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La frenata tedesca legata...

mercoledì 19 aprile 2019 Servizio ripreso da Mauro Bottarelli/Business Insi Foto: Business Insider

BERLINO - Mentre l’Italia recitava il ruolo un po’ di vittima sacrificale, un po’ di punching ball alla riunione primaverile dell‘Fmi, in Germania il giornalista economico di punta del quotidiano Die Welt, Holger Zschaepitz, srotolova un immaginario fil rouge transatlantico con il giubilato ministro Giovanni Tria e dedicava il suo podcast quotidiano alla revisione del Pil tedesco appena operata proprio dall’Istituto di Washington. Un taglio netto, -0.5% per l’anno in corso e un -0.2% per il 2020.
Un qualcosa che proietta la crescita di Berlino rispettivamente allo 0.8% per quest’anno e all’1.4% per il prossimo. Un qualcosa che non solo ha spinto Bloomberg a dedicare il suo approfondimento settimanale al “fragile futuro della Germania” ma ha portato proprio il giornalista tedesco a definire in questo modo la situazione in un tweet: “La Germania è il ragazzo problematico del mondo sviluppato, a detta dell’Fmi”.
E, ricordando la definizione che l’Economist diede della Gran Bretagna pre-Thatcher, ci vuole poco a scivolare dallo status di bimbo problematico a vecchio uomo malato d’Europa. D’altronde, il rallentamento della locomotiva economica continentale non è un qualcosa che abbia colto di sorpresa nessuno. E nemmeno a Berlino, se ne fa mistero. Anche il governo tedesco si appresta infatti a dimezzare le previsioni di crescita per il 2019, visto che a febbraio gli ordinativi delle fabbriche sono crollati del 4.2%, il ribasso più forte da due anni, mentre su base annua la flessione ha toccato l’8.4%, la più pesante in dieci anni.
Di più, su elaborazione TS Lombard, il recente rimbalzo nel dato della produzione industriale tedesca potrebbe essere di corto respiro e per nulla strutturale, visto che non solo gli ordinativi esteri sono al livello più basso dalla crisi finanziaria 2008-2009 ma le scorte di magazzino hanno conosciuto un incremento che ha portato il dato al massimo dal 2012. Un monito anche per certi trionfalismi di casa nostra rispetto agli ultimi dati dell’industria. Per questo, la stessa parola recessione non è più un tabù.
Al centro del dibattito, ovviamente, il crollo delle esportazioni dovuto al rallentamento economico globale e al freno generato dalle dispute commerciali in atto. In molti, poi, additano la Brexit – e, soprattutto, il suo epilogo no deal – come detonatore dell’ulteriore peggioramento macro, motivo che spiegherebbe l’atteggiamento da colomba di Angela Merkel verso Theresa May, di fatto un atto molto interessato economicamente e non solo di solidarietà femminile.
Il Regno Unito è il quarto Paese per destinazione di esportazioni per la Germania, dopo Stati Uniti, Cina e Francia: Berlino esporta verso Londra auto per circa il 23% del suo export, oltre a ricambi, alluminio e prodotti medici. Ma a cambiare le prospettive e aumentare le preoccupazioni, soprattutto in patria, è stato lo studio pubblicato da Bloomberg proprio mentre era in corso il simposio primaverile dell’Fmi.:
sono altri, al momento, i fronti di criticità per l’export tedesco e, quindi, per la crescita. Non gli Usa o la Cina o anche il Regno Unito, bensì il nucleo forte della Vecchia Europa: Italia e Francia, le quali comprano meno merci teutoniche. E soprattutto, la Turchia, Paese che in questo momento vive nel gorgo della più totale insicurezza politica e, di fatto, in recessione economica già ufficiale.
La conferma è arrivata dalle mosse disperate poste in essere dal Governo di Ankara subito dopo il turno elettorale amministrativo che ha visto il partito di Recep Erdogan perdere la capitale e Istanbul dopo 25 anni di dominio ininterrotto e nel pieno di una tensione finanziaria che ha schiantato la Lira turca, nonostante le mosse suicide delle autorità di vigilanza per cercare di bloccare le scommesse ribassiste della speculazione. Il ministro delle Finanze turco, Berat Albayrak, infatti è arrivato a Washington con un giorno d’anticipo rispetto all’appuntamento con le Spring sessions dell’Fmi e lo ha fatto per un road show con investitori internazionali, organizzato da JP Morgan. Stranamente, la stessa banca d’affari che alla vigilia del voto locale, aveva invitato i suoi clienti ad andare short sulla lira turca. Esito dell’incontro? Pressoché un fallimento. Accompagnato dal governatore della Banca centrale, Murat Cetinkaya, il ministro ha incontrato circa 400 investitori in una grande sala di un albergo della capitale Usa ma la sua illustrazione del piano di riforme post-elettorale per far ripartire l’economia ha tutt’altro che scaldato i cuori degli uditori.
Uno dei quali, coperto dall’anonimato, ha così sintetizzato la situazione con l’agenzia Reuters: “Non penso che abbia convinto nessuno, non è andata affatto bene. Se non ci fossero state la Bce e la Fed a togliere le castagne dal fuoco ai mercati emergenti, mitigandone i rischi con atteggiamenti più da colomba, io oggi sarei già venditore netto di assets turchi”.
Non un bel viatico per il futuro prossimo del Paese che sta pesando così tanto sulle sorti dell’export e, quindi, del Pil tedesco. A sua volta, strettamente connesso con quello dell’eurozona e con quello italiano, basti vedere il record assoluto di interscambio diretto fra i due Paesi raggiunto nel 2018 (128.4 miliardi di euro, +5.4% rispetto al 2017).
E nonostante l’eco della reazione dei mercati non sia terminato sui giornali, visto che la magnitudo non è stata pari agli scossoni pre-elettorali, questo non significa che non ci sia stata: l’11 marzo, a roadshow terminato, la Lira turca è calata dell’1.4% nel cross sul dollaro, l’indice benchmark della Borsa dell’1% e il bond decennale ha visto il proprio rendimento tornare in direzione 18%.
Con un’inflazione al 19.7% e il tasso di disoccupazione al 13%, non c’è di che stare allegri. Tanto più che finora gli sforzi emergenziali di Ankara si sono limitati alla difesa inefficace della propria valuta ma hanno lasciato scoperto il nervo del sistema bancario, il vero tallone d’Achille su cui punta lo scetticismo generale degli investitori.
Non a caso, in un mare di promesse generiche, l’unico punto su cui il ministro turco ha offerto qualche dettaglio agli investitori riuniti è stato appunto il programma di sostegno agli istituti di credito appena varato, un viatico per cercare di portare fuori dalla recessione il prima possibile la più grande economia del Medio Oriente. Anche in questo caso, missione fallita. Nonostante si stia parlando del piano più radicale di intervento nel settore da 18 anni a questa parte, sono i termini specifici a non convincere. E, anzi, a operare da proxy per preoccupazioni ancora maggiori. E strutturali.
Il Governo di Ankara punta infatti a iniettare capitale fresco nelle banche a controllo statale e, contemporaneamente, a gestire e sovrintendere due fondi dentro i quali verranno convogliati parte delle sofferenze e degli incagli del sistema: di fatto, due bad banks governative. A tal fine, l’esecutivo darà via libera all‘emissione di bond per un controvalore di 28 miliardi di lire (circa 4.9 miliardi di dollari) e li collocherà presso banche pubbliche. Una mossa che in molti osservatori ha resuscitato l’eco del salvataggio da 77 miliardi di dollari del 2001, 22 dei quali andarono appunto a banche statali e che, soprattutto, rappresenta il secondo intervento diretto – e con carattere d’emergenza verso il settore – dopo quello dell’ottobre 2018, quando la prima ondata di crisi valutaria mise in ginocchio molti istituti.
Il Governo ha ascoltato il pianto di dolore delle banche ma, ancora una volta, non ha capito che il cuore del problema sta nella crisi di bilancio del comparto“, sentenzia Refet Gurkaynak, professore di economia presso la Bilkent University di Ankara. E i numeri, in tal senso, parlano chiaro. Alcune delle principali aziende turche hanno letteralmente sommerso le banche con richieste di ristrutturazione dei debiti dopo che il crollo del valore della Lira ha fatto salire il carico di servizio dei prestiti denominati in dollari ed euro. Stando a dati della fine di gennaio, il settore corporate turco siede su 313 miliardi di dollari di liabilities in valuta estera, una cifra pari a quasi il 40% del Pil nazionale. E anche al netto degli assets in moneta straniera, il buco è ancora enorme: qualcosa come 195 miliardi di dollari, stando a dati della Banca centrale di Ankara. Per Hakan Ozyildiz, ex sottosegretario al Tesoro turco, “questo piano non farà altro che incrementare il carico debitorio delle casse pubbliche. Nel 2001, lo stesso tipo di bonds furono emessi per coprire le perdite statali. Questa volta, invece, sono stati emessi perché i prestiti che sono stati concessi ad aziende private sono diventati insolvibili. Questo rappresenta una grossa differenza”. Non a caso, con l’industria che chiede di essere salvata attraverso l’erogazione di credito a basso costo, i consumatori strozzati da scadenze e carte di credito e alla ricerca di tassi sui mutui al di sotto delle richieste di mercato, nei primi due mesi di quest’anno le banche pubbliche turche hanno registrato un calo dei profitti del 76% e le ratio di adeguatezza del capitale sono precipitate ben al di sotto della soglia di sicurezza e di quella dei concorrenti privati. Per finire, non solo a febbraio i non-performing loans del settore sono saliti al 4.1% del credito totale dal 2,95% di inizio 2018 ma giova ricordare come l’equity totale degli istituti a controllo pubblico equivalga a circa 151 miliardi di lire, più del quintuplo dell’iniezione di capitale programmata dal governo.
Infine, due criticità ulteriori. La prima è rappresentata in questo grafico, elaborato da Bloomberg su dati di Bank of America, a detta della quale lo scorso mese di marzo ha visto un deflusso record di capitali dal J.P. Morgan Emerging Markets Bond ETF, il più grande Etf dedicato al debito dei mercati emergenti, un gigante da 16,5 miliardi di controvalore.
Nonostante l’ottimismo di massima sui mercati e il continuo flusso in entrata presso fondi obbligazionari, infatti, gli investitori hanno ritirato una somma decisamente ingente, il massimo da febbraio 2018 e addirittura un controvalore maggiore rispetto alla mini-crisi registrata attorno a Natale. Di colpo, 482 milioni di dollari sono fuggiti a gambe levate. Il motivo scatenante? Nessuno lo dice apertamente ma, visti i valori assoluti, sono le tensioni attorno alla Turchia a far paura e mandare il più classico degli ominous signal per il futuro prossimo dei mercati emergenti nel loro insieme. Tanto più che, anche politicamente, Ankara non pare più poter contare su alleati di peso. Il proxy libico parla chiaro: schierata al fianco di al-Sarraj insieme al Qatar, Ankara si trova sulla sponda opposta dell’alleato – a giorni alterni – russo, dichiaratamente al fianco del generale Haftar.
Ma, nonostante l’apparente profilo defilato, anche gli Usa non perderanno occasione per ricordare chi comanda a Recep Erdogan, non fosse altro per lo sgarbo delle batterie anti-missile S-400 acquistate proprio da Mosca, mossa che ha già provocato la revoca statunitense della consegna degli F-35. Insomma, un risiko. Da cui, stante la connessione diretta fra economia turca e stato di salute del Pil tedesco, dipendono anche molte delle sorti dell’eurozona.