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Libia, battaglia economica...

22 aprile 2021 Servizio ripreso da Alessandro Scipione&Mauro Indelicato/Indideover Foto: Gli Stati generali

ROMA - La Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan ha messo le mani sulla Libia, scalzando un’Italia ormai fuori dei giochi e vittima della vendetta del sultano sulla sua ex Quarta sponda. E’ questa l’analisi della stragrande maggioranza dei commentatori italiani sulla crisi libica, in particolare dopo che il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha definito il leader turco un “dittatore con cui bisogna collaborare” pochi giorni dopo la sua visita a Tripoli, scatenando le ire di Ankara che avrebbe convocato in gran fretta il governo unitario libico per firmare contratti milionari a scapito delle aziende tricolori. Ma è davvero così?

Il vertice turco-libico

Lo scorso 12 aprile, il premier del governo di unità nazionale della Libia, Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh, si è effettivamente recato in Turchia a capo di una folta delegazione governativa di alto livello, con ben 14 ministri, il capo di Stato maggiore, generale Muhammad al Haddad, i vertici delle principali aziende statali come la Compagnia elettrica nazionale libica (Gecol). Non si tratta però, come alcuni osservatori hanno scritto, di una “ripicca” di Erdogan alle parole di Draghi: organizzare un vertice intergovernativo di questo livello in tre giorni è semplicemente impossibile.
Occorrono settimane, se non mesi di preparativi. Il terreno era già stato preparato dal precedente governo di accordo nazionale (Gna) del premier Fayez al Sarraj: il nuovo capo dell’esecutivo libico Dbeibeh si è limitato a “raccogliere” i frutti del lavoro svolto da altri. Molto si è parlato dai fantasmagorici contratti che sarebbero stati firmati ad Ankara. Si tratta, in realtà, di dieci Memorandum d’intesa, cioè lettere d’intenti che non stabiliscono vincoli, ma indicano piuttosto una linea comune d’azione prestabilita. Il loro valore legale, in altre parole, è pari a zero. Come sottolinea l’Agenzia Nova, quello di Dabaiba è un “esecutivo di scopo” in carica solo fino alle lezioni previste il 24 dicembre. E secondo la road map delineata dall’Onu, durante questa fase l’autorità esecutiva non può stringere accordi “che danneggiano la stabilità delle relazioni estere dello Stato libico o impongono ad esso obblighi a lungo termine”. Per dirla in modo chiaro: il nuovo governo libico ha le mani legate, poco tempo a disposizione un margine di manovra assai ridotto.

Accordi? No, semplici intese

E’ forse questo il motivo principale per cui ad Ankara non sono stati firmati contratti vincolanti, ma semplici protocolli. I primi cinque sono “MoU standard” su temi vaghi come:
la cooperazione nel campo della lotta alla migrazione irregolare e alla tratta di esseri umani;
l’aumento del volume degli scambi bilaterali a 5 miliardi di dollari all’anno;
l’organizzazione di un programma di formazione per diplomatici libici;
il lavoro congiunto nella lotta contro il coronavirus;
la cooperazione nelle questioni di sicurezza globale, regionale e nazionale.
Altri cinque documenti riguardano invece progetti più specifici, ma ancora allo stadio embrionale come:
un protocollo per realizzare tre centrali elettriche;
un memorandum per la creazione di un nuovo terminal passeggeri all’aeroporto internazionale di Tripoli;
un protocollo d’intesa per la realizzazione di un nuovo centro commerciale a Tripoli;
un memorandum d’intesa tra il governo della Repubblica di Turchia e il governo di unità nazionale dello Stato di Libia sulla cooperazione strategica nel campo dei media.
É interessante notare che la principale azienda coinvolta è la Ronesans Holding dell’imprenditore turco con sede a San Pietroburgo, in Russia. E infatti subito dopo la visita ad Ankara, Dabaiba si reca a Mosca spostandosi con una delegazione più “light” (con due soli ministri). Questi accordi non escludono l’Italia, ma anzi potrebbero offrire interessanti opportunità di collaborazione. Chi realizzerà le turbine delle nuove centrali elettriche (se mai verranno realizzate)? Probabilmente un’azienda dell’Italia. Chi estrarrà il gas per alimentare i nuovi impianti? Quasi sicuramente l’Eni. E chi sta ricostruendo sul terreno lo scalo aereo internazionale di Tripoli? Un consorzio italiano chiamato Aeneas. Chi sta aiutando i libici a riaprire il loro spazio aereo dopo anni di chiusure? L’italiana Enav. Chi realizzerà l’autostrada costiera libica che costeggia la Via Balbia? L’italiana We Build. Tutti questi argomenti saranno, peraltro, al centro dei colloqui dell’imminente visita a Roma della ministra degli Affari esteri della Libia, Najla al Manghush.

L’Italia non può scomparire dalla Libia

Che Roma in questi anni abbia fatto sbagli clamorosi nella gestione del dossier libico è fuori discussione. La vicenda relativa ai due pescherecci di Mazara del Vallo sequestrati e trattenuti a Bengasi per tre mesi sul finire del 2020 ha rappresentato l’emblema del fallimento della politica italiana in Libia. Tuttavia i rapporti tra i due Paesi vanno ben oltre i destini dei governi in questione e dei relativi errori. Le due sponde del Mediterraneo sono legate da interessi reciproci, dossier comuni da seguire e soprattutto da rapporti storici e culturali radicati profondamente nel passato. Impossibile dunque pensare che una seppur spregiudicata politica estera turca possa fungere da definitiva spallata all’Italia in Libia.
Il nostro Paese può contare su diverse carte da giocare. A partire dalla conoscenza del territorio e dal know-how sviluppato in tanti decenni. I libici, quando si tratta di ricostruzione e avvio di nuove attività, hanno gli italiani come riferimento. Una questione legata anche al soft power di Roma a Tripoli: l’italiano è insegnato nelle scuole secondarie, molti libici aspirano a studiare nella penisola, sotto il profilo culturale il nostro Paese è rimasto ancora oggi un vitale punto di riferimento. Per Roma gli assi nella manica sono molti, Ankara invece ha già scagliato dal suo arco tutte le frecce, raccogliendo ad oggi molto poco.

Le difficoltà della Turchia nel suo “nuovo” ruolo

C’è poi un’altra questione da considerare. Ed ha a che fare con la capacità di Ankara nel suo “nuovo” ruolo. Come dichiarato su InsideOver nei giorni scorsi dal docente Vittorio Emanuele Parsi, la Turchia è passata dall’essere un attore “cuscinetto” tra oriente ed occidente a una potenza regionale ma “è difficile prevedere per quanto tempo potrà durare in questo nuovo ruolo”. La politica estera del presidente Erdogan ha proiettato Ankara in diversi dossier: dalla Siria al Mediterraneo orientale, passando proprio per la Libia. Sono quindi molti i fronti aperti, forse troppi per un Paese che, in primo luogo, non ha esperienza nella gestione simultanea di più crisi.
In secondo luogo, la Turchia non sta vivendo una felice stagione economica. Tanto è vero che le più grandi città del Paese hanno già voltato le spalle al presidente, scegliendo sindaci dell’opposizione. Per il governo è quindi ancora più difficile sostenere le avventure in politica estera con un fronte interno in continua mutazione e con un’economia resa più debole anche dalla crisi legata al Covid. In poche parole, è indubbio che Ankara ha leso in parte gli interessi dell’Italia in Libia e nel Mediterraneo ed è diventata attrice importante in grado di avere molta influenza nella regione. È però altrettanto vero che la Turchia al momento non può essere considerata come una potenza invincibile capace in pochi mesi di scalzare per sempre l’Italia dalla Libia.