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Il rischio di uscire...

mercoledì 26 giugno 2020 Servizio ripreso da Vittorio Da Rold/Business Ins. Foto: Business Insider

ISTANBUL - L’economia turca in forte frenata del 5% nel 2020 secondo le ultimissime stime dell’Outlook del FMI a causa del Covid 19 potrebbe ricevere un’ulteriore tegola sulla testa che potrebbe farla uscire pericolosamente fuoristrada.
I motivi di preoccupazione all’orizzonte non mancano. La società di analisi internazionale MSCI ha reso noto di essere pronta a togliere la Turchia e l’Argentina dallo status di mercati emergenti dell’omonimo indice. In pratica uno dei più seguiti punti di riferimento al mondo per gli investitori internazionali ha estratto un “cartellino giallo” e avvertito la Turchia che potrebbe presto essere rimossa dall’indice MSCI Emerging Markets nel caso dovesse diventare sempre più difficili per i risparmiatori stranieri accedere al mercato azionario.
Più in dettaglio l’MSCI ha annunciato che sta valutando l’opportunità di avviare una riclassificazione per l’indice MSCI Turchia riducendolo o degradandolo allo status di “mercati di frontiera” o di “mercati autonomi” “se il livello di accessibilità già deteriorato del mercato azionario turco dovesse peggiorare ulteriormente”. Il gruppo ha affermato che il livello di accessibilità del mercato azionario turco è stato “influenzato negativamente” dall‘introduzione di divieti di vendita allo scoperto e di prestito di titoli, decisioni varate nell’ottobre 2019 e nel febbraio 2020 per difendere la lira che si svalutava senza freni.
Un brutto colpo per Erdogan alle prese con una strisciante fuga di capitali. Secondo l’analista Aykan Erdemir “la settimana scorsa gli investitori stranieri hanno venduto altri 720 milioni di dollari di bond turchi, portando lo stock a meno di 7 miliardi di dollari. Un calo notevole dagli alti picchi raggiunti a oltre 30 miliardi di dollari nell’era del ministro Babacan”, apprezzato dai mercati ma cacciato da Erdogan per sostituirlo nel governo con il fidato ma inesperto genero, Berat Albayrak. “I livelli di stock in mano a investitori stranieri – scrive Aykan Erdemir – ora fanno sembrare la Turchia più simile a un mercato di frontiera, piuttosto che a un tradizionale mercato emergente”. In effetti come si evince dal grafico la Turchia pesa sempre meno nell’indice MSCI, oggi circa l’1% del totale.
Ankara ha creato un clima di diffidenza se non di vera e propria ostilità verso gli investitori internazionali accusati di speculazione verso il Paese della Mezzaluna sul Bosforo varando una serie di misure di restrizioni ai movimenti dei capitali con lo scopo di sostenere la lira. Le difficoltà di vendere i titoli ha però frenato gli investitori che hanno temuto di restare con il cerino in mano in caso di difficoltà. Una scelta penalizzante per il Tesoro turco che quest’anno dovrà rivolgersi, come quasi tutti gli altri Paesi colpiti dal Covid, ai mercati per piazzare una nuova ed imprevista massa di titoli di debito pubblico. Il problema è che le società turche hanno operato nei mesi passati indebitandosi in euro e dollari e ora sono in difficoltà perché incassano in lire svalutate mentre le riserve della banca centrale in valuta si sono assottigliate pericolosamente.
Il paese – dice un analista di una primaria banca Occidentale – non è messo bene sui fondamentali, ma ha degli amici molto ricchi (il Qatar che di recente ha alzato la linea di credito swap i valuta da 5 a 15 miliardi di dollari) pronti ad aiutare in caso di necessità”.
Basterà? Sono in molti a dubitare.
Inoltre l’inflazione è ripartita nonostante gli sforzi della banca centrale (frenata dalle interferenze di Erdogan che chiede tassi sempre più bassi) e questo non è certo un buon segnale per la tenuta della lira sempre sotto osservazione speciale visto che vale 6,80 contro dollaro. Il rischio è quello di una calda estate per la lira turca ancora in trincea in un momento dove tutti i Paesi cercheranno maxi liquidità sui mercati.