In Evidenza

ISTANBUL: Una scuola uigura nell'esilio turco

martedì 4 settembre 2019 Servizio ripreso da Ruth Ingram/Bitter Winter ediz Foto: Bitter Winter Edizione italiana

ISTANBUL - Immaginate un mondo in cui la vostra lingua fosse disprezzata e diventasse ogni giorno che passa sempre più antiquata. Dove scrittori famosi sparissero nel buco nero di un sistema politico impazzito e le loro opere più significative finissero in una macchina distruggi-documenti. E dove chi fosse trovato in possesso dei libri proibiti venisse anch’egli punito con la condanna ad anni nei campi per la trasformazione attraverso l’educazione e pure peggio. Dove i bambini, costretti a parlare “Guo Yu” (l’espressione promosso da Xi Jinping per indicare la nuova «lingua nazionale» che rimpiazzi lo “Han Yu”, «la lingua degli han») fra loro a scuola, sono sempre meno capaci di parlare con i genitori e i nonni o di condividere lo stesso amore per la letteratura e la poesia uigure che scorre nel sangue dei loro antenati. E dove l’orgoglio di una storia lunga seimila anni viene gettato nel mucchio delle anticaglie, per essere sostituito da una nuova versione forzata, dominato dalla cultura han e da tutto ciò che è cinese.
Gli uiguri prigionieri in questa terra si ritrovano impotenti, senza poter protestare o sfidare la china che porta all’omologazione culturale a meno di non incorrere senza eccezioni nel carcere, ma la diaspora si è assunta l’onere di arginare la marea della distruzione per salvaguardare almeno la lingua.
Un uiguro della diaspora persona, Lokman Hira’i, ventinovenne, insegnante e linguista autodidatta, che ha lasciato lo Xinjiang per continuare la propria istruzione in Turchia sei anni fa, ha abbandonato i suoi sogni dopo aver visto con i propri occhi come la sua lingua madre stava scomparendo rapidamente persino fra la gioventù in esilio che invece si aspettava la stesse mantenendo in vita. «Non riuscivo a credere alla rapidità con cui i bambini e i giovani perdevano la propria lingua», ha raccontato a Bitter Winter, spiegando come le somiglianze fra il turco e lo uiguro portavano i bambini ad assimilare quella lingua dell’esilio che nel giro di un solo anno già parlavano correntemente. «E quindi non hanno alcun bisogno dell’uiguro», ha lamentato. «Ho capito che nel giro di un paio di generazioni la nostra lingua sarebbe scomparsa del tutto». «Dovevo fare qualcosa per proteggerla», ha affermato con la determinazione di chi ha visto l’embrione di un’idea crescere in una realtà feconda nel giro di poco tempo.
Per questo ha deciso di fondare a Istanbul una scuola uigura che insegnasse in lingua uigura. E per due scopi: tenere in vita la lingua e la cultura, ma anche fare da ponte verso l’istruzione pubblica turca a vantaggio di quei bambini che di istruzione ne avevano poca o punto.
Sradicare la lingua uigura sembra essere parte integrante del nuovo vigoroso impulso impartito da Xi Jinping alla sinizzazione dello Xinjiang, culla degli uiguri, nazione di persone il cui amore per la poesia e la letteratura non ha eguali, ma il cui spazio si sta trasformando rapidamente in un deserto culturale che si confonde con quello delle vaste lande di sabbia che coprono tanta parte del suo territorio. Decine di insegnanti uiguri privi di competenze sufficienti nella lingua cinese vengono scartati ed eserciti di docenti cinesi han confluiscono nella regione dalle zone interne del Paese per riempire il vuoto. Mentre fino a tre o quattro anni fa la spinta principale di Pechino era diretta a spostare i bambini verso le zone interne della Cina per mandarli a scuola, laddove quelli che rimanevano erano in grado quanto meno di studiare la propria letteratura nella loro lingua madre, ora tutta l’attenzione è concentrata a casa. Anche chi si specializza in letteratura uigura a livello universitario deve comunque studiare attraverso la lingua mandarina.
«Gli uiguri non sono certo un’insignificante tribù di poche migliaia di persone», ha affermato Lokman. «Siamo milioni e condividiamo la lingua, la storia e la cultura. Siamo più numerosi della popolazione australiana». «Dovremmo essere almeno 20 milioni, sparsi per il mondo», ha aggiunto. L’uomo accusa il governo cinese di manipolare in modo massiccio le statistiche sulla popolazione uigura, che in realtà non si è mai allontanata granché dai 10 milioni circa di unità registrati negli anni 1970. «Dicono che da allora il nostro numero non è aumentato, ma ciò è assurdo», ha detto ridendo. «Come possono avere il coraggio di sradicare qualsiasi cosa ci dia un’identità nazionale?».
Lokman ha raccontato di molti bambini che arrivano dallo Xinjiang come rifugiati in Turchia, che non sono mai assolutamente andati a scuola nella madrepatria. «Molti dei genitori si sono rifiutati di mandare i propri figli nelle scuole controllate dal governo, a casa, divenute sempre più politicizzate e atee», ha affermato. «Così, in realtà, un’ampia percentuale, soprattutto di nuovi venuti, sanno parlare uiguro ma sono analfabeti e assolutamente non scolarizzati. Se non si fosse fatto qualcosa, non avrebbero avuto nessun futuro qui». Ha raccontato che una delle sfide principali che ha affrontato è stata quella di educare questi bambini ad accelerare didatticamente, in modo che avessero la possibilità di accedere al sistema scolastico turco.
Il suo sogno non è stato privo di osservatori critici. «Molti genitori, soprattutto quelli di istruzione limitata, non riuscivano a vedere il valore di studiare in uiguro. Pensavano che i loro figli dovessero apprendere la lingua della nuova patria», ha detto. «Ma quando ho spiegato che attraverso lo uiguro i loro figli avrebbero potuto successivamente accedere all’istruzione pubblica e godere di possibilità di carriera, hanno iniziato a vederne l’importanza». «Ho cercato anche di instillare in loro un sentimento di orgoglio per la lingua nazionale», ha affermato. «La danno per scontata, ma ho detto loro che possono contribuire a conservarla per le generazioni future. Una volta perduta, è perduta per sempre», ha sottolineato.
Finché era ancora possibile trasferire fondi dalla Cina, parenti e amici che credevano in questo progetto erano soliti inviare donazioni. Con la prima tranche ha acquistato uno stabile di cinque piani e ha iniziato l’attività con corsi base di uiguro, inglese, arabo e matematica. Il primo anno, si sono iscritti cento bambini. Alla fine dell’ultimo semestre c’erano 370 allievi e il nuovo è iniziato con 500. Sono già divenuti troppo numerosi per l’edificio originario e hanno preso in affitto parte di una scuola turca della zona per accogliervi l’enorme numero di bambini della scuola elementare che si sono iscritti per quest’anno. Una flotta di autobus trasporta i bambini avanti e indietro da tutta la città e la marea di iscrizioni non dà segno di diminuire. «Il mio progetto è quello di aprire scuole gemelle in giro per la città», ha affermato. «In realtà, 500 bambini sembrano moltissimi ma considerato che a Istanbul ci sono 30mila uiguri si tratta di una goccia nell’oceano». «Un giorno, qui voglio vedere un’università uigura», ha aggiunto.
Il progetto di Lokman non è guadagnare denaro. Da quando il serbatoio della buona volontà dello Xinjiang si è esaurito con la chiusura del confine, la scuola ora vive alla giornata. Molti dei bambini sono di fatto orfani e una percentuale importante è indigente. Gli insegnanti, con un salario ridotto all’osso, lavorano per amore, non per denaro, e il costo dei libri viene coperto solamente chiedendo agli studenti più grandi, le cui famiglie ne abbiano i mezzi, di pagare 36 dollari statunitensi al mese, e proponendo corsi per adulti di guida e di informatica.
Il compito gigantesco di tradurre le parti pertinenti dei programmi scolastici nazionali turchi in lingua uigura tocca a Lokman, i cui risultati fino a oggi sono notevoli. Ha già numerosi volumi all’attivo e il compito sembra infinito. Ma egli non demorde.
I suoi piani sono ambiziosi. Ha allestito uno studio di registrazione interno alla scuola, per registrare i libri che ha tradotto, e progetta di doppiare i cartoni animati in uiguro per rendere divertente l’apprendimento. Sta contrattando con Google perché aggiungano lo uiguro all’elenco delle lingue disponibili e ha intenzione di far venire esperti da tutto il mondo per l’insegnamento dell’informatica. Un recente motivo per festeggiare è stata la notizia che una fra i suoi diplomati ha vinto un premio quale “studente eccezionale” nell’intera Turchia. La ragazza ha iniziato la sua istruzione con i suoi corsi di uiguro, avanzando ben presto nel sistema d’istruzione pubblica turco, fino all’università. «Siamo così orgogliosi di lei!», ha affermato Lokman.
La missione di Lokman non è meramente educativa, ma anche sociale e psicologica. È preoccupato per i tanti orfani affidati alle sue cure che hanno visto cose che nessuno dovrebbe mai vedere. «Alcuni di loro sono inconsolabili. Sono depressi e non hanno alcuna speranza nel futuro. Li vedo fissare lo sguardo fuori dalla finestra, senza riuscire a concentrarsi, e posso soltanto provare a indovinare ciò che hanno visto durante la loro breve vita», ha detto a Bitter Winter. «Alcuni, durante la fuga dalla Cina, attraverso la Thailandia e la Malaysia, hanno visto i genitori morire davanti ai loro occhi. Alcuni sono stati testimoni della loro fucilazione e due bambini li hanno visti spazzati via da un fiume». Si preoccupa del loro benessere emotivo molto più che dei progressi negli studi e molti sforzi sono posti nell’organizzare uscite e attività divertenti. «Se trascorrono troppo tempo da soli, pensando a ciò che hanno visto, non sopravvivranno», ha affermato. «Proviamo a farli ridere e li aiutiamo a dimenticare», ha aggiunto.
La comunità uigura in esilio sparsa per il mondo piange la perdita della madrepatria, delle famiglie, degli amici e della cultura e ciò non è meno vero per la comunità di Istanbul. Tutti i passaporti uiguri sono stati sequestrati in patria, i legami familiari troncati e le relazioni lacerate. Nessuno sa quando o se vedrà mai più i propri cari. «In tali situazioni, sono sempre i bambini a soffrire», ha detto Lokman. «Mantenere in vita la lingua e darle il giusto rispetto è uno dei modi per facilitare il passaggio e il dolore dell’esilio».
Uno degli studenti di Lokman, il quindicenne Imran Sadai, originario di Yupurgha, nello Xinjiang meridionale, di recente ha vinto un premio nazionale turco di poesia per la sua commovente descrizione dell’abbandono delle sue radici, quando nel 2016 ha lasciato la madrepatria.
Non è solo nel suo lutto e parla in nome delle migliaia di bambini uiguri che tentano disperatamente di trovare un posto, in una terra nuova, lontana dalle montagne e dai villaggi della loro infanzia. Sono loro quelli che Lokman sta cercando di aiutare. Ha fatto avere a Bitter Winter una delle poesie di Sadai:

«Sono cresciuto, ma ho lasciato indietro la mia terra. Le montagne di ghiaccio innevate,
i prati fioriti: sono rimasti tutti indietro.
Indietro, con il mio cuore e con la mia anima.

Nei borghi del mio Paese. Nei fiumi del mio villaggio,
ovunque siano giunti i miei passi. È lì che il mio cuore vaga ancora.

Sulla cima della montagna possente. In quelle caverne oscure,
dove ho scritto le mie poesie fra le ombre. È lì che ancora vivono il mio cuore e la mia anima.

Quelle notti piene di pace illuminate dalla Luna, quando contavo, sdraiato con gli amici, le stelle:
è lì che ancora rimangono il mio cuore e la mia anima.

Una bandiera sventola nel mio petto. Indomita vola l’aquila, ma
quando sarò vecchio e sarà ora di lasciare questo luogo resteranno i miei amici più cari a piangere per me.

Oh, patria possente, la mia felicità è sempre lì con te.
Il mio posto avito, il luogo cui appartengo. Mia oasi verdeggiante!
Il mio bene più caro… è lì… laggiù con te».