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La protesta dei lavoratori per conto di Zara arriva nelle strade

martedì 8 novembre 2017 Marco Ansalto/la Repubblica Foto: la Repubblica/ap

ISTANBUL"Siamo lavoratori, non schiavi!". "Chiediamo i nostri diritti, non benevolenza". "Zara, Next, Mango: pagate i vostri debiti. 150 lavoratori sono allo stremo". Escono allo scoperto, adesso, sulle strade di Istanbul.
Esibendo cartelli giganti, non più i cartoncini nascosti negli abiti costosi di brand rinomati a livello mondiale. Sono i dipendenti della Bravo, l'azienda tessile turca chiusa a luglio - il proprietario fuggito senza pagare i debiti né i suoi impiegati e operai - protagonisti di una clamorosa protesta in grado di suscitare in tutta Europa. Perché da qualche giorno gli acquirenti di molti di quei capi firmati, cappelli, vestiti, sciarpe, ha trovato all'interno del prodotto un anonimo bigliettino nero, confezionato con cura, dove era scritto: "Ho fatto questo vestito, ma non mi hanno pagato". La notizia shock, uscita su alcuni media europei, è ora rimbalzata in Turchia dove i lavoratori della Bravo, oltre a scendere in piazza hanno deciso di fare una petizione online chiedendo il sostegno della comunità internazionale. Eccola riprodotta integralmente:
 "Siamo lavoratori tessili in Turchia che lavorano da anni per fare profitti per marchi come Inditex (Zara), Next e Mango. Abbiamo prodotto i loro prodotti sotto stretta sorveglianza dai marchi e abbiamo visto il potere che i marchi hanno per garantire che i loro standard di lavoro siano seguiti dalle loro fabbriche di fornitori. Entro il luglio del 2016, il nostro capo ha rifiutato di pagare una gran parte dei salari che avevamo guadagnato facendo vestiti di ogni marca. I creditori sono venuti alla nostra fabbrica e hanno sequestrato tutte le macchine e gli oggetti di valore. Nel frattempo, il nostro capo è scomparso, prendendo il nostro salario con lui. Dobbiamo ancora ricevere i nostri salari o qualsiasi forma di tassa di fine rapporto.
"Il capo che stai per acquistare è stato realizzato da me, ma non sono stato pagato per questo": la settimana scorsa i clienti della nota catena d'abbigliamento spagnola hanno ritrovato i singolari messaggi sugli articoli in vendita nei negozi di Istanbul. Un'iniziativa parte della campagna Justice For Bravo Workers, promossa dalla sede turca della ong Clean Clothes per supportare gli ex lavoratori della Bravo: l'azienda tessile, che produceva capi di abbigliamento per noti marchi (oltre a Zara anche Mango e Next) non avrebbe pagato i salari agli operai licenziati in tronco. Inditex, gruppo di cui fa parte Zara, ha replicato alle critiche precisando di avere versato quanto dovuto al fornitore.
Nelle catene di produzione globali di oggi, le aziende fornitrici come il nostro ex datore di lavoro producono per marche multinazionali. Le marche globali guadagnano la maggior parte dei profitti di questa produzione e sono stati dimostrati di nuovo da sempre i veri capi dell'industria, determinando le condizioni del negozio. Mentre il pubblico è diventato consapevole di questa dinamica di potenza, i marchi sono stati costretti ad accettare che siano responsabili per garantire che i loro prodotti siano prodotti in modo equo. Zara / Inditex, per esempio, ha firmato un accordo quadro globale con Industriall Global Union e ha accettato la responsabilità per i diritti fondamentali dei lavoratori nelle sue fabbriche di forniture.
Da agosto 2016, il nostro rappresentante sindacale, DiSK Tekstil, con il sostegno della Clean Clothes Campaign e dell'Industriall Global Union, sta negoziando con questi marchi per nostro conto. Per 12 mesi abbiamo aspettato la conclusione di questi negoziati con pazienza e speranza. Per evitare qualsiasi interruzione dei negoziati, li abbiamo sopportati in silenzio. Tuttavia, dopo un intero anno i marchi hanno dichiarato di pagare solo più di un quarto della nostra richiesta. In altre parole, i marchi hanno accettato la loro responsabilità, ma hanno pensato che non meritiamo più dei loro scarti.
Abbiamo lavorato per Zara / Inditex, Next e Mango per anni. Abbiamo prodotto i prodotti di questi marchi con le nostre mani, facendo guadagnare enormi profitti. Ora chiediamo che questi marchi ci danno il rispetto fondamentale per compensare il nostro lavoro. Noi chiediamo solo i nostri diritti fondamentali! Invitiamo la comunità internazionale a sostenere la nostra lotta, a firmare e a condividere la nostra campagna".
 I 150 lavoratori chiedono in totale 2,739,281.30 di lire turche (circa 650 mila euro). Una somma, secondo quanto affermano, che costituirebbe meno dello 0,01% delle vendite al netto per il solo primo quadrimestre 2017 per il marchio Inditex / Zara.
La questione del lavoro è all'ordine del giorno in Turchia. Proprio stamane 5 operai sono morti nel distretto di Gursu, a Bursa, per una caldaia esplosa in una fabbrica di vernici. Bursa è un importante centro industriale nella Turchia nordoccidentale, dove la Fiat in comproprietà con la turca Koc produce gli autoveicoli marcati Tofas. La ministra del Lavoro, Julide Sarieroglu, ha fatto aprire un'inchiesta per accertare le cause dell'esplosione. I lavoratori della Bravo Tekstil, intanto, attendono risultati dalla loro petizione lanciata a livello internazionale.
La replica della società.“Inditex ha adempiuto tutti i suoi obblighi contrattuali con Bravo Tekstil e, in questo momento, sta lavorando con IndustriALL, Mango e Next per creare un fondo per aiutare i lavoratori colpiti dalla scomparsa fraudolenta del proprietario della fabbrica Bravo. In questo momento la Federazione Internazionale del Commercio IndustriALL, con il sostegno di Inditex, sta negoziando attraverso il suo sindacato locale in Turchia per raggiungere un accordo. Questo fondo di aiuti coprirebbe  le retribuzioni non ricevute, le indennità, le vacanze maturate e i compensi dei lavoratori che erano assunti al momento dell'improvvisa chiusura di questa fabbrica nel luglio 2016. Siamo impegnati a trovare una soluzione rapida per tutti coloro che sono stati colpiti.”