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Il silenzio assordante dei musulmani moderati

lunedì 27 luglio 2020 Servizio ripreso da Luigi Sanlorenzo/Linkiesta Foto: Linkiesta Asin Akgul/AFP

ROMA - Dal 10 luglio 2020 il complesso monumentale della Basilica di Santa Sofia non è più un museo. Il velo nero che ormai da anni Recep Tayyip Erdoğan sventola sulla Turchia ha ora ricoperto anche quella che fu per nove secoli la Cattedrale di Giustiniano, Ἁγία Σοφία, e per cinquecento anni la Moschea di Maometto II, conquistatore di Costantinopoli, diventando Ayasofya-yı Kebir Mübarek Cami-i Kebir.
La preghiera solenne del 24 luglio ha riecheggiato come quella di tre giorni dopo la conquista musulmana della città. Il 2 giugno 1453 gli ulema presenti salirono sul pulpito e recitarono la Shahada: «Non ci sono altri dei se non il Dio, e Maometto è il suo servo e il suo messaggero», segnando così la conversione della chiesa in moschea.
Ben altre parole e idee sarebbero risuonate tra quelle mura antiche quando diventarono lo scrigno prezioso di inteculturalità e tolleranza che Mustafà Kemal “Ataturk” aveva voluto nel 1935 quale simbolo della laicità della giovane repubblica nata nel 1929.
Nella ricostruzione cinematografica diretta da Ridley Scott “Le crociate-Kingdom of Heaven” del 2005, il Saladino, interpretato da Ghassan Massoud, conquistatore di Gerusalemme il 2 ottobre 1187, si china a raccogliere tra le macerie un crocifisso e lo depone con rispetto sull’altare, mentre sulla cupola di Santa Sofia viene issato l’emblema della Mezzaluna. Ma si sa, era curdo e solo in parte arabizzato.
La descrizione del saccheggio di Costantinopoli del 1453 , riportata dalle cronache del tempo, è stata resa in modo romanzato da Umberto Eco nel libro “Baudolino”, pubblicato da Bompiani nel 2000, opera storico-picaresca, e al tempo stesso thriller, purtroppo meno nota ma altrettanto profonda de “Il nome della rosa”, pubblicata venti anni prima.
E proprio al padre della comunicazione contemporanea e grandissimo narratore sarebbe stato interessante chiedere la propria opinione su quanto sta accadendo in quella che fu, e continua ad aspirare a essere, la capitale dell’impero ottomano.
Premessa essenziale e politicamente scorretta: Recep Tayyip Erdoğan quale presidente regolarmente eletto della Repubblica turca ha, sul piano giuridico e internazionale, tutto il diritto di “riconvertire” un bene monumentale, presente da sempre nel proprio territorio, in ciò che vuole. Varrebbe per l’Italia, se decidesse di trasformare la Valle dei Templi in uno showroom di Dolce & Gabbana o per la Francia, se allocasse nella Tour Eiffel la discoteca più trendy del mondo.
Altra cosa è il piano culturale, anche se il complesso resterà comunque Patrimonio dell’Umanità, pur con le limitazioni per i turisti derivanti dalla nuova natura di luogo sacro islamico.
Chi invece ha perso un’occasione storica sono propri i cittadini turchi di religione islamica, che finora non avevano avuto nulla da spartire con il fondamentalismo del proprio presidente. Quell’Islam “moderato” che tanto è stato apprezzato per le prese di distanza dagli attentati che hanno insanguinato l’Europa e il mondo intero in questo primo ventennio del terzo millennio; che è stato interlocutore non secondario degli sforzi ecumenici dei recenti Pontefici della Chiesa Cattolica e di quella Ortodossa; che si è guadagnato, a prezzo di durissimi sacrifici, il diritto di integrarsi pacificamente nelle grandi città europee, combattendo anche in famiglia per l’emancipazione giustamente pretesa delle loro donne e dai giovani in merito ad abbigliamento, diritti civili e sociali, comportamenti e isolando i terroristi.
Ebbene, quel medesimo Islam avrebbe dovuto contrastare in Turchia la decisione del presidente, anche a prezzo di sanguinose repressioni, compiendo un enorme salto di qualità nell’apprezzamento del mondo intero ed entrando definitivamente nella modernità, la cui cifra principale è la distinzione tra laicità dello stato e ogni forma di spiritualità presente nella nazione.
Non essendosi espresso in modo forte e corale e avendo piuttosto plaudito alla scelta presidenziale, esso sta vanificando decenni di dialogo internazionale e inter-religioso e rischia di confondersi con un fondamentalismo che non gli appartiene.
Mentre mi commuovono la mitezza e il dolore di Francesco, inevitabili per colui che ha scelto di portare il nome del Santo che tentò di convertire il Sultano, mi chiedo quali sarebbero state le reazioni di un Papa “guerriero” come Giovanni Paolo II o di estrema ortodossia come Benedetto XVI che nel celeberrimo e dotto discorso dal titolo “Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni”, tenuto il 12 settembre 2006 nell’aula magna dell’Università di Ratisbona, ebbe a dire, citando l’ultimo imperatore bizantino Manuele II Paleologo: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava».
Apriti cielo, è proprio il caso di dire!
Le reazioni risultarono disomogenee, sia nel mondo islamico sia in quello cristiano. Nel primo caso si passò dall’indignazione delle maggiori cariche civili e religiose degli stati a prevalenza musulmana con aspre proteste di piazza annesse (a volte anche decisamente offensive), fino ad arrivare a minacce di morte nei confronti di Benedetto XVI da parte di gruppi estremisti quali ad esempio al-Qāʿida, Irāq al-Jihādiyya (Iraq jihādista) o Jaysh al-Mujāhidīn (Esercito dei Mujāhidīn). Nel mondo islamico si sono verificati inoltre diversi assalti e incendi a chiese e luoghi di culto cattolici.
Anche l’omicidio della suora italiana Leonella Sgorbati, operante a Mogadiscio da molti anni, probabilmente legato alla lezione di Ratisbona, contribuì a far esprimere “vivo rammarico” e “assenza di ogni intento provocatorio” a Benedetto XVI, durante l’Angelus domenicale, in merito alla situazione globale che si era creata.
«Il mio era un invito al dialogo franco e sincero. […] Spero che questo valga a placare gli animi». Si dimise clamorosamente nel 2103, gli animi non li ha placati e oggi abbiamo due papi e altrettante visioni dottrinarie della cattolicità, divergenti, nonostante le rassicurazioni dei portavoce di entrambi e le affannose smentite degli ambienti vaticani.
André Glucksmann, filosofo francese sessantottino e maoista, libertario e antinichilista, all’indomani del discorso di Benedetto XVI a Ratisbona difese il pontefice: «Il Papa è l’unico ad aver capito che il nulla ci sta avvolgendo; il nichilismo si sforza di rendere il male non visibile né dicibile né pensabile. Contro una simile devastazione mentale e mondiale, la lezione di Ratisbona richiama la fede biblica e gli interrogativi della filosofia greca a rinnovare senza concessioni una alleanza che mi auguro sia definitiva e vittoriosa».
Non sono mancate però critiche formali al discorso di Ratzinger, anche da parte di esponenti religiosi, fra i quali padre Tom Michel, responsabile del dialogo con l’Islam per la Compagnia di Gesù e per la Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia (Fabc) e consultore del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso: «A Ratisbona, Benedetto XVI ha esposto il suo punto di vista personale. In Vaticano alcuni sono d’accordo con lui, ma ce ne sono anche molti che non concordano affatto. […] Penso che utilizzando un autore mal informato e carico di pregiudizi come Manuele II Paleologo il Papa abbia seminato mancanza di rispetto nei confronti dei musulmani. Noi cristiani dobbiamo ai musulmani delle scuse».
Inoltre, sempre padre Michael, ha espresso il timore che la fiducia reciproca costruita da Giovanni Paolo II con il mondo islamico, fosse regredita: «La rabbia che è esplosa sarebbe stata evitata se i consiglieri e gli assistenti del Papa avessero fatto bene il loro lavoro. Spero che le parole del Pontefice non diano alimento ad altra violenza. Spero che i musulmani accettino le sue scuse e perdonino. Ma ci vorrà molto tempo per ricostruire la fiducia che c’era stata con Giovanni Paolo II».
Quanto a tale fiducia, credo che essa vada ridimensionata dalle stesse parole che il Papa santo ebbe a dire negli anni ‘80: «Vedo la Chiesa del terzo millennio afflitta da una piaga mortale, si chiama islamismo. Invaderanno l’Europa. Ho visto le orde provenire dall’Occidente all’Oriente: dal Marocco alla Libia, dall’Egitto fino ai paesi orientali».
Si tratta del un contenuto di una visione – il pontefice polacco è stato un mistico – che è stata testimoniata da monsignor Mauro Longhi così come spiegato su La Voce del Trentino. Karol Wojtyla, stando alla ricostruzione, avrebbe avuto questa visione su una montagna abruzzese, uno dei tanti luoghi frequentati dal vescovo di Roma, che amava la montagna, le escursioni e l’alpinismo.
E, più esplicitamente, ha affermato: «Al Dio del Corano vengono dati nomi tra i più belli conosciuti dal linguaggio umano, ma in definitiva è un Dio al di fuori del mondo, un Dio che è soltanto Maestà, mai Emmanuele, Dio-con-noi».
Tuttavia le esigenze del politicamente corretto hanno poi accreditato il Papa polacco, fiero avversario del comunismo internazionale e vittima di un attentato compiuto dal lupo grigio turco Mehmet Ali Ağca poi perdonato, di un cospicuo, seppur cauto, aperturismo verso il mondo islamico.
La vicenda di Santa Sofia spacca il mondo, polarizzandone le opinioni in modo più o meno allineato con le diverse posizioni politiche dei vari leader mondiali. Tra gli intellettuali alcune reazioni sono già scolpite nella pietra: lo scrittore Orhan Pamuk, premio Nobel 2006 e autore del romanzo “Il museo dell’innocenza”, ha dichiarato a Repubblica: «È la nazione a decidere il destino di Ayasofya. Ma ci sono milioni di turchi come me che credono nel secolarismo e si oppongono. È un errore. E temo che ci costerà».
Corrado Augias: «Santa Sofia, così si stravolge un simbolo». Vittorio Sgarbi: «La Basilica di Santa Sofia è stata la chiesa più importante del mondo bizantino, dedicata non a una santa ma a un concetto astratto, la Divina Sapienza (Haghìa Sophìa)».
Non pervenuto, finora, Ferzan Özpetek, il regista, sceneggiatore e scrittore turco naturalizzato italiano che ha fatto di Istanbul il set di alcuni tra i film più noti: “Il bagno turco” (1997), “Harem Suare” (1999), “Rosso Istanbul” (2017).
Ci aspettiamo qualcosa da Martin Amis, Margaret Atwood, Salman Rushdie, Anne Applebaum, da John Banville, Noam Chomsky, Khamel Daoud, Jeffrey Eugenides, e poi ancora da Ian Buruma, Olivia Nuzzi, Michael Ignatieff, Paul Berman, Michael Walzer e JK Rowling, solo per citare alcuni tra i più famosi dei circa centocinquanta intellettuali tra i firmatari delle lettera pubblicata da Harper’s Magazine e intitolata “A Letter on Justice and Open Debate”, usciti allo scoperto per difendere i principi della libertà d’espressione minacciata da ogni forma di intolleranza.
Umberto Eco, in “Pensieri sparsi sulla superiorità”, su La Repubblica del 5 ottobre 2001, ci ha lasciato un grande insegnamento. Egli afferma che il fatto di ritenere una cultura superiore a un’altra è causato da adesioni passionali a contrapposizioni semplicistiche, come: Noi e gli Altri, Buoni e Cattivi, Bianchi e Neri. Un altro elemento che porta a tali conclusioni affrettate sulla superiorità è determinato dal non comprendere la differenza tra l’identificazione con le proprie radici, il capire chi ha altre radici e il giudicare ciò che è bene e male. Eco afferma comunque che ciascuno di noi si identifica con la cultura in cui è cresciuto e i casi di trapianto culturale sono una minoranza.
È proprio il considerare la superiorità di una cultura su un’altra che scatena le cosiddette guerre di religione. Eco sostiene la necessità di fissare dei parametri di giudizio per poter definire tale superiorità. Questi parametri, che dipendono dalle nostre preferenze, dalle nostre abitudini, dalle nostre radici, passioni e valori, non devono essere fissati in chiave storica in quanto la storia è un’arma a doppio taglio, ma in chiave contemporanea. Ad esempio, la medicina e la scienza occidentali sono certamente superiori ai saperi e alle pratiche mediche orientali se, e solo se, il prolungarsi della vita media viene considerato un valore.
Eco, confrontando l’occidente con l’oriente, afferma che l’occidente, a differenza dell’oriente, è stato in grado di mettere e nudo le proprie contraddizioni («Siamo pronti a tollerare tutto ma certe cose sono per noi intollerabili») e cerca di tollerare comunque la diversità e di far comprendere e accettare anche ai bambini tali diversità che devono essere viste come fonte di ricchezza. Eco afferma inoltre che l’occidente è sempre stato curioso delle altre civiltà e ha dedicato fondi ed energie a studiarle anche se talvolta le ha liquidate con disprezzo. All’oriente, invece, nessuno ha mai permesso di studiare l’occidente e proprio per questo negli ultimi anni è nata Transcultura, un’organizzazione internazionale che si batte per una “antropologia alternativa”. È importante quindi capire che lo studio antropologico del fondamentalismo altrui può servire a capire meglio la natura del proprio. Concludendo lo scrittore afferma che noi non siamo superiori bensì inariditi dall’ideologia del progresso. Curiosa sintonia con il mio compianto e venerato Maestro, il filosofo Emanuele Severino.
Concetti forse troppo impegnativi per commentare la spasmodica aspirazione di Recep Tayyip Erdoğan, stretto tra la Russia di Putin e l’Unione europea, di esercitare una propria egemonia e di rifondare l’impero ottomano, non arretrando dinanzi a nulla e usando tutto – compresa la religione come sembra essere frequente tra quella genia che abbiamo imparato a conoscere anche in Italia – senza scrupoli, pur di raggiungere il proprio scopo.
Salutando mestamente la resa della nazione turca, membro della Nato e come tale ospitante nel proprio territorio, in base alla dottrina del nuclear sharing, armi atomiche (50 – 90 testate nella base aerea di Adana- Incirlik) a un nuovo e più pericoloso populismo sovranista, non possiamo non ricordare Niccolò Machiavelli che, al cap XVIII de, Il Principe, scrisse «… e nelle azioni di tutti li uomini, e massime de’ principi, dove non è iudizio da reclamare, si guarda al fine. Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e mezzi saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno lodati».
Per bocca del buon Baudolino, alla ricerca perenne del paese del Prete Gianni e del Gradale (Graal) Umberto Eco, che di Machiavelli ben si intendeva, commentò già venti anni fa: «È che un Basileo può usare il potere per fare del bene, ma per conservare il potere deve fare del male».
Parole scritte sulla lapide che sembra sigillare ogni ulteriore speranza di libertà a breve termine nella Città d’Oro adagiata sul Bosforo, ponte sempre più impraticabile tra Occidente e Oriente e che, prima o poi, potrebbe dare origine alla richiesta sconsiderata di una nuova Lepanto.