Azerbaijan

Il trionfo di Aliyev

12 aprile 2018 Roberto Bongiorni/Il Sole 24 Ore Foto: Il Sole 24 Ore

BAKU - Il seggio allestito in una grande scuola elementare nel centro di Baku è gremito. Una lunga fila di persone, soprattutto donne, attende con pazienza il proprio turno. Alla domanda per quali motivi abbia votato, ognuno risponde volentieri.
C'è chi antepone il rilancio dell'economia, chi la sicurezza – e sono davvero in tanti a farlo – chi un migliore welfare, chi pone l'accento – e anche questi sono molti – sulla speranza di rivedere il Nagorno Karabakh, l'enclave contesa conquistata dagli armeni nella guerra del 1991-1994, e occupata da allora insieme a diversi distretti azeri, di nuovo parte dell'Azerbaijan. Ma quando la domanda cade su chi hanno votato, la risposta è sempre la stessa. Ilham Aliyev. Cronaca di una vittoria schiacciante (e annunciata) La schiacciante vittoria del presidente al potere dal 2003 nella piccola repubblica del Caucaso era scontata. Aliyev, 56 anni, si conferma così per la quarta volta alla guida dell'Azerbaijan, ottenendo l'86% dei voti (una percentuale simile alle elezioni precedenti). Oruc Zehid, il candidato al arrivato secondo - si è dovuto accontentare del 3.1 per cento. Agli altri sei candidati – definiti comparse dell'opposizione e in alcuni casi leader di piccoli partiti pro-governativi - non sono rimaste che le briciole. A confortare il presidente sono anche i dati sull'affluenza, particolarmente alta: il 75% degli aventi diritto. Vale a dire tre su quattro votanti su oltre cinque milioni di aventi diritto al voto.
Anche se lo scorso 10 febbraio i più importanti partiti di opposizione (inclusi Musavat, Ncdf, Real) hanno boicottato il voto rimproverando al presidente Aliyev di aver soffocato la libertà di stampa e ogni forma di dissenso. «Un voto illegale», aveva protestato Ari Hajili, il presidente di Musavat, il più grande partito di opposizione, che sottolinea come questa volta il giro di vite sull'opposizione, sulla libertà di esprimere il dissenso e sulla stampa sia stato ancor più forte. I partiti che hanno boicottato il voto rimproverano al Governo azero di aver fatto terra bruciata durante la campagna elettorale, spianando la strada a una facile vittoria di Aliyev. È stato poi motivo di sospetto per l'opposizione azera il fatto che le elezioni siano state anticipate dal 17 ottobre all'11 di aprile (i partiti di Governo sostengono tale scelta sia stata fatta per evitare che si accavallassero le elzioni politiche e quelle parlamentari).
La Commissione elettorale invece ha assicurato che a ciascun candidato sono state concessi gli stessi spazi: 3 ore la settimana in Tv, e 3 ore sulle radio pubbliche e un'equa campagna sui giornali. Ma i due referendum costituzionali (il primo nel 2009 per modificare il limite a due mandati consecutivi e il secondo nel 2016 per rafforzarli ed estenderli da cinque a sette anni) sono stati interpretati dall'opposizione come un tentativo di creare una dinastia.
Tri i primi osservatori a rilasciare una dichiarazione c'è stato il team di osservatori dell'Ecr (il gruppo di conservatori e riformisti europei al Parlamento europeo). A loro detta il voto si è svolto senza irregolarità e lo scrutinio sarebbe stato svolto in modo professionale corretto e trasparente. Dello stesso parere anche altre diverse altre missioni di osservatori (in tutto erano presenti oltre 800 osservatori internazionali, acnhe se il Parlamento europeo non ha partecipato). Il problema, precisa però l'opposizione, sono le irregolarità e il giro di vite nelle settimane della campagna elettorale. Non il giorno del voto.
Dopo esser stato eletto nel 2003, riconfermato nel 2008 e nel 2013, Ilham Aliyev ora si appresta a guidare questo strategico Paese di 10 milioni di abitanti fino al 2025. «Sono grato alla mia gente per aver votato a favore delle nostre conquiste e dei nostri successi – ha subito dichiarato in un discorso televisivo appena dopo l’annuncio dei primi risultati da parte della Commissione elettorale – La gente ha votato per la stabilità, la sicurezza e lo sviluppo». «È un uomo forte». Parlando con gli elettori che hanno appena votato è soprattutto questa l'espressione più utilizzata per descriverlo. In alcuni seggi suona quasi come un ritornello.
Al di là delle critiche rivoltegli sulle violazioni dei diritti umani e sulle restrizioni alla libertà di espressione (anche da parte del Parlamento europeo) in tutti questi anni al potere Aliyev è comunque riuscito a garantire la stabilità di un Paese piccolo ma strategico nel cuore del Caucaso. Circondato da grandi potenze regionali – Russia, Turchia e Iran - con interessi divergenti. In un periodo storico in cui il Medio Oriente è in fiamme, questo Paese a maggioranza sciita, ma guidato da un Governo laico, è riuscito a intrattenere relazioni diplomatiche e commerciali con tutti i suoi interlocutori. Con l'Iran ma anche con Israele. Con la Russia, con Stati Uniti, con l'Europa. E naturalmente con la Turchia. La coesistenza pacifica tra le diverse religioni (ebrei, musulmani sciiti e sunniti, cristiani ortodossi e cattolici) rappresenta un modello per altri Paesi musulmani. Tutte le grandi potenze – inclusi gli Stati Uniti - vorrebbero estendere la propria influenza su questo Paese dotato di grandi risorse energetiche. Finora Aliyev è riuscito a mantenere gli equilibri.
È proprio dai grandi giacimenti di gas del Caspio che arriveranno in pochi anni quei 10miliardi metri cubi di gas destinati al mercato europeo attraverso il Trans Adriatic pipeline, un gasdotto in costruzione che dalla frontiera greco-turca attraverserà Grecia e Albania per approdare in Italia, sulle coste pugliesi. Potrebbero seguire altri progetti in futuro. In un momento in cui le relazioni diplomatiche con la Russia sono molto tese, il Corridoio sud appare per l'Unione Europea come una delle rotte alternative per alleviare la dipendenza energetica dalla Russia.
Il giorno del voto la capitale Baku è calma. Le strade sono quasi vuote, impeccabilmente pulite. Cosa strana, non si vedono manifesti elettorali. Gli unici grandi ritratti che si trovano un po' dappertutto sono quelli del presidente e, soprattutto di suo padre, Heydar Aliyev, uno dei leader dell'Unione Sovietica diventato l'uomo simbolo dell'Azerbaijan quando, dopo l'indipendenza (1991), divenne presidente nel 1993 riuscendo l'anno dopo a porre fine alla guerra con l'Armenia. A sei chilometri dai grattacieli di vetro , dei negozi di moda, e degli alberghi a cinque stelle del centro città, il quartiere di Yasamat presenta l’altra faccia di Baku. È qui, tra queste vecchi palazzi scrostati, che vivono molti ei rifugiati del Nagorno Karabakh. «Con Aliyev il nostro sogno diverrà realtà. Ci restituirà la nostra terra. Spero con la pace. Io credo nelle sue riforme economiche, nel miglioramento dell'economia. Ha fatto davvero tante cose per noi rifugiati», spiega Nuzida Alyarova, 52 anni, vicepreside di una scuola elementare, rifugiata della regione di Fizouli. «Confido che il Karabakh ritorni a noi con una soluzione pacifica», le fa eco Afgan Mammadov, 48 anni, che poi precisa: «Ho votato Alyev perché credo nella sicurezza e nello sviluppo economico del nostro Paese.
Già l'economia. Dal 1994 l'Azerbaijan ha attratto investimenti in progetti energetici pari a 70 miliardi di dollari. Dal 2006 la sua economia ha preso il volo. Ma negli ultimi anni il crollo delle quotazioni petrolifere ha inferto un duro colpo. Nel 2016 il Paese è caduto in recessione, con una contrazione superiore al 3 per cento. Nel 2017 il Pil ha registrato un anemico 0,1% di crescita. La ripresa delle quotazioni petrolifere sta ora ridando ossigeno alle casse del Governo. Ma occorre procedere in fretta con le riforme per diversificare l'economia. L’Europa guarda con attenzione all'Azerbaijan. In diverse occasioni ha mosso le sue critiche sul tema dei diritti umani e delle libertà fondamentali, un campo in cui Baku deve compiere ancora molti passi in avanti. Ma per quanto il cammino verso una piena democrazia sia ancora lungo, rispetto al passato qualcosa si sta muovendo.