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Eraclea al Latmos: Mangiatori di miti

23 novembre 2017 Luigia Cristofaro/Il Nuovo Levantino Foto: Il Nuovo Levantino

IZMIR - La Turchia, si sa, è una delle terre in cui il mito, si può proprio dire, “è di casa”. L’Anatolia ha nel suo grembo materno, (Ana=madre Dolu=piena e quindi gravida, in attesa di una nuova vita), secoli e secoli di cultura mitologica. Nutre al suo interno un patrimonio così vasto e multiforme che è molto difficile farne una stima e assicurare ad ogni pezzo di storia e arte l’attenzione che merita.
Eraclea al Latmos fa parte proprio di questi luoghi che, purtroppo, non godono di molta cura e che corrono il rischio di cadere nel dimenticatoio.Antica città greca della Ionia, si estendeva ai piedi del monte Latmos e poco distante dal lago di Bafa. Siamo in provincia di Muðla, non ci separano tantissimi kilometri dalle tanto turistiche Priene, Mileto e Didima, che godono invece di visitatori continui, dell’attenzione di tour operator e di incassi straordinari. Non solo, ma anche di mezzi di trasporto adeguati.
Per raggiungere Eraclea al Latmos bisogna innanzi tutto essere turchi o farsi accompagnare da qualcuno che parli la loro lingua (impossibile farsi dare un’informazione e capirla vista la difficoltà del tragitto) e poi bisogna essere automuniti. C’è un dolmuþ [servizio di taxi sharing, N.d.R.] che ferma a qualche kilometro di distanza e a quel punto bisogna camminare facendosi trasportare dall’intuito: niente cartelli, nessuna informazione. A Kapýrýký, il villaggio vicino, per chi riuscisse nell’impresa, ci sono ad aspettare, armate di pazienza, le donne del luogo. Tutte molte anziane, almeno dall’aspetto, pantalone alla turca e fazzoletto nei capelli, in cerchio a ricamare foulard in attesa dei visitatori. A prima vista qualsiasi turista si domanderebbe preoccupato, parlando tra sé e sé, in che lingua comunicare, ma queste donne conoscono l’inglese, il tedesco e anche un poco di italiano. Dimostrazione che qualcuno riesce ad arrivare alla meta.
Ad Eraclea al Latmos c’è il tempio dedicato ad Atena, il teatro, ma soprattutto il monte Latmos.
Un’atmosfera senza tempo, un richiamo continuo alla storia. E proprio lì, sul monte, c’è il santuario costruito dai greci e dedicato a Endimione. Secondo il mito era un giovane pastore bellissimo, per questo Selene, la dea della Luna, se ne innamorò dopo averlo visto dormire sul monte Latmos. Pur di poterlo incontrare ogni notte, la dea lo condannò ad un sonno e una giovinezza eterna.
Incantevoli le pagine dell’italiano Cesare Pavese che, nei Dialoghi con Leucò, dedica a questo luogo e a questo mito il racconto dal titolo La belva.
Tutta questa atmosfera sta per essere definitivamente distrutta da alcune fabbriche di ceramica che, proprio sul monte Latmos, da qualche anno hanno iniziato opere di scavo per estrarre minerali feldspati. Il mito sta per essere letteralmente divorato dalle ruspe.
Qualche mese fa una archeologa tedesca, Anneliese Peschlow-Bindokat, sulla base anche di altri studi sul territorio che rileverebbero presenze di antichissimi dipinti rupestri, addirittura considerati le prime rappresentazioni iconografiche della famiglia in epoca primitiva, ha lanciato un appello rivolto al governo turco per impedire ulteriori scavi.