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Viaggio nei siti archeo dove sono nati...

lunedì 10 gennaio 2022 Servizio ripreso da Giulia Giaume/Artribune Foto: Artribune

ISTANBUL - La Valle dell’Alto Eufrate è punteggiata di colline, spazzate dal vento. Caldissima d’estate, gelida d’inverno, la piana anatolica orientale è inframmezzata da rilievi che le conferiscono un’apparenza lunare.
Sono proprio le colline a custodire la storia di questa piana, e del genere umano. I rilievi non sono infatti solo naturali, ma nascondono dei tell, accumuli artificiali derivati da millenni di stratificazioni. Il più famoso di questi tell è Göbekli Tepe, il luogo dove, diecimila anni prima di Cristo, è nato il culto organizzato. Quattro corpi architettonici creati alla fine del Neolitico da un folto gruppo di cacciatori-raccoglitori compongono questo complesso monumentale, il più antico dell’umanità, con un grande sistema simbolico non ancora completamente decifrato. Pilastri alti sei metri a forma di T, raffiguranti enormi figure maschili – resistiti in tutta la loro potenza sotto strati di terra e roccia –, sorreggevano cupole di strutture che oggi possiamo solo immaginare, contenendo la comunità alto-mesopotamica.

LE CARATTERISTICHE DI GÖBEKLI TEPE

Qui il popolo della antica Anatolia si riuniva e, si suppone, pregava: intrecciati alle figure umane compaiono i bassorilievi e le incisioni di leopardi, volpi, tori e uccelli di ogni tipo, rese facili dalla friabile terra calcarea (non diversa da quella della Murgia materana), accanto ad alcuni elementi ricorrenti: lunghe braccia e teste stilizzate, che ci rivelano la proiezione antropomorfa nella struttura stessa del sito, accanto a collane e cinture. Göbekli Tepe, il lavoro di una vita del defunto professore tedesco Klaus Schmidt, iniziato negli Anni Novanta, è solo uno degli innumerevoli luoghi dell’area dove preziose informazioni giacciono sotto strati di storia. Tra le colline riarse dal vento anatolico – e solo ora appena rivitalizzate da timidi campi di ulivi – si estende una via immateriale lunga decine di chilometri, un percorso ideale che accomuna una o più comunità preistoriche e che lascia supporre l’esistenza di una struttura su ampie sezioni di territorio. La continua ripetizione di alcuni elementi di riferimento, come le grandi strutture antropomorfe (che ricalcano i tratti dell’Uomo di Urfa, primo esempio del suo genere) e la scelta e rappresentazione dei diversi animali, così come il fatto che la modalità di costruzione si ripeta da un sito all’altro, con l’alternanza tra strutture scavate e aggiunte, lascia supporre che queste alture, da cui si vede il primo lembo di suolo siriano, condividano una storia comune.

LE STANZE RITUALI DI KARAHAN TEPE

50 chilometri più a sud, un nuovo sito attira l’attenzione dei ricercatori. Tra le colline lunari della piana, là dove si avventurano solo greggi e pastori, sorge Karahan Tepe, un tell che condivide i dodicimila anni circa di storia di Göbekli Tepe. Curato dal professore di Preistoria dell’Università di Istanbul Necmi Karul e da un team di ricercatori, questo tepe custodisce a sua volta uno degli edifici religiosi più antichi del mondo. Sotterrata da metri di roccia e terra – posta dagli stessi abitanti del luogo al momento del suo abbandono, per motivi ancora sconosciuti –, l’area di Karahan Tepe custodisce un sistema di stanze comunicanti destinate al raccoglimento comunitario e a una serie di rituali. La camera principale, che nei suoi dislivelli interni racconta di una differenza sociale tra membri del gruppo di uomini e donne del Neolitico, è infatti strettamente collegata a uno spazio che a tutti gli effetti appare come “il luogo di un rito di passaggio”, racconta il professore tra turco, inglese e tedesco.
La testa di un uomo dai tratti africani”, spiega Karul indicando la roccia calcarea incisa, “è collegata a un corpo di serpente che esce ed entra dalla terra, un simbolo di metamorfosi. Nella stanza, al tempo coperta da una cupola ormai scomparsa e a cui si accede tramite una scaletta, vi sono undici colonne falliche, una delle quali esattamente davanti all’ingresso”. Un rito di fertilità, si suppone, incorniciato da un canale dove veniva fatto scorrere del liquido, forse sangue. Sono moltissimi i reperti emersi da questa collina – totem antropo-zoomorfi con leopardi e ragni, sculture bicefale decorate, piccole statuette dedicate alla fertilità e piatti decorati, tutti conservati nel nuovissimo museo archeologico di Sanliurfa, sorta sull’antica Urfa/Edessa –, che promette di essere una di molte altre. Sul versante opposto rispetto alla grande stanza dedicata con ogni probabilità a riunioni e riti c’è infatti una cava a cielo aperto, dove rimangono dei segni di una estrazione lasciata a metà: qui si osservano delle strutture monolitiche in procinto di essere estrapolate dalla roccia, destinate secondo il professore a un sito “che si prospetta ancora più alto: colonne come questa non sarebbero mai entrate nello spazio presente sulla collina”. L’area interessata dai nuovi scavi è grande quanto quella già scoperta, e non è che l’inizio.

 

LA COLLINA DEI LEONI, ARSLANTEPE, DOVE NACQUE LO STATO

Al di là delle montagne del Tauro e della gigantesca Diga Ataturk – sotto il cui lago è celato Nevali Cori, il primo sito mai scoperto nell’area – risiede la seconda parte di questa storia, in una valle fredda ma rigogliosa, popolata di albicocchi. Qui, accanto alla città di Malatya, una grande collina artificiale custodisce un sito che racconta la storia delle prime forme di organizzazione sociale dell’umanità. Questa è Arslantepe, al cui centro resiste in molte sue parti un incredibile palazzo del potere: qui è nato lo Stato, qui è nata la burocrazia, qui è nata la guerra. Muri alti due metri e mezzo, intatti, sono emersi dalla “collina dei leoni” grazie a una lunghissima missione italiana, sessant’anni di campagne continue e coerenti. Da decenni il destino della collina è nelle mani della professoressa della Sapienza Marcella Frangipane: in trenta metri di altura sono custoditi millenni di storia. Scavando sempre più a fondo si trovano un cimitero medievale, un villaggio romano, i palazzi ittiti e le loro mura con bastioni, e infine insediamenti della Media e Antica Età del Bronzo. Il cuore della collina, però, è ciò che custodisce il segreto più grande. Grazie alla ricchezza alimentare garantita dalla mezzaluna fertile, infatti, nel quarto millennio avanti Cristo nacque qui un fiorente centro economico, politico, religioso e amministrativo. Il palazzo era al centro di un sistema gerarchico di appalto del lavoro, assegnato dall’alto e regolarizzato con degli stipendi: oltre cinquemila anni fa qui erano distribuite le derrate con sistematicità, tenendo traccia di ogni transazione in assenza di scrittura con un elaborato sistema di ricevute – le cretule, sigilli di argilla tutti diversi, ognuno con impresso il simbolo della persona che aveva ritirato le razioni – a cui seguiva un complesso iter di stoccaggio e organizzazione dei dati. Il palazzo, che negli anni del suo splendore era riccamente decorato e al progredire della crisi sociopolitica è stato ricoperto di calce e fortificato, rappresenta in sé stesso la nascita di un sistema diviso tra chi distribuisce e chi riceve evidenziando una prima, chiara differenza economica. “Con lo Stato”, chiarisce la professoressa Frangipane, “nasce l’ingiustizia”.

 

STATO, VIOLENZA, DISUGUAGLIANZA SOCIALE

Questo primo esempio di palazzo pubblico mai registrato – parliamo di duemila metri quadrati di struttura, in parte ancora sommersa sotto strati di terra e roccia – va a sancire e ritualizzare la disuguaglianza: il centro è rappresentato da una sala per le udienze, raggiungibile dall’esterno del pendio al termine di un corridoio decorato con motivi geometrici, dal cui interno sudditi e questuanti possono intravvedere una sala riservata alle élite, inaccessibile. Le fasce più alte della società vivevano dietro questo confine, in case separate dal resto della popolazione. Nella stanza accanto vi è infatti uno dei due templi privati, che sostituisce l’antico tempio pubblico risalente a quando il potere si amministrava con il consenso e lo scopo era quello di includere, non escludere. Con l’avvicendarsi dei regni, da quello ittita a quello neoittita fino all’invasione assira dell’allora città di Melid (“miele”), le élite dovettero difendere il loro predominio dell’area: qui sono state ritrovate le prime spade mai costruite da mano umana, con l’elsa di metallo decorata in base al grado sociale del suo possessore, perché insieme allo Stato (che è in sé monopolio della violenza) nasce la necessità di difenderlo. Questa crebbe con la rovina del palazzo, intorno al tremila avanti Cristo: a questo periodo risalgono le ampie mura e i corredi armati nei sepolcri, e da qui continueranno ancora gli scavi con la professoressa Francesca Balossi Restelli. Che si spera attireranno sempre più persone all’interno della struttura, recuperata e coperta da una serie di tettoie filologicamente corrette, anche grazie al raggiungimento di un cruciale riconoscimento. Dopo una lunga selezione, Arslantepe è da quest’anno un sito dell’UNESCO, sia grazie alla sua natura di sito di straordinaria importanza e bellezza, sia per la profonda connessione che conserva con la popolazione di Malatya. La città, racconta Frangipane, non permette ai tombaroli di avvicinarsi alla collina dei leoni perché il legame con le radici è insito nella comunità: quando la commissione esaminatrice ha ispezionato il luogo, continua la professoressa, ha chiesto informazioni del sito a uno dei pochissimi guardiani. “È una cosa nostra”, ha risposto l’uomo, battendosi il petto.