In Evidenza

Una biologa etnea nella Turchia più laica

lunedì 29 aprile 2019 Servizio ripreso da Maria Ausilia Boemi/La Sicilia Foto: La Sicilia

CATANIA - Una biologa etnea sulle rive turche dell’Egeo, passando per Perugia: Daniela Giannetto, 37enne di Castiglione di Sicilia, paesino-presepe sulle pendici dell’Etna, dal 2013 vive con il marito turco Oðuzhan (ingegnere della pesca) a Muðla, città universitaria turca nel cui ateneo oggi è professoressa associata.
«Mi sono laureata in Scienze biologiche a Catania nel 2006 - racconta -, poi sono andata a Roma per un master di un anno in Conservazione della natura alla Sapienza; nel 2008 sono tornata a Catania per un secondo master in certificazioni ambientali, in contemporanea al servizio civile al Parco. Sono quindi andata a Perugia per 4 anni per il dottorato in Biologia ed ecologia, occupandomi in particolare di pesci di acqua dolce». Un dottorato vinto senza alcun appoggio: «Eravamo 7 concorrenti per 6 posti e mi sono chiesta: “Io che ci faccio qui?”. Però mi hanno presa. In effetti, sono stata fortunata perché ho lavorato con una delle mosche bianche dell’università italiana, docente molto valido, conosciutissimo anche all'estero, che ha trattato me e le altre mie colleghe come figlie». Durante il dottorato, in un congresso in Turchia Daniela Giannetto prende contatti con l’università di Muðla, «dove ho anche trascorso 4 mesi con l’Erasmus».
Nel 2012 Daniela Giannetto consegue il dottorato e resta un altro anno all'università di Perugia, ma nel 2013 decide di «provare all'estero perché in Italia non ci sono molte possibilità di fare ricerca. Ho fatto domanda al Tübitak (il Cnr turco) per una borsa di post doc, l’ho vinta e quindi sono venuta a Muðla, sulla costa dell’Egeo». Una piccola città universitaria (dei 100mila abitanti ben 44mila sono studenti dell’ateneo sorto nel 1992) «in una zona molto bella e turistica». Dopo il post doc, «ho presentato una domanda per ricercatrice straniera: il governo turco, infatti, per incrementare la qualità dell’istruzione universitaria dà la possibilità a ogni ateneo di assumere docenti stranieri entro il limite del 2% dell’organico. Così dal 2014 ho avuto prima il contratto da ricercatrice, poi dall'anno scorso sono diventata professore associato». E all'attività di ricerca nell'idrobiologia, ha affiancato da subito quella di coordinatrice dell’Erasmus nel proprio dipartimento, incarico per il quale ha stretto accordi con vari atenei europei fra cui Catania e Perugia.
Quella dove vive la prof. Giannetto è una zona della Turchia molto europea, un altro pezzo di Magna Grecia come la Sicilia, dove la giovane docente etnea si trova molto bene: «Al di là del fatto che mio marito è un turco che parla siciliano, che quando posso vado in Italia 2-3 volte l’anno, a Muðla si sta bene. Certo, la Sicilia e l’Italia mi mancano, però vedo la tv italiana, ho la Panda ultimo modello, bevo il cappuccino fatto dalla macchinetta De Longhi, nel frigo non manca mai il parmigiano reggiano. I turchi hanno poi un amore sconfinato per l’Italia e in particolare per la Sicilia». Certo, se nel frigo non manca il parmigiano, nessuno può portare sulla costa dell’Egeo «la granita siciliana e la vista dell’Etna dal balcone di casa» che, famiglia a parte, sono le due cose dell’Isola natia che mancano di più alla giovane accademica. Nessuna nostalgia, invece, «della mancanza di cura e di valorizzazione del patrimonio culturale nostrano. Qui in Turchia - sottolinea - e in particolare a Muðla, si valorizza invece tutto. Sarebbe ora che cominciassimo a farlo anche in Sicilia».
I turchi, in ogni caso, sono «estremamente ospitali, calorosi, accoglienti con gli stranieri (a differenza di quanto avviene ultimamente in Italia): per loro un ospite è sacro. Anche la cultura è molto simile alla nostra. Le maggiori differenze sono la religione e lo yogurt». Già, la religione. Ma Daniela Giannetto non ha mai avuto problemi: «Io di mio non sono una grande praticante e anche mio marito non lo è come musulmano. Questa parte europea della Turchia è laica in tutto e per tutto: per fare un esempio, a loro sconvolge il fatto che noi ci sposiamo in chiesa. Si chiedono: ma perché un matrimonio, che è una questione civile, deve essere consacrato in chiesa? E, nonostante negli ultimi anni ci sia stata un’islamizzazione del Paese, in realtà qui bevono e fumano tutti come turchi». In Italia abbiamo quindi un’idea un po’ deformata di questo Paese, o meglio, come sottolinea Daniela Giannetto, «esistono due Turchie: nella zona centrale dell’Anatolia effettivamente si respira un’aria più islamica, ma questa parte dell’Egeo fino a Istanbul è Europa. Qui per esempio non ci sono molte donne che usano il velo, le ragazze non lo indossano per nulla. Quando mio padre è venuto per la prima volta, era stupito: eravamo al ristorante e c’era una sola ragazza che indossava il velo, e per di più rosa». Esiste quindi una Turchia laica, europea. «Quando sono arrivata qui, avendo a che fare con la popolazione dell’Egeo, mi chiedevo perché la Turchia non entrasse in Europa. In realtà, poi, visitando altre zone mi sono resa conto che lì il gap è molto più grande, c’è un altro tipo di cultura».
Ospitali, laici, aperti, dunque: di contro, però, i turchi hanno due difetti per Daniela Giannetto: «Da una parte, usano un po’ troppo la gente, nel senso che ti cercano soltanto quando hanno bisogno di qualcosa, dopodiché spariscono. E poi, adorano i soldi, sono fissati col denaro: mia sorella dice che da quando vivo in Turchia parlo sempre di soldi».
La Turchia resta comunque un’interessante meta di espatrio: «Mi ricordo che, quando venni qui in Erasmus per la prima volta, l’allora coordinatrice dell’ateneo di Perugia mi disse: “Stai facendo la scelta giusta, se non fosse stata la Turchia ti avrei indicato mete come la Cina o l’India". Per i giovani che vogliono fare ricerca, anch'io consiglio i Paesi dell’estremo Est, tipo Cina, Giappone o India».
Tutti Paesi dove la ricerca non è cenerentola: «Sì, appunto: ci sono molte più opportunità, lì aprono nuove università mentre da noi le chiudono, subito dopo il dottorato i ragazzi ottengono il contratto da ricercatore, come avveniva da noi forse 30 anni fa nel mondo universitario». Il che sta portando all’inevitabile sorpasso: «Un ricercatore di Bari venuto qui in visita per una settimana è rimasto sconvolto dai laboratori di questa università: mi diceva che non si aspettava un livello così avanzato. Ma i turchi stanno costruendo adesso, con la tecnologia attuale, mentre i nostri laboratori sono stati costruiti tanti anni fa con l’attrezzatura disponibile all’epoca».
Finora dal 2015 gli studenti andati in Erasmus a Muðla sono solo 6 o 7, anche a causa del blocco del 2016 dopo il tentato golpe. «La Turchia allora è stata tolta dalle mete Erasmus perché considerata pericolosa. Ma io non direi mai ai ragazzi di andare al confine con la Siria, non sono mica matta: se dico che Muðla è tranquilla, vuol dire che garantisco io per loro. Ora gli scambi sono ripresi e questo semestre sono venuti due ragazzi catanesi, di cui uno ha deciso di prolungare il suo soggiorno. Per gli italiani, peraltro, questa è una meta economica, perché con la lira turca che vale pochissimo, in effetti vivi bene con pochi euro. Anche per questo è una meta da scegliere per le vacanze».
A salvare, per ora, i cervelli italiani disposti a mettersi in gioco a livello internazionale, l’alto livello degli studi in Italia: «Noi abbiamo una impostazione di studi molto più teorica e di conseguenza una conoscenza teorica insuperabile, loro invece hanno la pratica. Però noi - in particolare i siciliani - abbiamo una capacità maggiore di risolvere i problemi e un’attitudine al multitasking che ai turchi manca».
Pur nella consapevolezza di essere un cervello in fuga, se non altro perché «non so se in Italia avrei avuto le stesse opportunità», Daniela Giannetto tornerebbe subito, ma solo «in Sicilia e solamente a parità di opportunità: e questo significa che non tornerò mai. Se dovessi scegliere tra rimanere qui o andare a Milano, rimarrei qui. Tornerei soltanto per andare in Sicilia».
La Turchia attrae cervelli, l’Italia e la Sicilia no: perché? Cosa manca? «Sicuramente i fondi per la ricerca. E poi mi sembra che in Sicilia oggi prevalga la rassegnazione, non si pianifichi il futuro. La Turchia sta invece investendo nella tecnologia e nel futuro, il Tübitak, ad esempio, ogni giorno lancia una call per collaborazioni internazionali, per investire nella ricerca, offre borse di studio».
Ai giovani studenti la docente etnea non può allora che consigliare «caldamente di fare l’esperienza Erasmus, perché apre veramente ad altre culture. E di non scegliere sempre le mete tradizionali, non solo per l’Erasmus, ma in generale. Ai ragazzi italiani, poi, magari suggerisco di chiudere Instagram e Facebook e di aprire un libro. E poi viaggiare».
Tutte in ambito accademico le maggiori soddisfazioni della docente etnea, che pure si definisce un’eterna «insoddisfatta: uno dei giorni più belli della mia vita è stato però quello della mia laurea, non tanto per me, ma perché ero felicissima di avere dato una grande soddisfazione ai miei genitori che mi hanno sempre lasciata libera di fare le mie scelte. Dopodiché il mio primo stipendio e poi il giorno in cui ho pubblicato il mio primo articolo scientifico: non ci credevo e ancora ora mi emoziono a pensarci». Poi però si scioglie: «È la stessa emozione che provo quando prendo l’aereo e arrivo a Catania, sorvolo la città e vedo l’Etna. Sento una stretta allo stomaco e penso: “Non voglio più andare via”».
La lingua è stata invece la maggiore difficoltà (superata brillantemente, peraltro da autodidatta: Daniela Giannetto fa persino lezione in turco), ma soprattutto «la cosa brutta di vivere in un Paese straniero è che comunque non sono Daniela al 100%. Quando parti, lasci sempre una parte di te a casa, purtroppo». Col marito Oðuzhan parla un mix di turco, inglese e… siciliano, l’idioma italico che lui conosce meglio: «In una frase riusciamo a mettere tre lingue insieme. Inoltre, sulla Panda si ascolta solo musica italiana e inglese e lui scarica tutte le canzoni del festival di Sanremo (che io non guardo e lui sì)». Se avesse un figlio con Oðuzhan, «il piccolo parlerebbe sicuramente da subito l’italiano, il siciliano e il turco. E magari anche qualche parolina di inglese. Nostro figlio non sarebbe musulmano (se non sulla carta), conoscerebbe la cultura cattolica e magari anche quella buddista e festeggerebbe il Natale e il Ramadan».
Forse un rimpianto Daniela Giannetto, alla fine, ce l’ha: «Non essere rimasta subito dopo la laurea a Catania e non avere provato la strada del dottorato lì: magari non avrei avuto le stesse soddisfazioni, magari sarei stata ancora assegnista però… Quando sono arrabbiata o ho avuto una giornata no, dico a mio marito: “Ce ne andiamo? Apriamo un bar a Catania?”. Io sono qui, faccio un lavoro che mi piace, ho sempre avuto sin da piccola la passione per la natura e la sua conservazione, a Castiglione abbiamo tre parchi e… e io sono in Turchia. Allora mi arrabbio. Quel che è certo, è che non ho mai pensato di trasferirmi più lontano: non ce la farei, perché ho bisogno ogni tanto di prendere un respiro tornando in Sicilia».