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La diga di Ilisu è pronta

domenica 1 settembre 2019 Servizio ripreso da Manlio Lilli/Il Fatto quotidia Foto: Il Fatto quotidiano

ISTANBUL - “Non dovrebbero farlo… Perderemo tutto. Resteremo senza casa. Riceviamo un piccolo compenso, ma è difficile”, la testimonianza di una delle persone delle quali nessuno si occupa.
“Questa è storia. La nostra cultura è molto ricca. Nell’Occidente e in Europa danno valore alla tutela della storia, ma qui siamo seduti proprio nel mezzo di un tesoro mondiale. Io sono un sostenitore della sua conservazione. Dobbiamo avere qualcosa da mostrare ai nostri figli”. Ad affermarlo è un altro “invisibile”, che però sembra preoccupato soprattutto per il patrimonio in pericolo.
A parlare sono due delle circa 50mila persone che, a breve, rimarranno senza più casa. Il motivo? Semplice! La diga di Ilisu costruita sul fiume Tigri, in territorio turco ma non lontano da quello iracheno, a circa 40 km da Hasankeyf, è stata terminata e presto entrerà in funzione. Così sarà sommersa ogni cosa, per chilometri. Finiranno sott’acqua la città di Hasankeyf e i villaggi vicini.
Sia ben chiaro: la nuova diga porterà dei benefici. I 3.800 gigawattora di elettricità all’anno che verranno prodotti, quasi il 2% della fornitura elettrica della Turchia, non sono un’inezia. Senza contare che che la riserva di 11 miliardi di metri cubi di acqua sarà utilizzata anche per l’irrigazione dei campi. Insomma una manna per l’agricoltura. Il problema è che l’acqua non spazzerà via solo le case di tante persone. Farà molto altro. Inghiottirà i resti antichi di Hasankeyf e almeno 300 siti storici che, oltre a non poter più essere visibili, subiranno molto probabilmente grandi danni dall’operazione.
Il Governo turco ha pianificato il grandioso progetto, ma probabilmente non ha fatto i conti con le contestazioni. “Una diga che avrà una vita di 50 anni inghiottirà una storia di 12mila anni e questo è qualcosa che non siamo pronti ad accettare”. Ridvan Ayhan, uno degli attivisti contro la diga, è certo di quel che dice. Per questo continuerà a dare battaglia. Già, perchè qualcosa “sarà spostato”. Come il monastero islamico del XII secolo, il bagno turco di 800 anni fa e il mausoleo Zeynel Bey di 650 anni fa. Smontati e ricostruiti nel nuovo Hasankeyf Cultural Park.
Il problema è che operazioni di questo tipo evidentemente alterano i caratteri originari. Del monumento, innanzitutto. E poi quelli relativi al paesaggio. Ma la vera emergenza riguarda tutto quello che non potrà essere spostato. Come ad esempio le grotte nelle quali si sono rinvenuti resti del Neolitico. Oppure come molti dei siti antichi nei dintorni della città, individuati ma non indagati. Destinati ad andare persi. Quasi irrimediabilmente. Fasi di vita che dal Neolitico raggiungono il periodo assiro e poi quello ayyubida e ottomano. Un sovrapporsi di testimonianze archeologiche, in molti casi uniche. D’altra parte, perché stupirsi? Siamo nel territorio dell’antica Mesopotamia. Persone che perderanno casa e patrimonio storico-archeologico che verrà privato di sue parti costitutive.
C’è però dell’altro. E non si tratta di cosa da poco. La diga avrà un effetto devastante per l’ambiente naturale, oltre che naturalmente per un paesaggio vasto. Vale la pena andare incontro a questa rovina organizzata? Per il governo turco non ci sono dubbi. Prima l’energia e la possibilità di poter contare su una grande riserva d’acqua, poi tutto il resto. Anche se tra questo “resto” ci sono persone e parte della loro storia più antica.