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Trema tutta l'EUROZONA

domenica 20 settembre 2020 Servizio ripreso da Mauro Bottarelli/Business Ins Foto: Businessinsider

ROMA - La notizia è arrivata alla chetichella, quando le Borse europee cominciavano a scontare cali oltre il punto percentuale. La chiusura mista di Wall Street e quelle negative delle piazze asiatiche, però, parevano giustificare il tutto: i mercati hanno reagito con delusione alle mosse della Fed, forse sperando in un aumento del volume di acquisti del Qe e non solo in un prolungamento di tre anni dell’attuale tasso di interesse.
Nelle intenzioni della Bce e del suo Consiglio direttivo, però, c’era altro a giustificare l’ultima mossa emergenziale in fatto di supervisione bancaria: l’esclusione temporanea per gli istituti sistemici dell’Eurozona dell’esposizione verso la Banca Centrale dalla loro ratio di leverage. Ovvero, non rientraranno in quel misuratore gli assets come monete, banconote e gli stessi depositi detenuti presso l’Istituto centrale. Una mossa meramente tecnica, ma decisamente politica e sostanziale per i bilanci per le cosiddette G-SIBs (Globally Sistemically Important Banks) europee e le sussidiarie di banche estere operanti nell’Eurozona. E a far riflettere è il fatto che, nonostante il basso profilo scelto per comunicare la decisione, l’Eurotower non abbia fatto nulla per nascondere il carattere emergenziale e di eccezionalità dell’ennesima deroga concessa: “Circostanze eccezionali legate alla crisi da coronavirus”.
Perché allora la deroga appena comunicata resterà in vigore fino a 27 giugno 2021? Pare un déjà vu della promessa della Fed di intervenire solo per due settimane al fine di riequilibrare il mercato repo nel settembre 2019, salvo poi istituzionalizzare le aste fino alla scorsa primavera inoltrata. Il Covid è ormai la coperta di Linus. Buona per giustificare tutto e il contrario di tutto, visto che l’escalation di nuovi contagi e il rischio di altri lockdown sono fenomeni noti da settimane. Anche perché lo scorso 10 settembre, al termine del board della Bce, Christine Lagarde non ha fatto minimamente cenno alla nuova criticità cui si è appena dato risposta. E il perché è tanto semplice quanto preoccupante. Il giorno seguente alla riunione del Consiglio dell’Eurotower e a Borsa chiusa, Moody’s ha infatti comunicato il downgrade del rating della Turchia, una mossa non programmata.
Di fatto, quello che in molti hanno letto come un attacco a freddo. E la sciabolata è stata di quelle impietose, sia a livello formale che sostanziale. L’agenzia di rating ha infatti abbassato la valutazione creditizia di Ankara al livello mai raggiunto di B2, cinque gradini sotto lo status di junk e pari a Egitto e Ruanda. Ma non basta, perché oltre all’outlook negativo, Moody’s ha messo il carico da novanta con la motivazione della sua decisione di intervento: “Possibile crisi strutturale nella bilancia dei pagamenti“. Quindi, qualcosa di più della solita e ciclica crisi valutaria estiva, dovuta a un’esposizione monstre al debito estero, all’inflazione galoppante e alla conseguente, suicida politica imposta dal governo alla Banca Centrale, capace di bruciare riserve con velocità allarmante, tanto da essere oggi al minimo da 15 anni. Stavolta il rischio viene visto come sistemico e strutturale.
Un paio di grafici mostrano la reazione del cambio lira/dollaro alla ripresa delle contrattazioni dopo il downgrade: le vendite di massa da parte di investitori stranieri di titoli bancari turchi hanno portato a uno sconto record degli stessi a livello di valutazione rispetto al comparto industriale. Mai, nemmeno durante la crisi del debito europeo del 2011-2012 o a ridosso dello shock valutario del 2019 – quando solo il prestito miliardario della Cina evitò il peggio, a fronte di riserve gonfiate con gli swaps ma in realtà ormai azzerate – si era arrivati a un livello tale. Certo, la legge del mercato ricorda sempre due mantra: quando scorre il sangue è ora di comprare e, soprattutto, acquistare sempre sui minimi. Di fatto, quei titoli potrebbero diventare a breve appetibili e conoscere un rimbalzo record, trainando il comparto.
Nel frattempo, però, qualcuno potrebbe farsi male. E l’identità del suddetto ci è rivelata da altri grafici il primo dei quali mostra il livello di esposizione dei vari sistemi bancari europei alla Turchia, mentre il secondo dipinge a tinte fosche l’andamento del titolo della spagnola Bbva il 16 settembre scorso, una discesa ai minimi dal 1995 dovuta al controllo al 50% della terza banca turca, Garanti. “Sono quelle tipiche decisioni politiche ben mascherate da interventi tecnici“, si lascia sfuggire con Business Insider Italia una fonte bancaria con esperienza trentennale. Insomma, la Bce – anche alla luce delle inversioni di tendenza dei titoli del comparto bancario sull’indice Ibex di Madrid dalla tarda mattinata – è stata costretta a intervenire emergenzialmente a difesa di un sistema il cui salvataggio è già costato all’Europa una crisi strutturale e 50 miliardi di euro circa. All’epoca fu la bolla immobiliare dell’era Zapatero a esplodere nei bilanci, dopo che il detonatore di Lehman Brothers aveva innescato la miccia, oggi l’esposizione alla Turchia messa pesantemente sul banco degli imputati da Moody’s.
Non a caso, proprio la postura da pugile con la guardia abbassata degli investitori ha costretto l’Eurotower a ignorare le forme ed entrare in campo con un tackle scivolato di quelli decisi, ancorché dissimulato e reso meno grezzo dall’apprezzabile quanto forzato tempismo.  Insomma, mentre la Commissione Ue tratteggia magnifiche sorti e progressive per l’Eurozona attraverso il Recovery Fund e le sue linee guida tutte improntate ai grandi traguardi di riforma, la Banca Centrale è dovuta scendere di nuovo in campo per tamponare vecchie falle mai realmente riparate. Resta un forte dubbio, duplice. Primo, capire quanto la mossa abbia rassicurato davvero i mercati e messo al riparo, almeno nel breve termine, le banche spagnole più esposte. Secondo, se disgraziatamente la situazione turca peggiorasse, sia economicamente che a livello geopolitico e questo vanificasse l’operazione di quarantena dal contagio messa in atto da Francoforte, quale sarebbe il grado di resilienza del sistema bancario europeo a una nuova crisi sistemica che si irradi dalla Spagna (travolgendo in tempo zero il sovra-esposto e finanziariamente interconnesso Portogallo)?
E le banche italiane, già scosse dai timori relativi alla regolamentazione europea sulle sofferenze – definita “una bomba nei bilanci” da più parti – e terze nel Continente per esposizione al rischio creditizio di Ankara, come reagirebbero a nuove tensioni cross-border sugli attivi? Una cosa è certa: stante il livello tutt’altro che euforico di trasmissione del credito all’economia reale registrato nell’Eurozona al netto dell’intervento monstre della Bce – fra acquisti diretti e aste di rifinanziamento a lungo termine -, una crisi bancaria anche di entità inferiore a quella del biennio 2010-2012 potrebbe potenzialmente strozzare nella culla ogni vagito di ripresa legato ai piani della Commissione. A quel punto, si navigherebbe davvero a vista.