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Non siamo i cinesi del M.O

1 gennaio 2022 Servizio ripreso da Gabriella Colarusso/la Repubblica Foto: la Repubblica/Reuters

ISTANBUL - Nella bottega di famiglia che gestisce da trent'anni, Metin ha preso a cambiare i cartellini dei prezzi ogni settimana. “Un chilo di lenticchie un anno fa costava 8 lire, oggi 20, chissà quanto costerà domani”, dice toccandosi la testa come a cercare la soluzione a un rebus complicato.
Metin vive a Kasimpasa, un quartiere popolare nella parte europea di Istanbul. Anche il presidente Recep Tayyip Erdogan è cresciuto qui, studiando il Corano e giocando a calcio. Da due decenni questa è una roccaforte elettorale dell’Akp, il partito di Governo in Turchia, ma la crisi economica innescata dalle politiche monetarie imposte dal presidente sta scavando nelle convinzioni della sua base conservatrice. “I ricchi arabi vengono qui dal Golfo, comprano a basso costo e vanno via. In cento anni non siamo riusciti a entrare nell’Unione europea, in compenso siamo diventati i cinesi del Medio Oriente”, sbuffa Emre, che ha 35 anni e gestisce una sala da tè poco distate dalla moschea. “Ho sempre sostenuto il governo, e qui sono in molti ancora a farlo, ma alle prossime elezioni non lo voterò”.  
Lo spettro che angoscia lavoratori e famiglie turche si chiama inflazione, che a dicembre è arrivata al 21% secondo i dati ufficiali; tra il 30% e il 40% nelle stime di diversi economisti indipendenti. Solo i prezzi del cibo sono aumentati del 26% rispetto a un mese fa. Affitti, trasporti, medicine, tutto costa di più. È uno degli effetti collaterali della cosiddetta Erdoganomics, l’esperimento economico su cui il presidente si sta giocando il suo futuro politico. Invece di alzare i tassi per contenere l’inflazione, come si preparano a fare le banche centrali di mezzo mondo, Erdogan ha imposto all’Istituto turco ripetuti tagli perché tassi bassi significano denaro in prestito a basso costo e – nella sua visione – “più investimenti, occupazione, produzione, esportazione e crescita”. “È un'idea che incrocia la finanza islamica, contraria ai tassi di interesse, e una sorta di anti-imperialismo che vuole l’Occidente responsabile del mancato sviluppo dei Paesi musulmani”, osserva Atilla Yesilada, economista del Global Source Partners di Istanbul.
Dopo aver cambiato la Costituzione turca in senso presidenzialista nel 2018, il Presidente ora guarda al 2023, l’anniversario dei 100 anni della Repubblica. Vuole arrivarci con un nuovo paradigma economico per “la liberazione nazionale”, promette. Il modello è la Cina: trasformare la Turchia da Paese importatore a Paese esportatore, una fabbrica del mondo costruita sulla moneta debole, gli investimenti esteri, il denaro a basso costo. E la competitività dei salari, perché se il denaro costa poco anche il lavoro costa poco. "Ma la Turchia non è la Cina”, ribatte Yesilada, “ha bisogno di prendere denaro in prestito dall’estero per sostenere il suo sviluppo, quindi di credibilità e stabilità finanziaria, e ha una produttività stagnante. Gli investimenti di qualità, poi, arrivano se c’è una magistratura indipendente in grado di tutelare la proprietà, tassi che consentano di ripagare gli investimenti, non se paghi poco gli operai”.   
Da Kasimpasa per arrivare a Sancaktepe, sulla sponda asiatica, ci vuole più di un’ora. Bisogna attraversare il Bosforo, la ribelle Kadikoy, spesso teatro di proteste anti-governative, e gli imponenti cantieri del nuovo centro finanziario ad Atasehir, la “Wall Street islamica” che nelle intenzioni di Erdogan dovrebbe fare di Istanbul la capitale finanziaria del mondo musulmano. 
Anche nei sobborghi di Sancaktepe l’Akp ha vinto alle ultime elezioni. Ercan Ozen e suo fratello gestiscono una delle tante fabbriche tessili che hanno reso forte il Made in Turkey: 60 dipendenti, commesse per una grossa società esportatrice. Gli affari dovrebbero andare bene con l’Erdoganomics, eppure l’imprenditore è preoccupato: “Abbiamo avuto un buon fatturato quest’anno, ma i costi dei materiali di produzione sono in crescita e con la svalutazione della lira i contratti sottoscritti nei mesi scorsi valgono meno”. 
Alla catena di montaggio ci sono molte giovani come Tuba, che ha 21 anni e guadagna 2.500 lire al mese (circa 170 euro al cambio attuale). Ci scherza su: “In casa siamo in sei con tre stipendi tutti bassi, ma io il mio lo spendo per me!". Il salario di Emre, invece, 25 anni, è di 3mila lire (circa 210 euro), ma lui ha moglie e figlio a cui pensare. “Ho sempre votato l’Akp, ma c’è bisogno di un ricambio”, dice. 
Nell’ultimo anno la lira turca ha perso il 55% del suo valore, trascinandosi dietro il potere di acquisto di operai e classe media, in un Paese in cui nonostante i buoni tassi di crescita - +7% nel terzo trimestre - il 22% della forza lavoro è disoccupata o sotto-occupata. “Il governo ha promesso di raddoppiare il salario minimo da gennaio (da 2.850 lire turche a 4.500, ndr), ma sarà un sollievo per poco se i prezzi continuano a crescere”, conferma Sevval Sener, giovane ricercatrice del Deep Poverty Network. 
A Sarigazi, altro sobborgo di Sancaktepe, all’ora di pranzo c’è la fila davanti al chiosco che vende il pane a prezzi calmierati: 1,3 lire invece delle 3 lire del negozio. “In due ore sono stati venduti 2mila pezzi”, ci racconta Ozgen Nama, vicepresidente di Halk Ekmek, l’associazione del Comune di Istanbul che gestisce il servizio. È un’iniziativa del sindaco Ekrem Imamoglu − uno dei volti più noti del Chp, il partito repubblicano, e probabile sfidante di Erdogan alle prossime presidenziali − per aiutare chi è in difficoltà. In fila ci sono soprattutto pensionati, ma incontriamo anche Doan, 25 anni, ingegnere in cerca di lavoro: “Prospettive? Per la mia generazione non ne vedo, se non andarsene”. 
Due settimane fa la Confindustria turca, Tusiad, ha deciso di farsi sentire chiedendo al presidente di tornare alla “scienza economica”. La svalutazione della lira ha colpito anche uno dei pilastri dell’economia turca, il settore delle costruzioni − che vale il 6% del Pil − perché è cresciuto il costo dei materiali di importazione: cemento, sabbia, acciaio.
I sondaggi registrano l’impatto delle scelte del presidente. L’ultima rilevazione dell'istituto di ricerca indipendente MetroPoll dice che il sostegno al suo operato è sceso dal 45% al 39% nell’ultimo anno. Il consenso per l’Akp è passato dal 42% al 30%. “C’è solo una ragione di questo declino ed è l’economia”, sintetizza il direttore dell’Istituto, Ozer Sancar.
Questo spiega anche perché i dati sulle finanze pubbliche o sugli interventi della banca centrale sono diventati terreno di battaglia politica, e di censura. Tre giorni fa l’autorità di regolazione sulle banche turche ha presentato denunce penali contro giornalisti, economisti e politici di opposizione per i commenti negativi sul cambio lira-dollaro: avrebbero danneggiato “la reputazione” della Banca centrale. Erdogan tira dritto.