Vladimir Legoyda, va preso per quel che è: una minaccia. I fatti. Il patriarcato di Costantinopoli ha nominato due esarchi per Kiev con l’obiettivo dichiarato di “garantire l’autocefalia della chiesa ortodossa ucraina”.
Il problema è che a non volere l’autocefalia – cioè l’indipendenza – della chiesa ortodossa ucraina è Mosca, e il comunicato di Legoyda lo esplicita senza possibilità di edulcorarne mediaticamente il contenuto. Si tratta, scrive, di una “pesante e senza precedenti incursione nel territorio canonico del patriarcato di Mosca”; un’azione “del genere non può essere lasciata senza una risposta”. Lo sfondo su cui si dipana la faccenda è politico: nei mesi scorsi il presidente ucraino Petro Poroshenko aveva chiesto a Bartolomeo I di autorizzare l’autocefalia della chiesa ortodossa. Il capo dello stato spiegava che il fine della richiesta consisteva esclusivamente nella volontà di porre termine allo scisma tra la chiesa ucraina dipendente da Mosca e quella del patriarcato di Kiev, considerato appunto scismatico. La situazione odierna risale ai primi anni Novanta, quando alla costituzione della chiesa ortodossa autonoma posta sotto la giurisdizione di Mosca si affiancò due anni più tardi il cosiddetto patriarcato di Kiev, fondato da Filarete in risposta al diniego russo di concedere l’autocefalia a Kiev. Poroshenko sapeva benissimo che la mossa avrebbe provocato l’ira di Mosca, acuendo una crisi che di ulteriore benzina gettata sul fuoco non avrebbe alcun bisogno. “Come nel caso dell’adesione alla Nato e all’Unione europea, non chiederemo il permesso a Vladimir Putin o a Kirill”, aveva detto in una recente intervista concessa alla tv statale.
Lo scorso 31 agosto Kirill, patriarca di Mosca, si era precipitato a Istanbul per incontrare Bartolomeo I – cui compete, per tradizione – la concessione del l’autocefalia nel mondo ortodosso. Tre ore di colloquio che non avevano portato a nulla, se non a parole di stima reciproca e tante buone intenzioni. Bartolomeo aveva già spiegato che i problemi in Ucraina non sono recenti e che di certo non sono stati creati dal patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Un tentativo, questo, di spostare la disputa su un piano prettamente storico e di allentare per quanto possibile la pressione sul Fanar. Subito dopo, però, il patriarca chiariva che Costantinopoli ha il “diritto legittimo” di far sentire la propria voce in proposito. Di storia ha parlato all’agenzia Sir anche il metropolita di Francia Emmanuel, che ha sposato in toto la posizione di Bartolomeo I: “La recente nomina di due esarchi in Ucraina testimonia sia la determinazione del patriarca ecumenico a vedere risolta la divisone degli ortodossi” in quel paese, “sia che la storia è in cammino”. Per Costantinopoli, ha aggiunto Emmanuel, “è una responsabilità costante ricercare il senso della storia e al tempo stesso la continua protezione dell’unità del corpo ecclesiale”.
A Mosca però non la pensano così, e se il responsabile del dipartimento per i media aveva avvertito che tale azione non sarebbe rimasta senza risposta, a definire “eretico” Bartolomeo I (o quantomeno alcune sue affermazioni recenti) ci ha pensato l’arciprete Andrey Novikov, membro della Commissione teologica del patriarcato di Mosca, che ha illustrato la posizione russa all’agenzia Interfax. “Tutte le espressioni secondo cui senza il patriarcato di Costantinopoli le altre chiese locali sono come pecore senza pastore, e che Costantinopoli possiede certe esclusività e incarna l’ethos dell’ortodossia avendo anche diritti speciali di giurisdizione finale su tutta la chiesa per assicurarne l’unità, riprendono le opinioni cattoliche sul ruolo del Papa nella chiesa, e questa è già una pura eresia”, ha aggiunto Novikov. A giudizio di Mosca, sul Bosforo sta prendendo sempre più piede una tendenza “al papismo orientale”.