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Biennale di Istanbul: il tema prescelto per il 2019

martedì 4 settembre 2019 Servizio ripreso da Niccolò Lucarelli/Artribune Foto: Artribune

ISTANBUL - Dedicata quest’anno all’analisi dell’impatto dell’umanità sull’ambiente, la Biennale cerca di analizzare il ruolo e le pratiche degli artisti contemporanei in relazione all’emergenza-rifiuti. Ne abbiamo parlato con il direttore Nicolas Bourriaud.

Il tema scelto per l’edizione 2019 della Biennale è di drammatica attualità: l’inquinamento dei mari sta raggiungendo livelli che non sono più sopportabili dall’ecosistema. Può dirci qualcosa su come gli artisti hanno lavorato attorno a questo problema?
Ho voluto cominciare con un’immagine più che con un concetto, e quella che accompagna la Biennale aderisce totalmente all’antropocene: il “settimo continente”, fatto di plastica e rifiuti non riciclabili può essere visto come l’inconscio delle nostre economie. Ho cercato di mettere insieme artisti il cui lavoro potesse contribuire alla conoscenza antropologica di questo “continente”, cioè coloro che analizzano o ritraggono i nostri tempi, o testimoniano il collasso delle gerarchie tradizionali fra l’umano e il non umano, e coloro che invece rispondono reinventando la spiritualità, ritornando all’archè della civiltà.

Negli ultimi anni molti artisti hanno incluso la pratica del riciclo all’interno della loro produzione e del loro metodo, così da poter aumentare la consapevolezza del pubblico circa l’invasione di rifiuti che affligge la Terra. Crede che ci sia stato un effetto tangibile sulla società?
L’arte non è attivismo. Non ricopre lo stesso ruolo, non si sostituisce al concetto di cittadinanza più o meno attiva. L’arte ci porta a un altro livello di comprensione e osservazione della realtà, e, anche se non ha successo sulle masse, è comunque un qualcosa di profondo. Solleva anche nuove questioni che giornalisti e politici, di norma, non affronterebbero.

La Biennale ha legami molto stretti con la città, poiché alcune delle sedi sono il Pera Museum e l’isola di Büyükada. Sta anche considerando l’opportunità di collaborazioni con altre istituzioni culturali, turche o straniere, per un cambio di prospettiva e di know-how?
Stiamo collaborando con organizzazioni non governative impegnate sulle tematiche ambientali, e inoltre la Biennale avrà un seguito a Montpellier Contemporain, l’istituzione che dirigo.

In passato lei ha diretto il Palais de Tokyo e adesso appunto è a Montpellier. Quali differenze riscontra fra la scena artistica francese e quella turca?
C’è già molta differenza all’interno della scena francese, e sono stato fortunato ad aver scoperto un’altra di queste micro-aree a Montepellier. Quindi, tra Francia e Turchia, certamente Istanbul ha una sua storia particolare: se guardiamo all’arte strettamente contemporanea, stiamo condividendo molti aspetti.

Ritiene che l’attuale situazione politica interna alla Turchia abbia in qualche modo influenzato anche la scena culturale?
Da quanto ho percepito, l’elezione di un sindaco liberale lo scorso giugno sta cambiando le cose in città. Ma Istanbul ha una sua personalità talmente forte, che emergerà comunque vadano le cose.

Scorrendo la lista degli artisti invitati, si nota il nome di Luigi Serafini. Cosa l’ha spinta a includere un artista che può essere ancora visto come un “outsider”?
Fra gli “outsider” si può trovare anche il brasiliano Glauco Rodrigues al Pera Museum o l’americano Norman Daly, le cui opere non vengono esposte dal 1974, dai tempi di Prospect a Colonia. Tutti gli artisti sono, ai miei occhi, i selvaggi della loro stessa civiltà. La singolarità è diventata uno strumento di resistenza, e vorrei che i visitatori della Biennale guardassero a ognuna delle opere come se provenissero da una civiltà sconosciuta, inclusa la nostra.

Lei è anche saggista. Può anticiparci qualcosa del suo prossimo lavoro?
Ho appena cominciato un libro sull’impatto dell’antropocene sull’arte contemporanea, cercando di riassumere il mio lavoro di curatore a partire da La grande accelerazione, nel 2014 a Taipei, che fu la mia prima mostra sull’argomento. La questione è: come l’antropocene ha modificato la maniera in cui gli artisti guardano e rappresentano la realtà?